Un ricordo di Amerigo Iannacone

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Il rispetto che dava agli scrittori affermati era della stessa intensità di quello che dava agli emergenti, persino agli imberbi, a quelli che si avvicinavano alla scrittura per la prima volta e che lui curava con attenzione e con un garbo fuori dal comune. Ma non è solo l’adesione al mondo della letteratura che me lo rende caro, né le conoscenze che generosamente condivideva con tutti noi. Di lui mi piaceva la curiosità per l’umanità in genere: la politica, le tradizioni, gli stili di vita, le vite delle persone, di ogni persona.

Era un osservatore attento dei comportamenti umani e forse per questo il suo carattere era mite, lontano da ogni forma di aggressività: era consapevole di ciò che accade nell’animo e sapeva come gestirsi e trovare sempre un equilibrio. In “A zonzo nel tempo che fu”, un libro del 2002 (giunto alla quarta edizione nel 2016), scriveva che i Molisani provano l’ammiria o, più spesso, la demmiria (…) se vedono che hai comprato l’auto nuova, magari si indebitano ma devono comprarla anche loro (e questa è l’ammiria che, se volete, potete tradurre con invidia).

Se siete riusciti a farvi strada nella vita o semplicemente ad avere successo in quealche campo, allora, se non sanno imitarvi o non hanno voglia di impegnarsi, faranno di tutto per tagliarvi le gambe. Come dire: se io non lo so fare non lo devi fare neanche tu. E questa è la demmiria, che è la sorella cattivissima della cattiva invidia. Un uomo che riesce a cogliere una verità del genere, ad averne consapevolezza, non poteva che comportarsi come si comportava lui: presente ad ogni occasione importante degli scrittori, amici o anche solo conoscenti, perché ogni sforzo e ogni sacrificio degli altri andava sostenuto.

E la sua presenza era sempre confortante, incoraggiante, affettuosa di un affetto che si misurava dall’attenzione che dava alle cose non sue di cui si parlava. Le pubblicazioni di Amerigo, una quarantina circa, sono un lavoro immane. Rappresentano una vita intera e chissà quante vite dovremmo contare nella sua vita se mettessimo nel conto il lavoro fatto per “Il foglio volante”, le collaborazioni mai negate a chiunque chiedesse aiuto e sostegno, il tempo dedicato alla lettura delle opere degli altri. Qui, però, è il caso di ricordare la sobrietà e l’apertura al mondo, la delicatezza dell’animo e la generosità, la disponibilità e la gentilezza. Sono fiero di essere stato suo amico.

Fonte Giovanni Petta

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