Il ripostiglio trasloca sul balcone

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di Francesco Manfredi-Selvaggi 

Che si trasforma in veranda la quale in qualche modo nasconde alla vista, a chi vede dalla strada, il nuovo uso di questo spazio esterno dell’alloggio.

Nelle case, già da alcuni decenni, sono spariti i ripostigli in ossequio si può dire alle teorie dell’exsistenzminimum. Queste sono collegate all’architettura razionalista la quale qui da noi, se non in un periodo molto più tardo rispetto a quello in cui è nata tale corrente architettonica, gli anni 20 del XX secolo, ha avuto poca diffusione. Essa, comunque, ha lasciato alcune tracce di sé nella concezione dell’alloggio tra le quali quella dell’eliminazione dello sgabuzzino. È da dire che, magari, esso era presente nella versione originale dell’appartamento e che è scomparso in seguito.

Va precisato che, inoltre, che il nostro argomento è centrato sul tema della veranda la quale è un elemento che è stato introdotto successivamente alla loro costruzione prevalentemente nei fabbricati pluriplano edificati a partire dal secondo dopoguerra. Le due ultime considerazioni vanno collegate nel senso che si tratta ormai di unità abitative, quelle nelle quali si è aggiunta la veranda vissute, a volte, da 2 o più generazioni che hanno avuto necessariamente, in relazione ai cambiamenti degli stili di vita, concezioni differenti dello spazio abitativo; peraltro la diversità denunciata è ancora più, di nuovo, diversa se si tiene conto dell’ampia diversificazione, termine con la medesima radice, nella composizione sociale e quindi, culturale la quale si contrappone all’omogeneità, ovviamente per classi, delle epoche precedenti.

Così come ogni nucleo familiare, quando non anche ogni componente dello stesso, ha un proprio bakground, una propria maniera di vedere il mondo e sé stesso/i condizionato da suggestioni ricevute dalla moda, dalla televisione, dai contatti ormai più facili con altre realtà, così ogni dimora ha una sua storia. Quando un’unità abitativa è, appunto, abitata da persone dello stesso ceppo parentale, magari ricevuta dai figli in eredità da parte dei padri, allora subentra una sorta di condizionamento, per così dire, psicologico per cui si è restii ad effettuare cambiamenti sull’immobile per i legami emotivi che si hanno con l’assetto attuale per via dei ricordi ad esso connessi, mentre se si subentra, per acquisto, in una abitazione in precedenza di proprietà altrui si hanno meno remore ad apportare modifiche alla distribuzione dei locali.

È certo, si fa molta fatica oggi ad abitare i moduli residenziali disegnati del periodo in cui le “palazzine” sono state lo schema tipologico fisso che ha accompagnato l’espansione urbana dell’ultimo mezzo secolo; esse prevedevano, senza variazioni, la suddivisione dell’appartamento in zona giorno e zona notte, la distinzione tra cucina-pranzo e salotto, il corridoio di smistamento delle camere. Ciò discendeva, da un lato, da questioni di tipologia edilizia, ma, dall’altro lato, da ragioni antropologiche, dall’idea piccolo borghese, il famoso ceto medio, di famiglia, di modo di vivere che si rispecchia pure nell’organizzazione dello spazio domestico.

Diventa addirittura discutibile, alla stregua di un format indovinato, la suddivisione interna dell’alloggio, anche quando questo ha superficie estremamente ridotte, in camerette che risultano quasi compresse a causa dei pochi metri quadri a disposizione; non bisogna rinunciare a nessuna delle destinazioni d’uso della casa dei sogni a cominciare dal salottino che in quanto ambiente di rappresentanza è frequentato solo in occasione delle visite. È pur sempre exsistenzminimum, ma senza la ricerca della funzionalità dei primi architetti moderni.

È più facile apportare adattamenti agli appartamenti nelle strutture in cemento armato il quale cominciava ad affermarsi in quell’epoca che in quelle in muratura in quanto le prime sono in pianta puntiformi ingombrando così di meno: ciò conferisce maggiore flessibilità nella progettazione d’interni con parola ormai in voga. Invece, se il fabbricato è formato da setti murari esso risulta rigido planimetricamente e, perciò, per ottenere una nuova disposizione spaziale occorre lavorare davvero di fino. Per riprendere il cuore del discorso che si è annunciato prima, quello della veranda, bisogna dire che il balcone che è assente per minimizzare i costi nei “casermoni” popolari del Novecento (è strano, ma pure il palazzo INCIS in piazza ora Falcone e Borsellino a Campobasso non li ha) è una presenza fissa nelle costruzioni di livello più elevato, per gli impiegati, commercianti, professionisti.

Non è più quello di una volta destinato prevalentemente a posizionarvi i vasi di gerani che sono poco profondi, mentre adesso la tecnologia del c.a. consente sbalzi pronunciati e, di conseguenza, profondità superiori. Ci occupiamo, per il ragionamento che stiamo seguendo, di quelli che sono, immancabilmente, adiacenti alla cucina i quali sono balconi singoli non balconate. Il luogo del cucinare è stato, prima che venisse rivalutata tale attività, uno spazio di servizio ed il balcone annesso era considerato avere il medesimo connotato.

Come ogni locale secondario che si deve la cucina affaccia sul retro della casa, non sul fronte principale, e con essa il balcone che lo segue. La tendenza che si afferma è quella di concentrare tutto quanto è ritenuto di servizio in un unico angolo dell’appartamento e ciò determina che anche lo sgabuzzino traslochi qui per far posto al “secondo bagno” che viene ad occupare lo spazio precedentemente destinato a custodire gli oggetti, dalle scope all’armadietto per gli attrezzi, (non i contenitori per la raccolta differenziata, un’esigenza contemporanea), che non è elegante tenere a vista.

Il “bagnetto”, anch’esso di servizio, in verità in alcuni casi viene ricavato proprio nel balcone prossimo alla cucina e sul quale, di frequente, affaccia la finestrella del bagno concepito già nella pianta dell’alloggio; per quanto riguarda quest’ultima annotazione è da ritenere che tale scelta progettuale si sia andata affermando successivamente alla decadenza dell’uso a dispensa per i prodotti alimentari freschi del balcone della cucina per l’introduzione dei frigoriferi e del supermercato sotto casa con il banco frigo.

La vicinanza costante con la cucina si spiega per questi aspetti i quali conferiscono a tale balcone il connotato di balcone, in qualche modo, di servizio; si aggiunge, per completezza, che anche la cantina perde il suo ruolo iniziale, essenziale per gli alimenti a lunga conservazione, sostituito dai punti vendita della grande distribuzione, per diventare mero locale di sgombero. Si segnalano, inoltre, abusi consistiti nell’eliminazione del balcone ora cucina e veranda, che rimane senza termosifone, per farne un unico vano, ma questa è un’altra storia. La veranda si lega a tutto questo, rendendo percepibile l’evoluzione che ha subito oggi l’alloggio.

Francesco Manfredi Selvaggi122 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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