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C'era una volta il federalismo. E alla vigilia delle elezioni regionali
non c'è più. Non parliamo dei discorsi elettorali, delle rivendicazioni
del principale partito di governo - che è la Lega Nord, checché ne
dicano i numeri, per la sua capacità di condizionare e orientare il
pensiero e l'azione del Capo -, della sua retorica da comizio. Ma dei
fatti, che indicano un sempre minore potere delle Regioni e degli enti
locali sulle questioni di importanza cruciale per i propri territori.
Così, si assiste al paradosso per cui si fa campagna elettorale su temi
generali e generici, come se si trattasse di elezioni politiche
nazionali (la Famiglia; il Lavoro; la Sicurezza; l'Immigrazione) e si
evitano accuratamente gli argomenti più scottanti e più direttamente
ancorati al territorio.
Il primo di questi è la questione
nucleare. Il governo nazionale ha reso chiara la sua intenzione di
tornare al nucleare, bocciato dagli italiani in un referendum nel
lontano 1987, sin dai primi giorni del suo mandato. Infatti ha inserito
nel "decreto 112", quello con il quale Tremonti ha impostato la
politica dei primi cento giorni, un articolo sulla Strategia energetica
che prevede espressamente la "realizzazione nel territorio nazionale di
impianti di produzione di energia nucleare". Peccato che prima, agli
elettori, la cosa fosse stata presentata in termini più fumosi:
"partecipazione ai progetti europei di energia nucleare di ultima
generazione", si legge nel testo del programma del Popolo delle Libertà
alle elezioni del 2008. Dove quel rinvio a "progetti europei" poteva
far pensare al popolo che di nucleare si sarebbe parlato, ma non
necessariamente "nel territorio nazionale". Una volta chiarito quel che
agli elettori-bamboccioni evidentemente non si voleva dire, il governo
si è trovato di fronte al passo successivo: dove fare le centrali? Con
quali criteri? E in quale conto tenere il parere dei diretti
interessati, ossia gli abitanti della zona prescelta?
Qui gli
pseudo-federalisti si sono trovati di fronte a un grosso problema: il
federalismo. La riforma del Titolo V della Costituzione, quella varata
nel 2001 dal centrosinistra poco prima di perdere maggioranza e
governo, mette infatti l'energia tra le materie "concorrenti": il che
vuol dire che su di essa concorrono le competenze del governo centrale
e delle regioni, dunque si deve procedere in accordo oppure non si
procede. Tempo un anno, e arriva la legge che aggira l'ostacolo: numero
99, 23 luglio 2009 (chissà perché le grandi decisioni si prendono
sempre alla vigilia delle vacanze). E' una legge onnicomprensiva: reti
di imprese, incentivi, tasse automobilistiche a Trento e Bolzano,
consorzi agrari, proprietà industriale… La chiamano "legge sviluppo",
dove la parola "sviluppo" più che l'obiettivo della legge indica la
titolarità degli uffici da cui è uscita: quelli del ministro dello
Sviluppo economico Claudio Scajola. Dopo un bel po' di articoli, al
numero 25 arriva il nucleare: nella forma di una delega al governo per
emanare i criteri di scelta dei siti. Ma poiché a disciplinare il
potere delle regioni c'è comunque una legge più forte, la Costituzione,
che non si può aggirare con una delega al governo, ecco che si prevede
il trucco: il governo emanerà i decreti legislativi sul nucleare,
"previo parere" della Conferenza unificata. Che sarebbe la Conferenza
Stato-Regioni, dove siedono i presidenti di tutte le Regioni italiane.
Il
diritto di essere ascoltate, e per di più attraverso la mediazione
della Conferenza e non direttamente, non soddisfa le Regioni, che
impugnano la legge davanti alla Corte Costituzionale. Fanno ricorso 11
Regioni: 10 governate dal centro-sinistra (Basilicata, Calabria, Emilia
Romagna, Umbria, Lazio, Puglia, Liguria, Marche, Piemonte, Toscana),
più il Molise, che ha una giunta di centrodestra (ed è "candidato" a
ospitare uno dei siti nucleari a Termoli). Non solo: si oppongono
anche, con ordini del giorno o prese di posizione politiche, i governi
di Veneto, Sardegna e Sicilia, nonostante la loro appartenenza alla
maggioranza di centro-destra. Tre regioni - Campania, Puglia e
Basilicata - fanno di più, e approvano leggi regionali che
"denuclearizzano" i rispettivi territori, impedendo l'installazione
futura di centrali atomiche. Il governo risponde impugnando a sua volta
queste tre leggi: dunque la Corte Costituzionale si trova davanti a una
bella matassa da districare tra governo centrale e governi locali, i
cui rapporti non sono mai stati a un livello di conflitto così elevato
come adesso.
Ma non è tutto. Anche quella parvenza di
coinvolgimento delle Regioni, ossia la necessità della "previa intesa"
con la Conferenza prima di emanare i decreti sul nucleare, salta. Ai
primi di febbraio infatti i criteri per installare le centrali vengono
emanati, ma senza sentire la Conferenza: il governo si è avvalso della
decretazione d'urgenza, dunque il parere delle Regioni sarà recuperato
in seguito. Mentre a parole si sostiene la necessità del federalismo,
nei fatti persino l'ascolto delle ragioni dei "federati" viene ritenuto
una perdita di tempo eccessiva rispetto all'urgenza di riaprire una
questione nucleare rimasta sepolta in Italia per quindici anni. Più che
l'urgenza, ha giocato però l'opportunità politica: costringere la
Conferenza a pronunciarsi avrebbe comportato infatti la necessità per
le regioni "amiche" di uscire allo scoperto, decidendo da che parte
stare. Mentre finora le Regioni governate dal centro-destra se la sono
cavata in modo furbesco: si al nucleare, ma non da noi. E' quello che
hanno detto abbastanza chiaramente il lombardo Formigoni e il veneto
Zaia (che indossa la duplice veste di ministro dell'Agricoltura, e
dunque compartecipe delle scelte del collega dello Sviluppo, e di
candidato alla Regione Veneto, e dunque intenzionato a non perdere
neanche un voto per colpa del nucleare). La candidata del Lazio, Renata
Polverini, ha taciuto per settimane per poi cavarsela dicendo che "il
Lazio non ha bisogno di centrali nucleari" (il sito di Montalto di
Castro è un altro dei candidati alla localizzazione). Contrario anche
il governatore della Sardegna, mentre in Sicilia l'assemblea regionale
ha votato un ordine del giorno che esclude la possibilità che il
rilancio del nucleare parta dall'isola. Insomma, con l'unica tiepida
eccezione della Liguria, governatori e candidati dei partiti di governo
del nucleare in casa propria non vogliono saperne.
E' una
contraddizione eclatante, che dovrebbe diventare il centro della
campagna elettorale per le Regionali. C'è in ballo il futuro energetico
e ambientale del paese. Non è materia su cui si possa andare in ordine
sparso, dentro una coalizione di governo. Eppure lo fanno, senza
scandalo. Forse preparando già la prossima mossa, resa possibile dal
percorso indicato dal decreto Scajola: la decisione sta al governo
centrale, i governi locali faranno un po' di manfrina, salvo poi
accettare "per motivi di emergenza" e farsi compensare con una pioggia
di soldi già promessa per chi acconsentirà ad ospitare centrali. Per
questo, sarebbe di primaria importanza per chi andrà a votare a fine
marzo sapere esattamente cosa hanno intenzione di fare i propri
candidati sulla questione nucleare, e meglio sarebbe stato, per amor di
verità, far conoscere i nomi dei siti prescelti prima del voto, e non
dopo.
Ma forse l'intera vicenda ci dice qualcosa di più sulla
concezione dello Stato dell'attuale coalizione di governo. Il cui
obiettivo non è mai stato quello di instaurare un federalismo vero,
ossia un assetto istituzionale nel quale di decentrano il più possibile
poteri e responsabilità, per avvicinare i cittadini al loro governo,
mantenendo però l'unità e la solidarietà del Paese. Chi abbia a cuore
un vero federalismo, deve porsi il problema di come procedere nelle
scelte difficili, senza mettere un territorio contro l'altro o avviare
una competizione al ribasso; che si sia pro o contro il nucleare,
bisogna risolvere il problema di una politica energetica nazionale
all'interno della quale i territori esercitino il loro potere e i
cittadini il loro controllo: per esempio, siamo tutti (si spera) per
l'energia rinnovabile che viene dal sole e dal vento, ma sarebbe meglio
che il quadro degli incentivi e delle regole fosse comune, ove evitare
proliferazioni eccessive e disordinate di pale e pannelli, lasciate
alla scelta esclusiva dei singoli Comuni. Ma la concezione del
federalismo fin qui vista all'opera è un'altra: vince il più forte. Il
governo decide che il nucleare si fa, poi si lascerà alla
contrattazione (oscura) la scelta finale sui luoghi. E lo stesso si può
dire per altre decisioni recenti, che sono andate in forte contrasto
con l'idea del federalismo: come l'abolizione dell'Ici, unica entrata
fiscale propria dei Comuni (l'Ici), che ha colpito tutti gli enti
locali ma che certo fa soffrire di più chi ha poche risorse
alternative, territori meno ricchi, ed è costretto dunque a tagliare i
servizi. Oppure la scelta di privatizzare i servizi pubblici locali,
ossia energia, acqua, gas: per legge nazionale, si è imposta ai Comuni
una data entro la quale devono vendere le loro aziende
ex-municipalizzate.
E' vero che la tutela della concorrenza,
dunque la fine di regimi di monopolio, è dalla Costituzione attribuita
al governo nazionale che dunque in questo prevale su Comuni e Regioni;
ma è anche vero che la nuova legge sui servizi pubblici locali, meglio
nota come "privatizzazione dell'acqua", a tutto serve tranne che alla
concorrenza. Anche in questo caso, gli enti locali si sono sentiti
scavalcati, alcuni hanno approvato mozioni contrarie alla legge, altri
hanno abbozzato pensando ai soldi che potranno entrare nelle casse dei
Comuni, oppure alla partecipazione al grande business che si apre.
Tutto, tranne che l'ascolto del territorio e dei cittadini che delle
vicende di casa propria vorrebbero sapere di più. Prima e dopo il voto.
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