Riace, un modello per il Molise spopolato

lucano

Mimmo Lucano l’ho conosciuto alla fine dell’estate del 2009 a Riace, nel suo comune, dove mi recai per un reportage perché l’esperienza che era stata appena inaugurata nella vicina Badolato e che Lucano aveva considerato una specie di stella cometa per la sua azione amministrativa, quella cioè di rigenerare i territori interni abbandonati ripopolandoli con migranti accolti e integrati in una comunità multietnica e solidale, poteva essere una feconda indicazione per il nostro povero, piccolo e tenero Molise abbandonato e soprattutto spopolato.

Nei tre giorni di permanenza  in quel disordinato e stimolante laboratorio traboccante d’umanità conobbi la maestra elementare che aveva conservato il suo posto di lavoro perché la scuola era rimasta aperta con l’iscrizione dei bambini immigrati, un ceramista afgano scampato alla guerra e che nella sua bottega riacese aveva ibridato dal punto di vista morfologico e cromatico la sua cultura di provenienza con quella calabrese, dando vita a manufatti di eccezionale impatto e suggestione, ragazze etiopi che inisieme a Pina, la moglie di Lucano con la quale si è separato due anni fa, filavano le ginestre per ricavarne una fibra tessile con cui producevano sciarpe e tuniche colorate con le erbe tintorie locali, i ragazzi dell’associazione culturale “città futura” intitolata a don Pino Puglisi che gestivano insieme al Comune il complicato e innovativo sistema d’accoglienza, e tanti altri protagonisti di un’esperienza che da allora mi porto dentro.

Durante la mia permanenza alloggiai nell’albergo diffuso che Lucano aveva realizzato prendendo in affitto e adattando le case dei riacesi che si erano trasferiti altrove e pranzai nell’osteria “da Nonna Rosa” aperta da poco, nella quale si preparava un menù con piatti afgani, serbi, curdi, senegalesi e calabresi, tutti conditi in maniera sostenuta col piccantissimo peperoncino locale. Il reportage è stato pubblicato su il Bene Comune del settembre 2009, ma prima di metterlo in pagina volli leggerlo a Monsignor Bregantini che proprio allora era arrivato nella Diocesi di Campobasso-Boiano da quella di Locri-Gerace dov’era stato per quattordici intensi e peniciosi anni. Con la collaborazione di Confcooperative del Trentino, Padre Giancarlo (come preferiva e preferisce farsi chiamare) aveva costituito la cooperativa “La valle del bonamico” che produceva frutti di bosco e che aveva sottratto centinaia di giovani alla manovalanza della delinquenza organizzata che in quei luoghi imperversa.

Lucano, comunista e non credente, è rimasto debitore a Bregantini che ha segnato e motivato il suo progetto amministrativo. Era diventato sindaco a Riace nel 2004 e l’anno in cui ci conoscemmo scadeva il suo primo mandato a cui ne è seguito un altro conclusosi nel 2014 e un terzo attualmente in corso. Con Padre Giancarlo il sindaco di Riace si è mantenuto costantemente in contatto e il Vescovo non gli ha fatto mancare il suo conforto e il suo sostegno ogni volta che è stato necessario. Mentre lasciavo Riace seppi che il giorno dopo sarebbe arrivato Wim Wenders per girare delle scene per il cortometraggio a cui stava lavorando e che sarebbe uscito nel 2010 intitolato “Il volo”, con Luca Zingaretti e Ben Gazzarra doppiato da Giancarlo Giannini. Wenders volle chiudere il suo cortometraggio con un’intervista a Mimmo Lucano e a Ramadullah Ahmadzj, un ragazzino afgano la cui famiglia era stata sterminata da un bombardamento della “missione di pace” alla quale l’Italia prendeva e prende parte e che a Riace, a otto anni appena compiuti, gestiva un negozio di abbigliamento di proprietà di zii acquisiti.

Sempre nel 2010 la City Mayors Foundation, un organismo internazionale che ogni due anni stila una classifica dei migliori sindaci del mondo, situa Mimmo Lucano al terzo posto e nello stesso anno la rivista Fortune lo colloca quarantottesimo fra le cinquanta persone più influenti del pianeta, insieme a Obama e a papa Francesco. Nel corso del tempo e fra infinite difficoltà, Riace ha saputo diventare un modello che è partito dall’accoglienza e dall’intergrazione dei migranti, ma che ha saputo ripopolare un borgo abbandonato del Mezzogiorno consentendo anche ai giovani calabresi di rimanere o di tornare nella loro terra: a Riace, che era ridotta a poche centinaia di abitanti, abitano duemila persone delle quali quattrocento vengono da altri paesi. Vi si svolge una sezione del Festival internazionale del cinema di Torino dedicata “alle migrazioni e alla cultura locale” ed è ormai meta di frequentazione di una particolarissima sezione del “turismo esperienziale” che va sotto la categoria non ancora codificata di “Turismo dell’accoglienza” che Lucano e i suoi concittadini hanno inventato semplicemente “restando umani”; nel piccolo comune calabrese nel corso dell’anno si possono incontrare persone provenienti da tutto il mondo che vogliono trascorrervi qualche giorno per immergersi in un’esperienza di umanità traboccante, che porta con sé  significati culturali e politici di attualissima e controversa attualità.

Perciò Rai fiction, in collaborazione con Pico Media e Ibla Film l’anno scorso ha realizzato una miniserie intitolata “Tutto il mondo è paese” per la regia di Giulio Manfredonia e con Beppe Fiorello nel ruolo del sindaco di Riace Domenico Lucano. La messa in onda era stata programmata per la stagione 2018/2019 ma è stata bloccata prima per l’intervento di Maurizio Gasparri in commissione parlamentare di vigilanza e adesso dagli arresti domiciliari che la Procura di Locri ha comminato a Domenico Lucano per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e perché avrebbe affidato direttamente a una cooperativa locale il servizio di raccolta differenziata del suo minuscolo comune. Autorevoli giuristi hanno rilevato l’inconsistenza del castello accusatorio nei confronti del sindaco la cui vicenda ormai è diventata paradigma politico e culturale anche per il disardorno panorama politico del nostro povero Paese allo stremo.

Io, per il poco che vale e non senza un incombente sentimento d’imbarazzo per il solo fatto di essre costretto a farlo, esprimo la mia più incondizionata solidarietà a un uomo che ha dedicato la sua esistenza al bene e al futuro della sua comunità, in una terra infestata dal malaffare e dalla cultura mafiosa, che dovrebbe essere d’insegnamente per il nostro piccolo Molise minacciato su più fronti.

Antonio Ruggieri48 Posts

Nato a Ferrazzano (CB) nel 1954. E’ giornalista professionista. Ha collaborato con la rete RAI del Molise. Ha coordinato la riedizione di “Viaggio in Molise” di Francesco Jovine, firmando la post—fazione dell’opera. Ha organizzato e diretto D.I.N.A. (digital is not analog), un festival internazionale dell’attivismo informatico che ha coinvolto le esperienze più interessanti dell’attivismo informatico internazionale (2002). Nel 2004, ha ideato e diretto un progetto che ha portato alla realizzazione della prima “radio on line” d’istituto; il progetto si è aggiudicato il primo premio del prestigioso concorso “centoscuole” indetto dalla Fondazione San Paolo di Torino. Ha ideato e diretto quattro edizioni dello SMOC (salone molisano della comunicazione), dal 2007 al 2011. Dal 2005 al 2009 ha diretto il quotidiano telematico Megachip.info fondato da Giulietto Chiesa. E’ stato Direttore responsabile di Cometa, trimestrale di critica della comunicazione (2009—2010). E’ Direttore responsabile del mensile culturale “il Bene Comune”, senza soluzione di continuità, dall’esordio della rivista (ottobre 2001) fino ad oggi. BIBLIOGRAFIA Il Male rosa, libro d’arte in serigrafia, (1980); Cafoni e galantuomini nel Molise fra brigantaggio e questione meridionale, edizioni Il Rinoceronte (1984); Molise contro Molise, Nocera editore (1997); I giovani e il capardozio, Nocera editore (2001).

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