Non solo FIAT

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di Francesco Manfredi-Selvaggi

È l’agglomerato industriale di Termoli che è il nostro maggiore nucleo produttivo il quale è situato nella principale area agricola del Molise. Le fabbriche e le colture specializzate hanno modificato il paesaggio della zona

L’Agglomerato Industriale, seppure grande in quanto occupa oltre 1.000 ettari, in effetti è una piccola parte della fascia costiera. Nonostante, comunque, costituisca una superficie minima della zona litoranea esso costituisce un elemento fondamentale di questo contesto paesaggistico; se altrove, specie negli ambiti più sviluppati del Paese, le industrie, anche quelle maggiormente imponenti, sono dei segni fisici, pur quando dominanti nei quadri visivi, ormai assorbiti nel paesaggio, qui non è così.

Il territorio nel suo insieme rimane rurale con una forte prevalenza delle attività agricole per cui l’aggregato di stabilimenti produttivi di Rivolta del Re si configura come un fatto episodico, almeno sotto l’aspetto dell’ingombro di spazio; percettivamente, invece, proprio l’assenza in un largo intorno di volumi destinati a impianti lavorativi (con l’eccezione dello Zuccherificio, innanzitutto) le fabbriche che vi si sono insediate condizionano in maniera forte l’immagine del comprensorio.

In effetti, nel cosiddetto Basso Molise l’impronta decisiva è stata impressa dalla bonifica agraria avviata alla fine del XIX secolo con la legge Serpieri ed essa è rimasta il carattere precipuo di quest’ambito anche dopo la nascita dell’Agglomerato Industriale agli inizi degli anni 70 del ‘900. Sia la bonifica con la successiva Riforma Agraria sia il polo produttivo rappresentano due grandi svolte nelle politiche economiche della nostra nazione, la prima legata alla crescita della produzione agricola come obiettivo prioritario dello Stato mediante la «redenzione» delle terre soggette ad impaludamenti, la seconda al sogno dello sviluppo in senso industriale del Sud non avveratosi in seguito.

Così come le fabbriche pure la Riforma Agraria, e forse più di quelle, ha provocato profonde trasformazioni del paesaggio. Ambedue, sia quello delle industrie sia quello delle coltivazioni sono spazi della produzione, omologati a tanti altri in giro per il mondo. Esse hanno qualcosa che li lega insieme che ne costituisce la peculiarità: la figura dell’ «operaio-mezzadro» come è stato definito il lavoratore della FIAT che in passato nella contrattazione aziendale si è battuto per ottenere licenze nei periodi di maggior bisogno di manodopera nei campi, è l’emblema della convivenza tra settore primario e secondario.

Le culture e gli stabilimenti produttivi hanno ricacciato in un angolo la natura. Un tempo una estesa porzione della piana costiera era coperta da boscaglie come ricorda, ad esempio, il toponimo Bosco Tanasso, del quale oltre il nome rimangono poche querce superstiti; durante le due terribili giornate del gennaio 2003 sarebbe ben stato utile per regolare il deflusso delle acque un bosco ampio e compatto. L’Habitat del Sito di Importanza Comunitaria posto lungo il Biferno è composto da alberi, pioppi e salici situati sulle opposte sponde del fiume, che congiungono le loro fronde a formare una tipica galleria; è un tratto di fiume, dunque, di eccezionale valenza ecologica nonostante sia frutto di una rettificazione del corso per favorire la creazione dell’Agglomerato Industriale al quale i meandri avrebbero sottratto superficie.

Si è detto che le opere di bonifica hanno stravolto il paesaggio (non vi sono fotografie o rappresentazioni pittoriche che raffigurano l’aspetto di questi posti in precedenza che non si riesce neanche ad immaginare com’era) e adesso aggiungiamo che nello stesso tempo esse sono state capaci di configurare nuovi quadri paesaggistici, a volte assai caratteristici; tra Campomarino e Portocannone vi è un’ordinata organizzazione territoriale con una maglia di strade rettilinee all’incrocio delle quali vi sono le casette bianche dei contadini assegnatari dei poderi.

Le case possono essere pure raggruppate in una borgata e ciò succede a Nuova Cliternia e a Melanico. È questo oggi il paesaggio tradizionale della zona con valore identitario abbastanza animato per la varietà delle colture e per il popolamento umano, seppure rado. Antecedentemente doveva essere un ambito che versava in un forte stato di solitudine, inospitale per l’uomo a causa degli impaludamenti evocati nella denominazione dei luoghi, Pantano Alto e Pantano Basso (alto e basso in quanto è una pianura che non ha un unico livello, bensì ha una certa pendenza).

L’unico centro urbano, peraltro significativo essendo sede vescovile, della piana, un comprensorio per il resto spopolato, è Termoli, ma non si coglie una dipendenza del nucleo produttivo da questa città. Ciò non solo per la distanza fisica che li separa la quale si giustifica pure perché non è il caso di addossare fabbriche ad un abitato, si evita in tal modo il degrado dell’ambiente cittadino. Che ci sia un rapporto stretto tra città e area produttiva è, comunque, certo e a evidenziarlo è la consistente quantità di alloggi di edilizia residenziale pubblica presenti nei diversi «piani di zona» della cittadina adriatica dove vivono gli occupati nelle industrie.

Lo sviluppo della zona industriale ha portato ad uno sviluppo della città, ormai (e di gran lunga) il secondo insediamento del Molise. Si fa rilevare, inoltre, che i piani regolatori di Termoli e dell’Agglomerato Industriale sono due piani distinti. L’Agglomerato acquista piuttosto significato ad una scala più vasta di quella locale, quella regionale, non fosse altro che esso è incluso in un sistema assai ampio che comprende, secondo il disegno della Cassa del Mezzogiorno, gli «assi di sviluppo industriale» (cioè Bifernina e Trignina) i quali collegano i «poli di sviluppo industriale» (Pozzilli, Campochiaro e, appunto, Termoli).

Come è facile riconoscere non è stata una pianificazione astratta essendosi misurata con la struttura concreta del territorio dove le superfici pianeggianti sono poche contese tra industria e agricoltura «industrializzata», collocate le più estese alle ali della regione, quella di Termoli e quella di Venafro, mentre abbastanza piccola è quella di Boiano: in ognuna di queste pianure è stato ubicato un Agglomerato che ha grandezza diversa in relazione alla grandezza della piana; è quello di Campochiaro, solo 110 ettari il minore (si ricorda che l’industria come l’agricoltura bisognano di una piana).

L’Agglomerato di Termoli beneficia poi della morfologia particolare di questo ambito molisano che è quella di una condizione di continuità fisica per l’assenza di rilievi che possano ostacolare gli spostamenti in senso nord-sud a differenza di quanto succede nel resto del Molise per via dei solchi vallivi che ripartiscono il territorio in fasce ristrette secondo la direzione est-ovest. Così l’Agglomerato può usufruire essendo terminate le vallate del Trigno e del Biferno, una volta raggiunta la striscia litoranea, dei collegamenti ferroviari e stradali di livello nazionale i quali si sono sviluppati sulla costa proprio per l’assenza di barriere, fatto che ha permesso il trasporto delle merci e quindi il raggiungimento dei mercati.

Francesco Manfredi Selvaggi91 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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