Il piano, casa, sport e turismo

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di Francesco Manfredi-Selvaggi

In un apposito articolo della legge regionale si disciplina la localizzazione delle strutture turistico-sportive.

Non è che di per se sia da vietare l’ubicazione nell’agro di iniziative turistiche e sportive promosse da imprenditori privati tanto che ciò è consentito sia dalla normativa statale riguardante le attività produttive sia dalla legge regionale sul Piano Casa, è solo che bisognerebbe prestare attenzione alle conseguenze che si vengono a determinare all’intorno. È da rilevare la differenza che c’è tra le due disposizioni legislative appena citate ed è che mentre nei procedimenti SUAP, la prima di queste si conclude con una decisione del Consiglio Comunale con la seconda si va, in qualche modo, «de plano», senza, cioè, un avvallo del massimo organo di governo della città; si fa notare che per la tipologia di azioni imprenditoriali delle quali si sta parlando sarebbe utile ottenere il consenso del livello decisionale più alto perché verrebbe a costituire una garanzia rispetto a future proposte di opere da localizzarsi nelle vicinanze, magari di segno opposto come, mettiamo, un opificio industriale anch’esso in deroga allo strumento urbanistico.

Coloro che hanno investito in attrezzature turistiche per lo sport rimarrebbero perplessi se accanto ad esse venisse a sorgere un capannone; ciò sia per il probabile disturbo acustico (i camion che trasportano i prodotti) e, nel caso di allevamenti intensivi, per gli odori e sia per le limitazioni visive che il volume edilizio può imporre. A tale proposito è da dire che il godimento di visioni paesaggistiche di pregio è un fattore di attrazione determinante per impianti destinati ai turisti e a chi voglia praticare sport, specie se all’aria aperta.

Un esempio è il golf dove il praticante è maggiormente stimolato nel seguire il percorso delle «buche» se riesce a scorgere interessanti quadri panoramici. È pure vero, bisogna ammetterlo, che l’ambiente lo si può sempre manipolare: il riferimento è all’hortus conclusus il quale è uno spazio in cui la natura è come estraniata dal contesto e il modello esemplare a noi vicino è quello di Benevento, nel pieno dell’abitato vicino alla chiesa di S. Sofia con dentro, una sorta di arredo, il famoso cavallo dello scultore Mimmo Paladino e al contorno un alto muro che impedisce la vista verso l’esterno.

Questa descritta è una soluzione drastica al problema di evitare contaminazioni percettive con il mondo che è di fuori a tale orto il quale potrebbe provocare disturbo alla contemplazione della natura. Vi sono, però, altre ricette meno draconiane tese a ridurre, non ad eliminare completamente il contatto con la realtà circostante, fonte di disagio per chi è venuto nella struttura turistico-sportiva a trascorrere il proprio tempo libero, la quale, perciò, deve essere un luogo piacevole.

Attraverso gli strumenti dell’«arte dei giardini» è possibile attraverso appropriate mascherature vegetali occultare alla vista quel determinato elemento incongruo che sta oltre i confini del lotto e, all’opposto, incorniciare, per così dire, quel particolare angolo di paesaggio che si vede mentre ci si sta rilassando su una poltrona oppure giocando a tennis, ancora una volta attraverso un accorto uso di arbusti e siepi a formare una cortina verde intermittente che lascia aperti dei varchi alla stregua di finestre.

Le tecniche di questa disciplina che è un insegnamento oggi, in verità un po’ trascurato nelle Facoltà di Architettura sono tantissime e rinnovate nel tempo dato che si tratta di una materia di studio antichissima e, quindi, non mancano gli spunti per intervenire a mitigare l’eventuale incidenza negativa del traffico, di manufatti brutti, di cartellonistica pubblicitaria e così via. Un cenno ancora all’Università per dire che, però spesso si registra una specie di schizofrenia tra i campi disciplinari per cui si può avere che chi insegna progettazione delle infrastrutture sportive pone attenzione esclusivamente alle loro esigenze tecniche trascurando quelle della collocazione nel paesaggio le quali sono, invece, oggetto di studio in una diversa branca universitaria.

Manca, inoltre, l’integrazione, che si dovrebbe approfondire nel curriculum scolastico tanto per la formazione degli urbanisti quanto dei paesaggisti e quanto degli specialisti delle opere sportive, tra queste ultime e i servizi per il turismo. Usando quale esemplificazione di nuovo il golf vediamo che accanto al campo da golf c’è di solito la club-house riservata ai soci e ai loro familiari, il locale ristoro per i visitatori, il punto vendita di gadget e, passando ai laghetti di pesca sportiva incontriamo pure autentici ristoranti.

Un grande merito che ha il Piano Casa molisano è quello di aver messo insieme in uno specifico articolo, l’art. 4, le “cose” turistiche e quelle sportive, la necessità che si stava evidenziando sopra. Si auspica che in una prossima rivisitazione di tale norma si possa inserire una disposizione che preveda che venga favorita, sempre che si abbiano i requisiti di attrattività paesaggistica, la localizzazione in aree o meglio stabili industriali dismessi (la superficie è già livellata e, quindi, idonea per i campi da tennis e da calcetto), oltre che per riqualificare questi siti per ridurre il consumo di suolo.

Il consumo di suolo costituisce una preoccupazione maggiore se ad essere interessate sono zone di forte vocazione agricole nelle quali, peraltro, per la fertilità della terra vi sono colture di pregio e, quindi, un paesaggio agrario di elevato valore che non va distrutto, a vantaggio proprio delle imprese turistiche e sportive. Una differente convenienza per tali soggetti economici è quella della condivisione da parte della massima assise comunale qualora venga sottoposta ad essa la progettazione dell’intervento perché il Comune (al di là di quanto evidenziato in precedenza relativamente al fatto che in sede di approvazione di successive installazioni di natura contrastante con quella turistico-sportiva sarebbe logico che tenesse conto di quanto già avviato) può fare molto per incrementare l’appetibilità turistica dell’ambito in cui ricade l’attività imprenditoriale creando un parco fluviale, una rete sentieristica, ecc..

Ad ogni modo l’Amministrazione Comunale si trova ad essere inevitabilmente partecipe dell’iniziativa privata non fosse altro che ad essa deve assicurare l’allaccio alla fognatura, il collegamento con i mezzi del trasporto urbano prevedendo una fermata degli autobus se non la realizzazione di una pista ciclabile canale di circolazione che si addice meglio a queste strutture.

Francesco Manfredi Selvaggi155 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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