La poetica di Domenico Iannacone

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di Paolo Di Lella

Densa. Dovendo trovare un aggettivo per descrivere la serata di ieri, presso la Sala consiliare del Comune a Campobasso, per l’occasione gremita di gente, che ha visto protagonista l’autore dei “Dieci comandamenti”, mi viene in mente questo termine, tanto più efficace in quanto lo stesso Iannacone ne ha fatto ricorso parlando del suo stile di racconto della realtà.

L’occasione è stato il premio “S. Giorgio”, istituito dal Centro Studi Molisano e dedicato annualmente “ad una persona di origine molisana – o che comunque abbia operato in Molise – che si sia particolarmente distinta in uno o più dei diversi campi della conoscenza”.

Dopo gli interventi del Presidente del sodalizio Giuseppe Reale, che ha fatto un excursus filosofico sul concetto di realtà e della sua rappresentazione, e di Giuseppe Iacobacci che nella laudatio affidatagli ha preferito riferire aneddoti relativi alla sua amicizia annosa con Iannacone e fare considerazioni utili a introdurre il protagonista della serata, oltre naturalmente ai saluti istituzionali del sindaco Antonio Battista e del presidente del Consiglio comunale Michele Durante, ha preso la parola il giornalista originario di Torella.

Proprio attorno al punto fondamentale del racconto della realtà Domenico Iannacone ha imperniato il suo lungo, appassionante ed evocativo intervento.
Non ha potuto, naturalmente, fare a meno di parlare – non senza una punta di polemica – del suo rapporto quotidiano con i dirigenti RAI. Una dialettica significativa di come il giornalista molisano intenda la televisione in maniera differente, abbastanza controcorrente, rispetto all’approccio più in voga, che caratterizza generalmente la programmazione della TV pubblica.

Qualcuno ha definito – del resto lo ammette egli stesso – “morale” il suo linguaggio. La trasmissione “I dieci comandamenti” (il cui titolo è già un programma), in effetti, segue una dinamica quasi cinematografica, con lunghi silenzi e focus sulla vita interiore e sociale dei personaggi, un modo etico e induttivo di intendere il racconto, da un punto di vista letterario, poetico, prima ancora che giornalistico.

L’inchiesta morale di Iannacone non si scontra soltanto con le fake-news, prodotti di quell’“ansia da prestazione” di cui la televisione negli ultimi è sempre più afflitta, ma è di altra natura anche con il lavoro di inchiesta come quello proposto da Iacona con Presa Diretta.
Non a caso, il nostro Iannacone ha accennato a qualche contrasto avuto quando, per cinque anni, ha lavorato nel programma di Iacona.
Questo ci pare l’equivoco tenuto sulla corda lungo l’intero corso della bella e civilissima serata di ieri sera, cioè il fatto che non si sia demarcata con chiarezza la differenza tra un certo modo di fare giornalismo, sensazionalista, generatore di notizie costruite ad arte e il giornalismo d’inchiesta rappresentato dalla trasmissione di Iacona, da Report e da poco altro in un palinsesto votato agli ascolti e schiavo della pubblicità.

E’ stata avanzata una critica al giornalismo scritto e all’inchiesta preparata con mesi di intenso lavoro, come se questo modo di lavorare costituisse un approccio ideologico che impedisce di cogliere la complessità delle situazioni, come se il fatto di partire da un’ipotesi di lavoro, da verificare con la ricerca e l’approfondimento, costituisse un vincolo e un impedimento per il giornalista.

In effetti – speriamo che non ce ne abbia per questo – l’inchiesta morale di Domenico Iannacone è altro rispetto alla vera e propria inchiesta giornalistica.
Iannacone va sì dove si sviluppano le contraddizioni, ma preferisce concentrarsi sulle vite e sul profilo interiore dei personaggi.
Lo fa in maniera davvero unica ed eccezionale, apprezzabilissima.

In effetti, in questo senso, Michele Durante avrebbe meritato due righe all’inizio, perché ha centrato benissimo il carattere dei lavori di Iannacone, alludendo alla letteratura più che al giornalismo in senso stretto.

Peraltro è significativo che a conclusione della serata, Iannacone stesso, parlando di qualche screzio a cui è giunto negli ultimi tempi con i suoi produttori, ha ammesso che se mai si troverà costretto a lasciare la televisione, si darebbe anima e corpo al teatro civile.

A giudicare dalla brillantezza, dall’autorevolezza, dal modo di tenere la scena con cui ha condotto la godibilissima serata di ieri, non faticherebbe ad avere successo.

Paolo Di Lella77 Posts

Nato a Campobasso nel 1982. Ha studiato filosofia presso l'Università Cattolica di Milano. Appena tornato in Molise ha fondato, insieme ad altri collaboratori, il blog “Tratturi – Molise in movimento” con l'obiettivo di elaborare un’analisi complessiva dei vari problemi del Molise e di diffondere una maggiore consapevolezza delle loro connessioni. Dal 2015 è componente del Comitato scientifico di Glocale – Rivista molisana di storia e scienze sociali (rivista scientifica di 1a fascia), oltre che della segreteria di redazione. Dal 2013 è caporedattore de Il Bene Comune e coordinatore della redazione di IBC – Edizioni. È autore del volume “Sanità molisana. Caccia al tesoro pubblico”. È giornalista pubblicista dal 2014

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