La strada del ritorno è sempre più corta – La recensione

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Riceviamo e pubblichiamo la recensione di Nicolino Civitella per il romanzo di Valentina Farinaccio “La strada del ritorno è sempre più corta”, Mondadori, 2016.

Una lettura che ti deflagra dentro toccando ogni fibra del corpo. La tensione narrativa, sempre molto viva, nella seconda parte del romanzo raggiunge livelli di una intensità che apre a risvolti inattesi e sorprendenti e il linguaggio si modula in stretta sintonia con i densi palpiti di vita che vibrano in ogni pagina. Ma entriamo nel vivo della materia.

Un romanzo ha sempre una sua struttura narrativa che si sviluppa secondo una qualche configurazione geometrica. Per esempio i fatti possono seguire un ordine lineare puro (prima accade questo, poi quest’altro e poi quest’altro ancora) oppure un odine lineare con diramazioni, oppure oscillare in un continuo andirivieni, oppure ancora partire da un centro e irraggiarsi tutt’intorno come sospinti una forza centrifuga, oppure partire da diverse postazioni per confluire in un punto centrale in virtù di una forza centripeta che in esso si genera. Nel nostro caso c’è un punto centrale intorno a cui i fatti ruotano ed è rappresentato dal personaggio di Giordano, un padre di famiglia che muore in giovane età, lasciando la moglie Lia, e la figlia Vera, di soli 5 anni.

I fatti narrati ruotano intorno alla morte di questo personaggio, il quale tuttavia non rappresenta un punto verso cui tutto rovinosamente precipita. I fatti cioè pur trovando in lui un  punto di attrazione centrale gli rimangono intorno fluttuanti. E a scandagliarle le fluttuazioni, emerge non solo un gioco di onde in cui la vita e la morte cercano di insinuarsi reciprocamente nelle rispettive anse generando stati d’animo che oscillano tra sentimenti in cui l’odore della vita stempera  gli odori della morte e l’odore della morte impregna di sé quelli della vita, ma emerge anche una struttura relazionale tra i personaggi principali la quale si articola secondo due figure geometriche triangolari che hanno un vertice comune costituito dalla figura di Giordano: da un lato Lia, Vera, Giordano; dall’altro lato Giordano, Santa, Gesualdo (questi ultimi due, genitori di Giordano).

I personaggi della prima terna sono figure di rottura rispetto alle condotte codificate del natio ambiente di provincia: Lia va via di casa giovanissima a conquistare la propria autonomia personale nella Capitale; Vera, divenuta adulta, conquisterà anche lei la propria autonomia personale, in particolare ad opera  di una  drastica e risoluta sollecitazione materna, e finisce con l’essere assunta in televisione come  autrice di testi; Giordano, un sognatore che ama i libri e la scrittura, ha aperto una libreria  nel centro storico di Campobasso dove Lia, dopo il matrimonio, torna a vivere, nonostante continui a mantenere il suo lavoro di costumista in un teatro della Capitale.

Il rapporto tra Lia e Giordano,  che ha come unico neo un tradimento (reale o presunto?) di Giordano quando erano ancora fidanzati, è privo di smancerie, ma ricco di uno schietto e autentico amore e di segrete complicità (Lia se lo sentiva  come un abito addosso cucito a pennello). Vera ha solo traccia di  qualche vago ricordo del padre, ma da adulta, quando le viene recapitato il manoscritto di un romanzo incompiuto di lui, attraverso vari colloqui con la madre, colmi di reticenze e  paure, di ansie e sollecitazioni a rivangare,  scopre la figura paterna e tutte le tracce che di quella figura reca dentro di sé.

Diverso il rapporto relazionale  della seconda terna. Santa, madre di Giordano e moglie di Gesualdo, ha un ruolo preminente. Ossessionata dall’ordine e dalla pulizia, nutre nei confronti dei due figli Giordano e Camillo, un sentimento alimentato dal profondo desiderio di tenerli strettamente e gelosamente  legati a sé in un rapporto di dominio. Ma mentre Camillo, estroverso e loquace, si adegua  agli schemi che appagano questo desiderio di possesso  profondamente radicato nel suo animo, Giordano, piuttosto avaro di parole e con inclinazione all’ascolto, sfugge al suo controllo. Lei vorrebbe ardentemente mettergli il guinzaglio, ma invano e così si macera dentro, ma senza darlo a vedere, per questo suo fallimento.

Lia, la moglie di Giordano, è la prova vivente del fallimento ed è per questo che tra suocera e nuora si leva un muro di segreta e insuperabile antipatia, e non dopo  primi tentativi di approccio, bensì da subito, fin dal primo incontro, perché certe incompatibilità si avvertono di istinto e generano repulsione come accade tra due polarità del medesimo segno, ad ogni tentativo di contatto. La linfa che ha alimentato questa sua personalità, Santa l’ha succhiata nella famiglia di origine dove lei e la sorella, come Santa stessa racconta, da bambine se ne stavano ferme come soprammobili là dove i genitori le collocavano, in pieno e rispettoso ossequio alla loro volontà: questa la temperie familiare nella quale è cresciuta e divenuta adulta.

Il suo rapporto col marito Gesualdo presto diventa distaccato  fino all’indifferenza, cosicché egli  ad un certo punto, quando Giordano ha l’età di dieci anni e Camillo il doppio, abbandona, improvvisamente e all’insaputa di tutti,  il tetto coniugale  per andare a vivere in una cittadina laziale, senza che nessuno si prenda cura di cercarlo. L’abbandono  viene  vissuto dalla moglie a guisa di un evento luttuoso che non lascia alcuna traccia di dolore. Eppure lo stato di dimenticanza in cui si trova relegato Gesualdo, non è totale, contrariamente ad ogni apparenza. Giordano sa e mantiene segreti legami col padre, ed è proprio da lui che corre quando, inchiodato al letto da un male incurabile e sull’orlo ormai dell’estremo precipizio, si allontana da casa per ben due giorni, all’insaputa della stessa moglie Lia, a cercare l’ultimo abbraccio del padre e per affidargli in  custodia il manoscritto del suo romanzo incompiuto.

Giordano  ha preso dal padre. Anche Gesualdo amava la lettura e per alimentare tale amore, quando poteva comprava libri. E ne aveva accumulati di libri nella sua casa, tanto che quando ha abbandonato il tetto coniugale ce n’erano scatoloni pieni di cui la moglie non ha esitato a disfarsi, suscitando l’indignazione di Giordano, un’indignazione rattenuta, consona alla personalità equilibrata che si andava formando in lui. L’amore per i libri è il filo segreto  che lega padre e figlio, un filo che non si spezzerà dopo la morte di Giordano, perché a mantenerlo intatto sarà Vera, la figlia di Giordano e la nipote di Gesualdo.

Due figure geometriche triangolari, dicevamo, e quel che si è fin qui rilevato dà in qualche misura conto delle tensioni e dei  feelings sia tra tutti i componenti delle due terne sia tra quelli di ciascuna di esse. Ma non è tutto qui, perché la narrazione ha una carica emotiva che si mantiene molto  intensa fino all’estremo suo lembo. E vediamo. Vera è  ormai divenuta  adulta, nonna Santa è deceduta e  nonno Gesualdo, ormai novantenne, invia a Lia il manoscritto di Giordano. Siamo nella seconda parte del romanzo. Il manoscritto offre l’occasione a Lia e Vera  di richiamare la figura di Giordano.

Ed è a questo punto che i colloqui tra madre e figlia procedono tra un susseguirsi di reticenze o, per meglio dire, di stop and go, legate a timori e angosce per un passato di sofferenze che Lia non vorrebbe ricordare perché da esse sgorga ancora sangue vivo. Il racconto di Lia fatica a rievocare gli ultimi giorni di vita del marito che riservano un risvolto davvero inatteso e sorprendente, e divaga rievocando la figura di Giordano e i loro rapporti. Ma quale il risvolto inatteso e sorprendente? Due giorni prima della morte Giordano scompare misteriosamente dal letto coniugale.

A meno di un miracolo, qualcuno lo avrà rapito. Ma chi? E come? Santa, la madre. È stata lei a farlo rapire, durante un breve lasso di tempo in cui Giordano è solo in casa. Lo fa rapire e se lo fa portare a casa del figlio Camillo dove lei vive. E quando alcuni indizi orientano  i passi di Lia in direzione di quell’abitazione, lei va e trova  Giordano adagiato nel letto della mamma, con lei, Santa, che è sdraiata al suo fianco: un gomito puntato sul cuscino a reggere il suo busto in posizione sollevata, gli occhi che sembrano voler avvolgere in un sudario quel corpo morente, l’altra mano che, lenta e morbida, scivola in tenere carezze su quel viso filiale smunto, scheletrico: plastica testimonianza di un amore materno che non ha mai tagliato il cordone ombelicale.

Quel corpo, che  ora giace inerme tra le braccia materne, ha costituito per anni oggetto di segreta, tacita e aspra contesa tra Lia e Santa. Ed ora Lia lo lascia lì a esalare l’estremo respiro tra le braccia di lei, e raccolta nella sua sconfitta, gira tacita i tacchi e se ne torna a casa dove si aggrappa al conforto che le offre l’innocenza di Vera. E non tutto si esaurisce qui. Ci sono alcuni altri  punti dei quali è utile sottacere.

Innanzitutto la genesi del romanzo. In questo caso se ne possono considerare due di genesi: una, quella originaria e vera, che rinvia all’autrice, ossia alla Farinaccio. E su questa non posso dire nulla se non che la  germinazione affonda in alcune evidenti tracce autobiografiche, ma non saprei dirne né la dimensione né il peso. L’altra, invece, è tutta interna alla finzione letteraria e su di essa è possibile dire qualcosa in più. In questo caso l’autrice del romanzo è Vera che lo  scrive sulla base del manoscritto paterno nonché sulla base dei colloqui tra lei e sua madre Lia. A detta di Vera, l’attacco del romanzo è una finzione, e cioè durante i giorni dell’estrema agonia del padre, lei bambina non era stata affidata al nonno materno camionista affinché la portasse con sé in giro per la penisola per tenerla lontana dal dramma che si stava consumando a casa.

No, lei in quei giorni era stata affidata alla custodia dei nonni materni che l’accudivano nella loro casa. E allora perché la finzione. Ecco, la finzione è stata per lei un modo di raccogliere un vezzo del padre il quale, giunto a termine della lettura di un romanzo, si rinchiudeva nello studio e rimaneva lì per ore e ore a inventare un finale diverso: una fatica che egli si imponeva come esercizio per la sua attività di scrittura che coltivava a livello amatoriale.

Tutto il resto, ad eccezione, ancora, del primo incontro tra Lia e Giordano che nella narrazione sarebbe avvenuto in particolari circostanze anch’esse  inventate, corrisponderebbe al vero. Dunque, siamo di fronte ad alcune finzioni letterarie astutamente utilizzate da Vera per accreditare la veridicità di tutto il resto della narrazione che, invece, è anch’esso finzione letteraria ideata dall’autrice esterna, ossia quella reale (la Farinaccio). Questo gioco mi  richiama alla mente un dipinto di cui non ricordo l’autore. Il dipinto in questione ritrae un personaggio austero unitamente alla cornice entro la quale il personaggio stesso è collocato.

Solo che una mano di lui sporge al di fuori della cornice, sicché l’osservatore ha l’impressione che quella mano fugga dal quadro per divenire un’entità reale. Come dire: una finzione che aspira ad accreditare l’idea illusoria che essa  abbia acquisito i galloni  di una realtà vivente. C’è, poi, un altro punto che merita attenzione ed è quello  che concerne l’Io narrante. Nel romanzo non c’è un unico Io narrante, ma ce ne sono ben quattro: Vera, Lia, Santa e poi c’è un Io di terza, ossia un Io narrante esterno.

Sotto questo profilo, dunque, il romanzo si discosta dai canoni classici secondo cui a dipanare il filo della vicenda deve essere un unico Io narrante, sia esso esterno o interno (per la verità anche il canone dell’unico Io narrante richiederebbe degli approfondimenti  che tuttavia in questa sede evito di affrontare), e  riflette la fase conclusiva della parabola dell’ Io moderno,  il quale, partendo dall’io penso cartesiano, posto a fondamento dell’essere, si è elevato alle sommità hegeliane a signoreggiare l’intero universo, per cadere successivamente tra le tra le ruvide asperità della vita dove si è frantumato in una miriade di schegge, ognuna delle quali è inchiodata ad un orizzonte così angusto che impedisce di riconoscere persino il proprio vicino di spalla.

Questa narrazione a più voci produce effetti simili a quelli che si producono in una stanza  le cui pareti sono tutte coperte di specchi: ogni specchio nel riflettere le immagini delle persone che si trovano all’interno della stanza, riflette contemporaneamente anche le immagini di quelle medesime  persone riflesse in ciascuno degli altri specchi, in un gioco di continuo rimando che non solo offre sfaccettature diverse delle immagini, ma le sprofonda all’infinito come a voler rincorrere le loro inafferrabili  intimità più remote.

C’è, infine, un ultimo punto non secondario da prendere in considerazione ed è quello che concerne il rapporto tra l’autrice e la propria terra natia.
L’autrice interna, cioè Vera, alla fine della vicenda, pur consapevole dei limiti della vita  di provincia, decide di abbandonare il lavoro in televisione e di tornare a vivere nella sua cittadina natale, Campobasso (da qui il titolo del romanzo), nella quale  cercherà di ripercorrere le orme paterne. L’autrice esterna, e cioè la Farinaccio, avendo ambientato il romanzo nella sua terra, mostra che, nonostante viva fuori, mantiene con essa un legame di intenso affetto.

Del resto, in un’intervista che ho trovato in rete ho letto che lei considera la sua cittadina natale come la sua vera casa e che ci torna di frequente e volentieri, poiché qui affondano le  sue radici. Lo sfondo della vita di provincia è largamente presente nel romanzo e l’angolo da cui viene osservato  a me pare sospeso tra esterno e interno e, ancora, tra vecchie incrostazioni di vita e moti di rottura: un punto di mezzo, insomma, utile a mettere in risalto i contrasti che in quella realtà si producono.

Mi pare un’operazione interessante che  peraltro è  approdata ad elevati livelli di qualità letteraria, a testimoniare che in letteratura la qualità e il respiro del mondo si possono attingere anche utilizzando le angustie della vita di provincia. Sul punto rilancio le sollecitazioni di qualche tempo addietro del prof. Gianni Spallone per l’apertura di un confronto sugli orizzonti  della nuova letteratura molisana, o, per mantenermi in linea col pensiero del prof. Spallone, della nuova letteratura che nasce in Molise o che affonda le proprie zanne nella vita di questa terra.

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