Una casetta di periferia, no qualche migliaio

insediamenti abusivi

A Campobasso si è in procinto di varare il piano di recupero degli «insediamenti abusivi». Una sfida complicata per numerose ragioni. Ne vediamo alcune, forse le principali

Negli agglomerati cresciuti spontaneamente nelle aree rurali quale quelli sorti nell’agro di Campobasso il problema principale è quello delle urbanizzazioni. Pertanto i piani di recupero da redigersi in conformità alla legge regionale specifica devono occuparsi principalmente di tale tema. Le opere di urbanizzazione sono la priorità mentre occupa un posto secondario quello del «riempimento» degli interstizi (perché di questo si tratta tanto è stata fitta l’edificazione) presenti a volte tra gruppi di case. Tra le attrezzature pubbliche si deve cominciare, di certo, dall’adeguamento della viabilità, necessario per garantire la sicurezza dei cittadini che vivono in questi ambiti le strade, in quanto «vie di fuga» e di soccorso durante eventi emergenziali.

Esse hanno bisogno di una sezione carrabile capace di far transitare contemporaneamente due auto che viaggiano in senso opposto, una delle quali, mettiamo, è un’ambulanza. C’è, poi, il tema dei mezzi dei vigili del fuoco i quali avendo una consistente altezza non riescono a passare sotto sottopassi, viadotti, ponticelli. È indispensabile una cartografia della rete viaria in cui vengano evidenziati i punti critici appena detti, la larghezza dei tracciati stradali, le strettoie, gli incroci, gli innesti con la viabilità ordinaria, la possibile gerarchia dei percorsi (se la maglia delle stradine è ad albero), la ridondanza dei collegamenti, la vulnerabilità di quei tratti viari che ricadono in ambiti geologicamente instabili.

Questo lavoro serve per organizzare il traffico sia in “tempo di pace” sia in occasione di accadimenti calamitosi. Visto che lo si deve fare è opportuno che venga esteso a quelle fasce contigue agli “insediamenti abusivi” che hanno le medesime caratteristiche di questi, connotate anch’esse da una fitta edificazione sparsa, sorte successivamente ai primi nuclei di case nate come rurali e dopo legittimate quali residenze. Con queste ondate progressive ed ininterrotte di occupazione del suolo agricolo da parte di fabbricati sta cambiando in modo radicale l’immagine della «campagna campobassana», rinomata un tempo per i prodotti della terra.

I segni di questa lunga fase iniziata negli anni ’70 rimarranno indelebili nel paesaggio del capoluogo regionale. Si è iniziato affermando la centralità della questione della viabilità e, del resto, la legge fondamentale sull’urbanistica stabilisce che gli elementi essenziali di un piano regolatore sono le arterie di collegamento (tanto ferroviarie quanto automobilistiche) e la ripartizione in Zone del territorio comunale (residenziali, produttive, ecc.); solo un quarto di secolo dopo,cioè nel 1968, la legislazione impone che siano previste negli strumenti urbanistici superfici per servizi le quali essendo passanti nel «perimetro» degli insediamenti abusivi costituiscono un altro fronte sul quale il pianificatore deve lavorare.

Un impegno non facile da assolvere perché gli spazi residui da destinare volta per volta a scuola, centro sociale, ecc. sono limitati. Le alternative sono davvero poche e per tale ragione come pure per quella che l’allargamento di pezzi del reticolo viario è indubitabile il piano di recupero dovrà avere una forma particolare. Non quella classica di una pianificazione fatta di norme tecniche, di «zonizzazione», di regolamentazione della fabbricazione (distanze, altezze, rapporti volumetrici), bensì quella di un programma operativo.

Non proprio un progetto esecutivo di dettaglio, ma uno strumento normativo con notevoli capacità attuative. Poiché si tratta di aree in pratica costruite del tutto il piano che detta regole per l’edificazione secondo i modelli usuali ha poco senso se si limita a ciò, appare come una fuga di fronte ai problemi. O, addirittura, colmando i lotti residui un atto pianificatorio che, densificando ulteriormente gli ambiti perimetrali, produce un aggravamento del grado di rischio per le persone che già vi vivono e per quelle che vi si andranno ad insediare (sono stimati dallo stesso Comune circa in 1.000 unità).

Neanche vale la pena ricercare altri, innovativi strumenti di normazione in sostituzione del vecchio (invecchiato, purtroppo, senza che sia stato utilizzato a sufficienza qui nel Molise) piano di recupero che fu introdotto dalla legge 457 del ’40 anni fa, come ad esempio i programmi di trasformazione urbana, in quanto il nodo rimane quello delle carenze nella viabilità che si risolve con un intervento di natura infrastrutturale, pesante o leggero. Il piano, qualunque piano, anche quello di recupero, ha assunto sempre più il ruolo di regolazione della rendita fondiaria, se non esplicitamente della valorizzazione dei terreni, allontanandosi dal suo compito originario di garantire la qualità dell’abitare. Gli interessi comuni e quelli individuali, invece, hanno bisogno di un punto di sintesi.

Se l’operatore privato ha diritto di ritrovare nel piano urbanistico le opportunità di investimento immobiliare, le istituzioni locali devono farsi carico degli interessi collettivi che in questo caso, lo si ripete, sono innanzitutto quelli di un ambiente di vita sicuro. Un prerequisito a questo processo di ridisegno delle aree urbanizzate al di fuori del controllo pubblico è quello del rallentamento dello sprawl abitativo dell’ultimo cinquantennio con la stabilizzazione del quadro insediativo: solo in tale modo l’assetto territoriale diventerà padroneggiabile senza che si debbano inseguire le esigenze infrastrutturali della nuova casetta spuntata nell’agro.

I vantaggi del freno alla diffusione di residenze in zone extraurbane sono numerosi e comprendono la riduzione del “consumo di suolo” che è un obiettivo di livello nazionale, l’evitare che si incrementi il numero di spostamenti con l’auto propria non potendo usufruire di un servizio di autobus cittadini il quale dovrebbe essere assai capillare per poter raggiungere un’utenza disseminata nelle campagne, con il conseguente congestionamento del centro e con l’incremento del livello di inquinamento atmosferico, la vicinanza alle attrezzature, scolastiche, sanitarie, ecc. che sono collocate in città.

Il territorio agrario, in più, quando non è oggetto a coltivazioni intensive dal punto di vista ecologico è considerato un contesto ambientale “semi-naturale”, da salvaguardare. In generale, il costruire in luoghi forniti di urbanizzazione permette di contenere i costi di funzionamento della macchina urbana.  

 

Francesco Manfredi Selvaggi49 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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