Le Primarie di domenica/Un rito fratricida mai stato così speciale per salvare la democrazia

Domenica prossima si svolge in tutta Italia un rito democratico che, con tutti i suoi limiti, ogni partito dovrebbe adottare. Le Primarie sono la pubblica messa in scena di un “fratricidio” politico il cui verdetto finale non è riservato ai soli militanti o simpatizzanti di un partito ma è a piena portata di quella cosa rovinata dal populismo che si chiama popolo.

Un rito che forse la tecnologia renderà obsoleto ma che manterrà sempre il fascino dell’unica vera democrazia diretta. Recarsi a un gazebo, mettersi in coda a vivo contatto umano, siglare una scheda e infilarla, persino pagando un obolo, in uno scatolone che non è un’urna virtuale, è cosa diversa da un click da casa per eleggere un rappresentante del popolo come se si pagasse un bonifico on line. Inoltre i risultati che escono da quei vecchi scatoloni sono a disposizione di tutti, non di una piattaforma digitale privata.

Al Gazebo ci si sintonizza e confronta con una comunità che compie il tuo stesso dovere civico di scegliere e magari di sbagliare.

È il luogo dove si compie alla luce del sole un ricambio di classe dirigente aperto a chiunque – a chiunque – volesse mutarne il connotato. E non è certo un caso se le Primarie non abbiano mai trovato cittadinanza nelle formazioni politiche della destra i cui leader sono praticamente immuni da qualsiasi contendibilità.

Ma perché questa volta le Primarie del PD hanno un peso che va ben oltre l’analisi del sangue dei candidati? Perché in un momento di confusione politica come quello che attraversiamo va ribadito fermamente il principio che nessun sistema democratico funziona con equilibrio se a una destra trionfante e governante non corrisponda un contrappeso a sinistra.

La posta di domenica è dunque questo riequilibrio e il suo segnale di fondo non verrà tanto dal voto quanto dall’affluenza di popolo. Come dire che un cittadino modello che vota a destra ma è per la democrazia, domenica dovrebbe recarsi al gazebo per salvarla.

Basterebbe anche una semplice scheda bianca.

Giuseppe Tabasso130 Posts

Nato a Campobasso nel 1926, laurea in lingua e letteratura inglese, ha iniziato la carriera giornalistica in vari periodici (Gente, L’Europeo, Radiocorriere). Inviato speciale di politica estera al GR3 della Rai, ha seguito dal 1976 i massimi eventi internazionali e 13 viaggi di Giovanni Paolo II all’estero. Ha lavorato a Strasburgo come redattore parlamentare, a New York presso la Rai Corporation, a Londra e a Colonia per le sezioni italiane della BBC e della Detuschland Funk. Pubblicazioni: Il settimanale con Nello Ajello (Ediz. Accademia, Roma 1978); Facciamo un giornale, Manuale di giornalismo per studenti, insegnanti e apprendisti comunicatori (Edizioni Tuttoscuola, Roma 2001); Il Molise, che farne? (Ed. Cultura & Sport, Campobasso 1996); per le Edizioni Il Bene Comune: Post Scriptum. Prediche di un molisano inutile (2006); Gaetano Scardocchia, La vita e gli scritti di un grande giornalista (2008), Molise, anno zero (2009) e Moliseskine (2016); per l’Editrice Filopoli, Mol(is)eskine (2013); Gli Esuli. Tra il mito di Abramo e di Ulisse (in Campobasso capoluogo del Molise, Vol. III, Palladino Editore). Ha diretto con Tarquinio Maiorino il mensile Molise (1992/3).

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