Anche il paesaggio è in dissesto

dissesto-idrogeologico

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Non finanziario bensì idrogeologico. Con le frane muta l’aspetto del contesto paesaggistico.

Anche i piani paesistici si occupano di frane, anzi lo fanno prima, siamo nel 1991, degli altri documenti di programmazione regionale. È da notare che la nostra legge sulla pianificazione paesistica è del 1989, la n. 24, lo stesso anno in cui lo Stato emana la legge sulla difesa del suolo, la n. 183; i piani di bacino, neanche per la parte riguardante la franosità sono stati definitivamente approvati (per quelli del Biferno e del Trigno sono, comunque, scattate, ormai da un anno, le misure di salvaguardia).

Non significa, va precisato, che il tema in passato non sia mai stato affrontato: per gli ambiti rurali fin dal 1923 sono state individuate le superfici soggette a vincolo idrogeologico, mentre per quelli urbani in base alla legge n. 445 del 1908 sono stati determinati i «centri abitati instabili da consolidare o trasferire». Per quanto riguarda le aree insediative c’è una disposizione statale che risale al 1974 la quale stabilisce che in sede di redazione degli strumenti urbanistici venga predisposto uno studio sulla stabilità dei terreni interessati dall’edificazione.

Urbanistica e idrogeologia da quel momento vanno insieme, anche se un passo decisivo da compiere in questa direzione è la limitazione del consumo di suolo. Infatti, piuttosto che l’assenza di disciplina urbanistica che qui da noi è da tempo colmata (la Legge Ponte del 1967 ha obbligato i Comuni a dotarsi di PRG o di PdF) è il fatto che, in genere, i piani sono sovradimensionati e, quindi, vengono interessate dall’antropizzazione che provoca cementificazione con conseguenze evidentemente sull’assetto idrogeologico, aree naturali.

Il fenomeno della dispersione delle abitazioni nell’agro è una delle cause di tale problema specie in certi comprensori della regione dove vi è una preferenza per la casa unifamiliare; la diffusione in campagna delle costruzioni residenziali non si ha nei paesi di montagna (Alto Molise) e in quei circondari connotati da una elevata qualità agronomica che rende svantaggioso economicamente trasformare le particelle coltivate in lotti edilizi. Va considerato che la tendenza all’estensione dell’urbanizzato sembra non fermarsi anche lì dove vi è un trend di diminuzione demografica.

Pure si continuano a realizzare palazzine nelle periferie dei centri maggiori, Campobasso, Isernia e Termoli, occupando spazi liberi sotto la spinta della paura di vivere in fabbricati sorti prima della classificazione sismica di quei centri specie quelli realizzati nei primi decenni del dopoguerra; si spera che l’incentivo del Sismabonus spinga alla ristrutturazione e non all’abbandono del patrimonio edilizio in modo da limitare il consumo di suolo.

Riprendiamo adesso il tema con il quale si è iniziato, cioè con la pianificazione paesistica che, in base alla citata normativa regionale, deve avere una specifica attenzione per la «pericolosità geologica» (art. 2). Nelle Norme Tecniche di Attuazione dei piani sono contenuti i criteri per stabilire il grado di pericolosità legato, appunto, alla geologia, criteri dettati dal coordinatore degli 8 piani, prof. G. Nigro, con apposita direttiva per i gruppi di progettazione.

Sono stati stabiliti 4 fattori che concorrono a determinare la pericolosità di un luogo i quali sono le pendenze del sito, le sue caratteristiche meccaniche, la presenza di copertura vegetale, la sismicità. Ne mancherebbe uno che, di certo, incide sulla saldezza del terreno ed è il passaggio di un corso d’acqua; è evidente, poi, che qualora si introducesse tale ulteriore parametro, il quinto, allora occorrerebbe aggiungerne un altro, il sesto che è la lunghezza del versante perché aumenta la velocità e quindi la capacità erosiva tanto più il torrente è lungo.

La classificazione della pericolosità contenuta nei piani paesistici tiene conto delle condizioni geomorfologiche come rivela l’inclusione nei criteri della inclinazione del versante e, però, sceglie di non inserire i corpi idrici i quali innescano con l’incisione delle sponde i processi evolutivi. Oltre a questa carenza, deliberata o meno, in riguardo alle cause delle frane addebitabili alla geomorfologia vi è la non esplicitazione delle cause antropiche in quanto l’assenza di copertura vegetale non viene ricondotta alle condotte umane che la hanno determinata, dal disboscamento all’agricoltura praticata (con mezzi meccanici o senza l’adozione delle dovute cautele nella regimazione delle acque superficiali).

Sono dovuti all’azione dell’uomo pure gli scavi connessi alla realizzazione di una strada o per l’estrazione di inerti e neanche di questi si fa menzione nonostante costituiscano alterazioni profonde del versante. Opportunamente vi è tra i criteri la causa fisica principale che è il terremoto il quale scuotendo il pendio può dar luogo a un movimento franoso o alla caduta di massi (a Pietrabbondante e a Pesche dopo il sisma dell’84 si è proceduto al disgaggio di sassi o al loro ingabbiamento e ciò sarebbe opportuno pure a Boiano in località Pietre Cadute, comune ricadente nella fascia di maggiore intensità sismica).

Tra le cause predisponenti il moto del suolo, accanto a quelle riportate sopra che sono, a ben riflettere, cause legate a fattori esterni al suolo stesso (lo scorrimento delle acque, la scossa tellurica, la mancanza della vegetazione (salvo, aggiungiamo noi, che si tratti di prati stabili) vi sono quelle per così dire intrinseche connesse, quindi, con la litologia, la fogliazione del substrato, la sua permeabilità, che variano da piano a piano a seconda della geologia del comprensorio.

Un’osservazione ad ogni modo va fatta anche in riguardo alle caratteristiche litologiche: quando si fissano i gradi di inclinazione del sito per stabilire se l’area, in concorso con gli altri fattori, è a pericolosità “eccezionale”; “elevata”, “media” o “bassa” non si fa distinzione tra le tipologie di frane che si possono avere. Infatti i fenomeni idrogeologici rapidi quali i crolli, i ribaltamenti e i colamenti veloci avvengono quando il pendio sta tra i 30° e i 40°, mentre per quelli lenti, dagli scivolamenti ai colamenti ritardati i gradi sono compresi tra 10 e 15; queste pendenze per entrambi sono le situazioni di picco non avendosi incrementi di pericolosità se aumentano i gradi. Ultimissima annotazione è per la copertura vegetale la quale è di tipo erbaceo per i colamenti e la sua assenza o rarefazione per i crolli o ribaltamenti i quali interessano, com’è evidente, massi rocciosi.

Francesco Manfredi Selvaggi69 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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