Intime storie di vita intrecciate a quelle di un “Padre & Figlio n° 2”

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di Vincenzo Di Sabato

Enrico e Luigi Sorella. Breviario di valori nella ragnatela di vicendevoli ricordi

Avevo 24 anni nel paleolitico 1960, né uomo né ragazzo. Ero da un anno impiegato alle poste, e seguitavo a respirare la felicità nel gestire uno spazio di giornale e narravi vicende e cadenze di vita regionale. Su quel quotidiano romano – in’unica pagina – aleggiavano a mano libera, autorevoli maestri della penna: Corrado Caluori, Annibale Orlando e Gaetano Tartaglia da Campobasso; Sabino d’Acunto da Isernia; Francesco Sciarretta da Termoli; Angelo Tatta da S. Croce di Magliano; Domenico Tirabassi e Michele Minieri da S. Martino in Pensilis. Fortuna rara aver potuto fruire, allora, di tanta vantaggiosità.

Son le 12,30 d’un martedì di settembre. Prima della riapertura pomeridiana dell’ufficio, devo assicurare al Capo Redattore una paginetta illustrativa su umori, orientamenti, astuzie e pettegolezzi locali, in vista delle Amministrative di novembre a Guardialfiera. Apro a ventaglio pensieri, convincimenti, propositi, risoluzioni che non risulteranno, poi, abbastanza graditi da un capofila politico locale e dal suo “padrino”, parlamentare liberale e inoppugnabile gloria forense.

Alla loro furibonda reazione, Giuseppe Piedimonte, Direttore Provinciale p.t., dispone a mio carico l’azione ispettiva, cesellata dal rigoroso e giovane Mirco Cofelice. Sarò trasferito il 21 ottobre a Pizzone, ultimo gaio paesino molisano imbottito dal silenzio e dall’inforabile nebbia delle Mainarde. Ma la“beata solitudo” viene disciolta al 39° giorno, dall’àlito festoso di Nicola Pompilio, capo del personale, messaggero del mio improvviso volteggiare verso Guglionesi.

Un giorno e mezzo, tuttavia, per raggiungere il riaccostamento a Guardia. Non c’era Bifernina ma strade ghiaiose, collegamenti disastrosi in quel territorio che manco aveva allora Isernia per Capoluogo di Provincia. Ma il 30 novembre, veicolato in “Vespa” da Renato Vincelli, approdo sul “lungomare” di Guglionesi. C’è Michele Maurizio, figlio del mio paese. Egli ci ristora e mi accaparra subito l’alloggio alla <Locanda del marinaio>. “E’ presto ancora! – farfuglia Michele – ho tanti amici al Dopolavoro”. E, assetato nella gola e nell’anima di trovarne uno capace di offrirmi cuore, affetto e ascolto, sgambetto con lui ad abbeverarmi da questo nuovo boccale di coraggio.

Gioca al biliardo anche Enrico Sorella. E l’orologio scocca le 19,30. Il gestore del circolo impone la “sosta-cena”. Si chiude, bisogna uscire! Enrico vien giù con me e, all’istante, s’intreccia un reciproco filo d’oro di simpatia. Egli ci accompagna sul triclino di Castellara: il “Colle di Diòniso”, sul quale il paese galleggia, al balenìo della sera, carezzata da un discreto venticello grecale. Da lì a scrutare l’acrobazia di villaggi appesi sui groppi delle colline, tra Daunia e Abruzzo, nel diadema pittoresco di fine autunno.

“Gareggiando affettuosamente con Dario Rocchia per conto di due quotidiani di Roma, venivo anch’io spesso qui – paleso ad Enrico – per narrare al Molise la progressione delle <Opere d’Amore> e la contagiosa energia di don Carlo Maglia e don Giacomo Sommavilla; descrivevo le strategiche intitolazioni di superflue sale parrocchiali; le drammaturgìe patriottiche escogitate da don Carlo e legate alla sua dignità di tenente cappellano degli Alpini; il Centenario di S. Adamo; il Convegno legato alla solleticante Mostra di Sussidi Audiovisivi, intuita da Pasquale di Biase.

E che saporosità di polli e spettacolarità di fan, in un <Settembrino guglionesano>, al delirare per Jula di Palma e per il M° Bruno Canfora, furbesco omonimo, però, di quel titanico e telegenico direttore d’orchestra degli anni ’50!” Enrico, incuriosito, mi ascolta assieme allo sciame di amici. E rammento loro aneddoti molto ghiotti proposti ai lettori di quei giorni, riguardo a conflittualità o vivacità d’intese politiche insorte tra Vittorino Rispoli, Enrico Carissimi e Basso Mileti, fra Antonio Acampora, Mario Salvatorelli e Matteo Lucchese. Ed anche i balletti di colorite consonanze o dissonanze dei fratelli Bonifacio e di Casimiro Sabella (meglio conosciuto come Mimì della cooperativa), a secondo i moti d’orgoglio e di umanità, o di proposte ideologiche duellanti.

Gli amici restano calamitati soprattutto al racconto di quel Comizio, per la festa del lavoro, pronunciato un primo maggio sotto la lapide dei Caduti dalla Signorina Rocchia, comunista. La lastra di marmo è murata su una parete esterna della chiesa maggiore. E l’oratrice viene d’un tratto infastidita dal suono scrosciante ed incessante di tutte le campane che i monelli della Casa del Fanciullo, slanciano a distesa nel bel meglio del discorso, col pretesto d’annunciare ai fedeli, l’inizio solenne del mese mariano.

Guglionesi, insomma così! Simpaticamente curiosa, eternamente contesa, perennemente grande. Il primo dicembre son già all’’usconico” Ufficio Postale, dietro lo Sportello n° 2.  Unico maschietto e tre femminucce ad amare l’utenza in uno spazioso e macabro ambiente del Palazzo Ducale. Sul pianerottolo dell’unico scalone – espugnato da un assortimento di mortai per fuochi d’artificio – mi appare, nel tempo di Natale, l’animuccio limpido e pirotecnico di colei che, da 56 anni, mi segue, m’incoraggia, mi sopporta e che – frattanto – è divenuta mamma guglionesina dei tre figli nostri e nonna, con me, di cinque mirabili nipoti.

Enrico, “il Pizzicarolo”, (= pizzicagnolo, venditore al minuto di alimentari), a parer mio è “Enrico il Grande”, come il monarca dei Borboni. Esalta con azioni consuete, la sua verticalità di spirito. E’ inseparabile a quei di Guardia, anche a Mario mio fratello, a Vincenzo Bucci, Franco Mancini. E, in una intensità di pace, organizza amichevoli di calcio e convivi succulenti. Ma la vita scorre e ci baratta. Io andrò prima a Montecilfone e, fra una raggiera di movimenti, stazionerò per decenni alle Poste di Palata. Lui – ancora scapolo – espatria per il Canada, poi per gli Stati Uniti. Rimpatria, presto, coniugato con Anna e con la prole di due scherzosi “ Moschettieri”: Luigi, e Gerry, impazienti del terzogenito, di Fabio, che vedrà la luce in Italia a sublimare e somigliare, così, a quei “tre Moschettieri”, coraggiosi ed impavidi gentiluomini di Dumas.

Ma quando si dice il caso! Mi capita, meno d’una dozzina d’anni fa, di riavvalermi della professionalità di Gino Palladino, tenace Editore del Capoluogo. Nel suo Centro di Produzione, l’operatore sta curando il montaggio d’un nostro documentario: “Sulla soglia del tempo”, incanti d’un Molise sconosciuto. Sarà premiato a Viterbo nella Sala dei Priori, per il Festival Mondiale del “Film in Video”. “Fra il reale e l’irreale” era, invece, il titolo d’un altro cortometraggio ispirato al Presepe Vivente di Guardialfiera, vagheggiato da “Papà Cecchino” il quale, assieme a noi, fu insignito della Palma dorata, il 31 ottobre 1992, al Teatro Verdi di Montecatini Terme.

E si dice il caso che – dilettandoci di antiche glorie e spaziando con Gino dentro la Sala “AxA” – scivolo con lo sguardo fra capienti scaffali e adocchio un libro da rappresentanza: “Il Convento di San Francesco a Guglionesi”. Mi folgora il nome di un Coautore: Luigi Sorella. E’ lui! Mai incontrato, quasi sconosciuto, quasi amico. Lui, “ furor di figlio e nobiltà di padre”. Ha voglia di arte e di comunicare l’arte. Perciò crea “Fuori Porta Web”. Dirige la Collana”TracciAntica” per la Palladino Editore. Avvampa di patria fierezza la sua gente, percepisce le voci di dentro, fruga archivi parrocchiali e diocesani.

Scrive! Nel 2009 pubblica “Non solo un prete”, un libro di intensità, convincente, saporoso di tempo e di amore; intrighi di preti, diari di storia, situazioni spumeggianti. Gli occhi ruotano tra pagine ammirevoli, capaci di magnetizzare anche chi non ha superato la boa del mezzo secolo. Pagine da leggere!  Egli ha appena cinque anni alla morte di don Carlo Maglia, il personaggio eroe del “tascabile”. Eppure Luigi, sembra proprio lui il testimone vivente di tutto un crogiolo di dinamismo, dal quale scaturisce ancora la preziosità di un magistero sacerdotale e umano capace di irradiarci sveltezze nuove. Ma c’è bisogno, nel nostro concerto pensoso, pure di un andante con brio. Risentire cioé i vivaci “spartiti” del tempo. E rivedere il già visto, proprio così, proprio come accade scrutando quel album fotografico storico del ”Non solo un prete”, laddove la potenza della fotografia narrativa, si fa seduzione e rivisitazione sentimentale, in un campionario macchiettato di genuina guglionesaniti.

Ho l’infelix culpa – mannaggia – di non conoscere pienamente l’impegno letterario di Luigi. Ma, come sempre, rimedia in qualche modo il <caso>, sospingendomi nel dicembre scorso alla “pizzicheria” del papà. Lì avverto ‘na guelije (=una gran voglia) de pizze ch’i sfrengele. Enrico me ne porge due e mi esorta a passare anche da Luigi: “ha un libro per te”, che smarrisco  e rintraccio solo da poche settimane. Dal lunghissimo titolo, leggo l’ultimo rigo: Cesare Ferrante, da Vicario di Sessa Aurunca a Vescovo di Termoli in Guglionesi. Mi basta! “In Guglionesi”. E’ tutto il piacere del suo luogo.  E Luigi svela, così, l’irresistibile follia interiore per l’alma terra dei padri sacra e santa. E’ una ricognizione accertata con intellettualistica curiosità. E’ l’adesione, l’ossessione, l’esortazione implicita a tutti i romantici, di ricercare – ciascuno in domo sua – un realismo essenziale per produrre quell’epifania di amori da gridare poi e concretare sempre nella vita, in pensieri, parole e opere. Mai in omissioni.

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