Le Primarie di domenica/Un rito fratricida mai stato così speciale per salvare la democrazia

Domenica prossima si svolge in tutta Italia un rito democratico che, con tutti i suoi limiti, ogni partito dovrebbe adottare. Le Primarie sono la pubblica messa in scena di un “fratricidio” politico il cui verdetto finale non è riservato ai soli militanti o simpatizzanti di un partito ma è a piena portata di quella cosa rovinata dal populismo che si chiama popolo.

Un rito che forse la tecnologia renderà obsoleto ma che manterrà sempre il fascino dell’unica vera democrazia diretta. Recarsi a un gazebo, mettersi in coda a vivo contatto umano, siglare una scheda e infilarla, persino pagando un obolo, in uno scatolone che non è un’urna virtuale, è cosa diversa da un click da casa per eleggere un rappresentante del popolo come se si pagasse un bonifico on line. Inoltre i risultati che escono da quei vecchi scatoloni sono a disposizione di tutti, non di una piattaforma digitale privata.

Al Gazebo ci si sintonizza e confronta con una comunità che compie il tuo stesso dovere civico di scegliere e magari di sbagliare.

È il luogo dove si compie alla luce del sole un ricambio di classe dirigente aperto a chiunque – a chiunque – volesse mutarne il connotato. E non è certo un caso se le Primarie non abbiano mai trovato cittadinanza nelle formazioni politiche della destra i cui leader sono praticamente immuni da qualsiasi contendibilità.

Ma perché questa volta le Primarie del PD hanno un peso che va ben oltre l’analisi del sangue dei candidati? Perché in un momento di confusione politica come quello che attraversiamo va ribadito fermamente il principio che nessun sistema democratico funziona con equilibrio se a una destra trionfante e governante non corrisponda un contrappeso a sinistra.

La posta di domenica è dunque questo riequilibrio e il suo segnale di fondo non verrà tanto dal voto quanto dall’affluenza di popolo. Come dire che un cittadino modello che vota a destra ma è per la democrazia, domenica dovrebbe recarsi al gazebo per salvarla.

Basterebbe anche una semplice scheda bianca.

Giuseppe Tabasso182 Posts

(Campobasso 1926) ha un nipotino, due figli e una moglie bojanese, sempre la stessa dal 1955. Da pianista dilettante formò una band con Fred Bongusto. A suo padre Lino, musicista, è dedicata una strada di Campobasso. Laureato in lingua e letteratura inglese, è giornalista professionista dal 1954. Nel 2018 è passato dall’Ordine dei Giornalisti del Lazio a quello del Molise per terminare la carriera dove l’ha iniziata. Ha lavorato in vari quotidiani e periodici (Paese sera, Corriere lombardo, Ore 12, L’Europeo, Annabella, Gente, Radiocorriere). Inviato di politica estera per il GR3 della RAI, ha lavorato a Strasburgo come redattore parlamentare, a New York presso la Rai Corporation, nelle sezioni italiane della BBC a Londra e della Deutschland Funk a Colonia. Pubblicazioni: Il settimanale con Nello Ajello (Ediz. Accademia, Roma 1978); Facciamo un giornale (Edizioni Tuttoscuola, Roma 2001); Il Molise, che farne? (Ed. Cultura & Sport, Campobasso 1996); Post Scriptum, Prediche di un molisano inutile (Bene Comune Edizioni 2006), Gaetano Scardocchia, La vita e gli scritti di un grande giornalista (2008), Moliseskine (Bene Comune Edizioni, 2016). Per le stesse Edizioni è in corso di pubblicazione Fare un giornale, diventare giornalisti, Manuale di giornalismo per studenti, insegnanti e apprendisti comunicatori.

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