Il Risolutore, autobiografia alternativa?

Giannubilo

Facciamo i nostri complimenti e i migliori auguri a Pier Paolo Giannubilo per l’inclusione del suo “Il Risolutore” nella rosa dei dodici finalisti al Premio Strega 2019. Di seguito, pubblichiamo integralmente un articolo di Gianni Spallone, dedicato proprio al libro dello scrittore molisano, già presente sul numero cartaceo di febbraio della nostra rivista

Per determinare il genere narrativo dell’autobiografia, si potrebbe ripetere con Philippe Lejeune, un esperto della materia, che esso è il “racconto grosso modo retrospettivo fatto da un uomo della propria vita, tendenzialmente dall’inizio al momento della scrittura” (corsivi miei usati per assumere la definizione con molta approssimazione e riserve. Si tratta, infatti, di un genere problematico che ammette molte varianti)

Ciò per anticipare che Il Risolutore, ultimo romanzo di Pier Paolo Giannubilo, è un’autobiografia (?) fuori dalla tradizione, non “canonica” che presenta una molteplicità di livelli di scrittura. Uno su tutti: un io narrante sdoppiato, che racconta di sé (“me”, “mia sorella” e per quanto si sa dell’autore anche la predilezione per le poesie di Valerio Magrelli) e di un altro, un “lui” (personaggio “scrittore e artista poliedrico”, “imparentato con Alessandro Manzoni”). Dunque, un romanzo intimo e insieme oggettivo che travalica le fragili frontiere del genere e sconvolge, capitolo dopo capitolo, il regolare ordine cronologico, spazio-tempo per affermare la libertà di trattare i ricordi e i materiali in una sorta di inusitata schidionata.

Il Risolutore si situa, perciò, tra un’autobiografia e un memoriale, tanto che tra gli accadimenti familiari (il tratto domestico della personalità) e quelli dei viaggi e dei ricordi (che privilegiano la storia sociale e politica) si dispiega lo spazio centrale dell’esperienza vitale dell’autore.

Naturalmente il lettore percepisce questo “disordine” narrativo attraverso il “presente” della scrittura autobiografica dell’io narrante inserito in una frastagliata e complessa rete di “passati”. Tanti passati adibiti a ricostruire la vita dell’autobiografo e quella di “lui”. Un presente tra una pluralità di passati. Episodi in cui si narra un passato vicino, altri in cui si rievocano passati lontani. E si potrebbe persino parlare di una distanza tra il passato e i passati (contenuto bio-auto-biografico) esposti in una relazione dialettica in cui i due momenti si illuminano reciprocamente.

In questa deliberata scelta si impone con calcolata coerenza un montaggio a frammenti, lampeggiamenti di ricordi evidenziati graficamente da uno spazio bianco tra l’uno e l’altro. Un assetto di ibridismo narrativo che un ipotetico ordine tradizionale in sequenze lineari massacrerebbe nella sua peculiarità.

Ecco allora che l’Io del testo è un Io in costante costruzione, un Io in totale libertà che nega e rifiuta ogni funzione o norma ordinatrice. Un Io (apparentemente) senza preoccupazioni o ansie di carattere convenzionale.

Gli spazi e i tempi in cui agiscono questi Io sono molteplici: domestici e ristretti, città e nazioni nei quali Giannubilo ha vissuto (o è/è stato testimone di “lui”). Creta Libano Praga Cuba Zagabria e un lungo eccetera in cui rientrano anche Campobasso e Lugo di Romagna. Una geografia personale elaborata con una solida vocazione cosmopolita.

Come definire, allora, questa “autobiografia alternativa”? Una cronaca sentimentale letteraria? Un testo contaminato con caratteristiche di memoria e di storia? Una memoria dei luoghi visitati impressa di fenomeni, persone, eventi mai vissuti prima? Un amalgama di storia, letteratura, politica e soprattutto sentimenti, senza alcuna tentazione di parteggiare per l’uno o per l’altro ambito (a parte l’Io sentimentale che rimemora e vive con una motivata intensità). Uno sforzo letterario guidato dal desiderio di dare, come si dice in questi casi, un senso alla vita? O, forse (forse cautelativo), Giannubilo ha voluto compiere una sorta di atto di liberazione per dare uno sfogo alla sua vocazione di scrittore. Personalmente credo (credo cautelativo anche questo, ma non tanto), che con questo suo Il Risolutore ha inteso, più di tutto, registrare la propria identità nel mondo delle lettere. Riscuotendone a ragione un brillante successo.

 

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