Arrestati 600 operai nel cantiere «cimitero»

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di Dimitri Bettoni

Turchia. La polizia turca reprime lo sciopero di migliaia di lavoratori nel terzo aeroporto di Istanbul, in lotta contro centinaia di morti bianche. Zero sicurezza e stipendi sospesi nel mega progetto, cuore delle grandi opere di Erdogan

Arresti di massa tra i lavoratori in sciopero nel cantiere del terzo aeroporto di Istanbul, Turchia. Sabato mattina polizia e forze speciali hanno fatto irruzione nei dormitori e hanno messo le manette ad almeno 600 tra lavoratori e rappresentanti sindacali. I lavoratori erano in sciopero da venerdì scorso per denunciare le orribili condizioni di lavoro e le centinaia di infortuni e morti avvenute sul cantiere e non riconosciute né dalle aziende costruttrici né dalle autorità.

Gli arrestati sono stati trasferiti in tre diverse stazioni di polizia, con bus messi a disposizione dalle ditte appaltatrici. Una vera beffa, se si considera che la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’ennesimo incidente lungo il tragitto tra i dormitori e l’area di lavoro, in cui 17 operai sono rimasti feriti. «Non trovavano abbastanza mezzi per portarci al lavoro, ma hanno trovato 27 autobus per arrestarci!», ha denunciato alla stampa uno degli scioperanti.

Secondo i sindacati di settore, le condizioni nel cantiere sarebbero radicalmente peggiorate negli ultimi mesi, con l’avvicinarsi del termine dei lavori previsto per il 29 ottobre: le autorità premono perché la scadenza venga rispettata. A febbraio il ministero del Lavoro aveva pubblicato una nota dove sosteneva che 27 persone avrebbero perso la vita nel cantiere aeroportuale. Una risposta alle incalzanti segnalazioni circa il crescente numero di vittime: diverse centinaia, secondo i report di alcuni giornali turchi vicini ai movimenti dei lavoratori e secondo le stime del Sindacato Edilizia. Tanto che ormai il cantiere è soprannominato «il cimitero». E poi le condizioni igieniche nei fatiscenti dormitori, dove non arriva acqua pulita e i materassi sono pieni di pulci e zecche.

Gli operai raccontano di doversi lavare negli stagni attorno al cantiere, mentre nelle mense non c’è mai cibo a sufficienza per gli oltre 30mila lavoratori impiegati nel mega progetto. A tutto questo si aggiungono gli stipendi in ritardo: migliaia i lavoratori senza paga da almeno sei mesi, perché il crollo della lira turca ha messo in ginocchio le ditte subappaltatrici, che hanno così smesso di erogare i compensi.

Ma allo sciopero aziende e autorità hanno deciso di rispondere con la violenza della polizia. Già due giorni fa c’era stato un primo intervento con lacrimogeni e idranti. I lavoratori erano stati minacciati di ulteriori interventi dalla polizia, che considera lo sciopero illegale. Nella prima di mattinata di ieri l’irruzione e le centinaia di arresti. Un incontro è seguito tra dirigenti delle sigle sindacali DevYapi e Insaat Sendika, rappresentanti della holding Iga che gestisce i lavori e ufficiali della polizia.

I lavoratori hanno presentato una lista di richieste per interrompere lo sciopero e riprendere il lavoro, che includono la sospensione dei licenziamenti contro i lavoratori in sciopero e il reintegro di quelli già allontanati dal lavoro, la messa a disposizione di nuovi mezzi di trasporto, il pagamento degli stipendi arretrati, il versamento dei compensi attraverso bonifico bancario e non in contanti come avvenuto sinora, il pagamento dei bonus dei giorni festivi, la condivisione della mensa tra capisquadra e gli altri lavoratori, la fornitura di abiti ed equipaggiamento per il lavoro a norma di legge, l’allontanamento dei dirigenti di Iga responsabili degli incidenti e provvedimenti immediati per risolvere quelli che i sindacati definiscono «omicidi occupazionali».

I rappresentanti aziendali si sono riservati di valutare le richieste dei lavoratori, ma ancora non hanno fornito alcuna garanzia circa il rispetto dei diritti rivendicati dagli operai scesi in lotta. La costruzione del terzo aeroporto di Istanbul, destinato a essere il più grande d’Europa e uno dei maggiori al mondo, è in mano a un consorzio di aziende turche considerate vicine al governo. Il progetto, in passato fortemente contestato dalle associazioni ambientaliste per l’impatto su un’enorme zona boschiva della metropoli e il conseguente taglio di migliaia di alberi, è una delle punte di diamante delle grandi opere volute dal presidente Recep Tayyip Erdogan.

Fonte: il manifesto

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