Dopo il Premio S. Giorgio a Iannacone (2) – Giornalismo, Televisione e Letteratura

domenico iannacone

testata sblog tabassoIl Premio San Giorgio assegnato a Domenico Iannacone è stato un’occasione rara e preziosa per discutere a livelli piuttosto alti di rapporto tra letteratura e giornalismo partendo dai “Dieci comandamenti” televisivi firmati dal nostro bravo conterraneo.
Con un taglio filosofico sul concetto di realtà e della sua rappresentazione, Giuseppe Reale, presidente del Centro Studi Molisano, ha ravvisato nell’opera di Iannacone una ricerca di verità e di responsabilità deontologica.
Antonio Battista, sindaco di Campobasso, vi ha riscontrato “valori alti e nobili, ben oltre l’informazione”. “Letteratura più che giornalismo in senso stretto” ha aggiunto Michele Durante, presidente del consiglio comunale. Giudizi che collimano con quello del critico letterario Gian Paolo Serino, per il quale i “Dieci comandamenti meriterebbero il Premio Strega come miglior romanzo degli ultimi venti anni”.
Tutti hanno infatti apprezzato “quei silenzi che sanno parlare” che, anche a mio giudizio, sono l’originale cifra dello stile Iannacone. Quella sua capacità di scovare personaggi e contesti inusitati, stabilendo con essi un’interlocuzione che proprio attraverso la gestione dei silenzi riesce a far emergere toccanti rivelazioni umane e sociali. Quello di Iannacone è insomma un giornalismo che abolendo testi e parole abolisce se stesso per diventare teatro e letteratura. Non a caso Iannacone ha ammesso che se mai fosse costretto a lasciare la TV, si darebbe anima e corpo al teatro civile.
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Negli anni ’70 fu il giornalista e grande scrittore Tom Wolfe a lanciare il Manifesto del New Journalism che mirava a instaurare tecniche di origine letteraria nella scrittura giornalistica. Così la soggettività della narrazione si abbatté sul mito dell’obiettività fondato sulle famose “cinque W” (who, when, where, what e why: chi, dove, quando, cosa e perché). Il racconto giornalistico cominciò quindi a procedere assumendo il punto di vista di una terza persona, chiari riferimenti a Henry James e a Joyce.
Questo, per inciso, ha prodotto un giornalismo “alto” che in Italia ha riscontri di tutto rilievo. Credo tuttavia che la scrittura giornalistica non debba ignorare la sua oggettiva destinazione sociale. Cosa che impone al buon reporter di rispettare al massimo il diritto alla comprensione da parte di un lettore “generalista”, cioè di uno più aduso alla prosastica. Ma questo rispetto lo obbliga a compiere una specie di continuo suicidio stilistico, resistendo cioè alle tentazioni della letterarietà o, peggio, del narcisismo letterario. Paradossalmente, il buon reporter deve riuscire ad imporsi una eutanasia linguistica servendosi proprio della sensibilità linguistica acquisita attraverso le letture letterarie che gli sono indispensabili per esercitare bene il suo mestiere. Come dire che la semplicità si può raggiungere solo passando attraverso una propedeutica della complessità letteraria. Ebbene: quel rapporto complesso, indiretto e impersonale che si stabilisce tra scriventi e lettori, Domenico Iannacone è riuscito, in termini televisivi, a renderlo semplice, diretto e personale. Egli ha abolito il giornalismo abolendo parole e praticando silenzi, ma lo ha reso letterario.

Giuseppe Tabasso80 Posts

Nato a Campobasso nel 1926, laurea in lingua e letteratura inglese, ha iniziato la carriera giornalistica in vari periodici (Gente, L’Europeo, Radiocorriere). Inviato speciale di politica estera al GR3 della Rai, ha seguito dal 1976 i massimi eventi internazionali e 13 viaggi di Giovanni Paolo II all’estero. Ha lavorato a Strasburgo come redattore parlamentare, a New York presso la Rai Corporation, a Londra e a Colonia per le sezioni italiane della BBC e della Detuschland Funk. Pubblicazioni: Il settimanale con Nello Ajello (Ediz. Accademia, Roma 1978); Facciamo un giornale, Manuale di giornalismo per studenti, insegnanti e apprendisti comunicatori (Edizioni Tuttoscuola, Roma 2001); Il Molise, che farne? (Ed. Cultura & Sport, Campobasso 1996); per le Edizioni Il Bene Comune: Post Scriptum. Prediche di un molisano inutile (2006); Gaetano Scardocchia, La vita e gli scritti di un grande giornalista (2008), Molise, anno zero (2009) e Moliseskine (2016); per l’Editrice Filopoli, Mol(is)eskine (2013); Gli Esuli. Tra il mito di Abramo e di Ulisse (in Campobasso capoluogo del Molise, Vol. III, Palladino Editore). Ha diretto con Tarquinio Maiorino il mensile Molise (1992/3).

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