Il mondo di sopra (paesaggio) E quello di sotto (geologia)

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di Francesco Manfredi-Selvaggi

Non c’è il «mondo di mezzo» perché l’aspetto fisico dei luoghi dipende direttamente dal substrato geologico.

Per l’analisi del paesaggio è necessario partire dalle sue componenti meno soggette a modificazioni le quali ne costituiscono il substrato, ovvero il basamento. Peraltro, analisi di questo tipo hanno un carattere di oggettività utilizzando parametri non discutibili, scientifici, e si contrappongono ad interpretazioni paesaggistiche fondate su criteri soggettivi, molto frequenti. Queste componenti sono le rocce e le terre che si trovano in superficie o nel sottosuolo le quali determinano la forma fisica del territorio. I corpi rocciosi e gli ammassi terrosi con le loro particolari aggregazioni di materiali danno luogo alle «formazioni geologiche» per ognuna delle quali vi è una denominazione riconosciuta e condivisa dalla comunità scientifica.

Le formazioni geologiche possono essere definite come le unità di base capaci di descrivere la composizione dell’ultimo strato della crosta terrestre. Esse sono l’oggetto fondamentale della carta geologica la cui legenda riporta la definizione completa di ogni formazione geologica, cioè la struttura litologica e la stratigrafia individuabile al suo interno. La descrizione esatta delle formazioni geologiche può essere di ostacolo alla comprensione della geologia dei luoghi per la grande quantità di termini che evidentemente si devono utilizzare per cui per facilitare la lettura della cartografia si assume per indicare la formazione il suo elemento prevalente oppure quello che affiora in maniera estesa in superficie; questo elemento, di composizione a sua volta più o meno articolata, è in genere quello che sta in testa alla legenda e, magari, è scritto in neretto.

Le varie formazioni geologiche occupano uno spazio non minuscolo e, del resto, se ciò non fosse esse sarebbero difficilmente distinguibili in mappe in piccola scala (ad esempio 1:50.000 o 1:100.000); in effetti, questo è un problema concreto tanto che nelle campagne di rilevamento al fine di una accuratezza dell’indagine si fa uso di carte di grande scala (es. 1:10.000). Nel trasferimento nelle carte geologiche usuali nelle quali vi è una diminuzione della scala metrica, si sacrifica, per ragioni di sinteticità, un po’ della precisione dei rilievi effettuati con mappe che adottano scale con unità di misura più elevata.

Le formazioni geologiche, lo si è detto, ricevono la loro validazione da enti pubblici o da istituzioni di ricerca, e altresì dal consenso espresso dagli studiosi su riviste specializzate e in convegni di settore e, pertanto, dipendendo dallo stato di avanzamento degli studi, dagli approfondimenti in materia che si vanno effettuando non sono cose cristallizzate (come lo sarebbero se avessero avuto il crisma dell’ufficialità), bensì suscettibili di modifiche. La cartografia geologica, comunque, per il notevole impegno che richiede la sua stesura, è destinata ad essere opera di lunga durata e di conseguenza chi la predispone deve attenersi alla classificazione delle formazioni geologiche maggiormente, per così dire, in voga.

L’osservazione della litostratigrafia, la quale per tanti versi è l’essenza del concetto di formazione geologica non è esaustiva per comprendere la geologia di una determinata area in quanto ha un peso rilevante pure la tettonica: i fenomeni cui dà luogo sono tanti e su carta possono essere rappresentate solo le faglie. Vediamo ora qual è il rapporto tra formazione geologica e paesaggio. L’esteso numero delle formazioni geologiche qui presenti influisce sulla varietà che connota i paesaggi molisani. È da far presente, comunque, che esse non sono le uniche determinanti dei caratteri paesaggistici della regione perché in un ambito territoriale profondamente, quasi ovunque, con l’eccezione delle fasce altitudinali più alte, umanizzato incidono sull’aspetto dei luoghi anche le componenti insediative.

Anzi, è proprio lì dove è maggiore l’antropizzazione è più semplice distinguere i vari paesaggi; in altri termini, i soli elementi fisici, mettiamo la forma di un colle, la lunghezza di una vallata, l’estensione di una piana, non sono sufficienti a determinare l’immagine di quella zona che potrebbe essere uguale a tante altre perché, in fin dei conti, la morfologia è pur sempre riconducibile ad alcuni tipi prefissati. Vi sono, infatti, situazioni morfologiche ricorrenti che non dipendono dalle formazioni geologiche sottostanti le quali, nonostante siano diverse, si associano a configurazioni del terreno simili.

Vi è, invece, una maggiore facilità nel riconoscere i paesaggi se ci si basa anche sulle peculiarità degli insediamenti: vi sono paesi che si dispongono «a gradinata» su un versante, vedi Pesche e Roccamandolfi, e non sulla sommità del rilievo come fa Torella, centri abitati che preferiscono disporsi su una dorsale, Isernia che sta tra le strette valli del Sordo e del Carpino, e altri che si adagiano sui passi intermontani ad esempio Capracotta che si trova nel valico che divide monte Campo e monte Capraro e, poi, vi sono agri rurali punteggiati da abitazioni coloniche e quelli che ne sono privi pur appartenendo entrambi alla fascia collinare e la testimonianza di ciò è costituita dai contigui territori comunali di Trivento e di S. Biase, il primo ricco di case sparse oltre che di borgate, il secondo con pochissime dimore agricole.

L’atteggiamento verso la geografia fisica muta nelle diverse fasi storiche per cui troviamo i recinti sanniti sulle alture (monte Saraceno sia di Cercemaggiore sia di Pietrabbondante, monte Vairano di Campobasso, monte Ferrante di Carovilli, ecc.), le città romane in pianura, vedi Altilia, i borghi medioevali nelle colline e qui le prove sono tantissime.

Ricapitolando quanto detto, le formazioni geologiche non bastano a definire un paesaggio perché occorrono anche i segni che vi imprime l’uomo e adesso aggiungiamo che incide fortemente pure la tettonica; quest’ultima è dominante sulla litologia e ciò spiega perché una medesima struttura morfologica può essere frutto di formazioni geologiche differenti (è difficile rendersi conto di quale sia il substrato, se arenaceo o argilloso, del Toppo Pianelle di Tufara una autentica montagna di terra, né che la collina su cui è posto Campochiaro è un conoide di deiezione, in quanto il suo profilo assomiglia a molte altre colline del Molise). La tettonica contribuisce, da un lato, a rendere arduo il comprendere il paesaggio e, dall’altro lato, a diversificare ulteriormente le tipologie paesaggistiche rintracciabili in questo angolo d’Italia.

Francesco Manfredi Selvaggi91 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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