Il Risolutore – Recensione

giannubilo

di Nicolino Civitella

Una biografia di Ruggero Manzoni che porta in primo piano  tratti o momenti legati alla sua attività di operatore dei Servizi segreti, ma anche momenti della sua vita culturale e  familiare. Il materiale utilizzato è in via preminente il frutto di un incontro concordato tra l’autore e il Manzoni, della durata di due giorni (e due notti), durante il quale il biografato racconta e l’autore videoregistra, limitandosi da parte sua  a qualche  sollecitazione o richiesta di chiarimento. Ma, ad integrazione, l’autore ha fatto ricorso anche ad altro, e di ciò  egli dà conto nella breve nota posta in coda.

La struttura narrativa è particolare, perché l’autore si inserisce direttamente nella narrazione non solo nella fase iniziale dove espone la genesi del suo proposito narrativo, ma anche qua e là, con piccole sortite che fungono da pause  nel lavoro di ricostruzione biografica nel quale è impegnato. Questa presenza dell’autore è abbastanza discreta, ma è tale da stabilire, tra lui e il personaggio oggetto principale della narrazione, un rapporto  nel quale lui (l’autore) si pone nei confronti del Personaggio con un atteggiamento di cauta diffidenza poiché teme che questi possa essere un millantatore, un fanfarone, uno che cerca di catturare l’immaginazione dell’interlocutore con le proprie mirabilia per appagare  uno smisurato senso di vanagloria.

Di conseguenza si fa scrutatore attento degli eventi che gli vengono riferiti tenendo le orecchie  sempre ben ritte nell’intento  di scorgervi eventuali incongruenze che possano svelare  anche inavvertitamente le temute millanterie. Ma di volta in volta, pur non rinunciando mai alla cautela, è indotto a concedergli il credito dell’affidabilità. Si tratta di un rapporto che sotto il profilo della tecnica narrativa si fonda su uno sdoppiamento dell’Io narrante il quale parla parallelamente di sé in prima persona e, in terza persona, del personaggio. Nell’avanzare le proprie cautele, l’Io coglie l’occasione per dire anche altro del proprio sé, ed è un qualcos’altro che viene in qualche modo sollecitato dalle vicende del personaggio.

Mano a mano che l’autore procede nella storia del personaggio, tocca dei punti nei quali scorge  delle affinità  tra il proprio sé e il personaggio medesimo.  “I suoi difetti di fabbrica non sono forse,benché in scala 100:1, anche i miei …? (… )La verità è che non sono mai uscito da me stesso scrivendo di lui, neanche un momento. Tutt’altro. (…)  I giorni della nostra chiacchierata a Lugo sono stati per me il principio di un’avventura fra i segreti di due sconosciuti. Il primo è Manzoni. Io secondo, io.” pag. 321. Sembra dunque che l’autore proceda scoprendo via via nel personaggio elementi che destano la sua ammirazione  ma che ad un tempo gli dischiudono nuovi orizzonti di autocoscienza.

Insomma l’autore  ingaggia con il personaggio una sorta di segreto confronto  dove  d’acchito il personaggio appare un gigante e l’autore un soggetto minuto costretto a guardare l’altro dal basso in alto, ma dove tuttavia, a ben vedere, il “minuto” ha l’ardire di sfidare il gigante da pari a pari, anzi col segreto proposito di imbrigliarlo  nella propria rete. Una sorta di Davide contro Golia, con la differenza che mentre l’obiettivo di Davide è quello di sconfiggere il gigante che ha avuto l’ardire di sfidare, il Nostro sembra che voglia catturare il “Proprio”  nell’intento di scrutarlo dentro e scovarvi qualcosa del sé. Riuscirà nell’impresa?  Non pienamente. In primo luogo perché la rievocazione del ricordo,  sulla quale si fonda la ricostruzione, non si identifica mai perfettamente con l’oggetto della rimembranza, e ciò a causa dei meccanismi che presiedono all’atto del rievocare,  come insegna la psicologia.

In secondo luogo perché colui il quale porta alla luce il proprio sé, inconsapevolmente  oppure  consapevolmente(magari perché ritenuto inconfessabile), lascia sempre nei fondali della propria coscienza  un deposito di scorie. In entrambi i casi, uno scarto. L’autore in fase conclusiva, si sente appagato del lavoro compiuto, (forse perché ha afferrato qualcosa in più di se stesso?), appagamento che non è inficiato dallo la valenza dello “scarto” poiché l’autore riconosce la piena legittimità alla sua presenza nel consesso delle relazioni umane. Il profilo del personaggio si intesse di un intreccio di natura psicologica nonché socioculturale e storica. Da bambino ha una dimensione fisica che va al di là di ogni immaginazione. Frequenta la scuola elementare e il suo peso corporeo supera abbondantemente il quintale.

Un’anomalia che lo rende oggetto di scherno da parte dei compagni, senza  che egli abbia la minima capacità di reagire agli scherni e neanche  alle aggressività fisiche che i compagni osano permettersi nei suoi confronti. “Palla di grasso” lo chiamano e lui incassa umiliato e scappa via isolandosi. Fin quando, la svolta. In un momento di particolare depressione , trova la forza di reagire  e da quel momento ha inizio la sua vita di riscatti e di rivincite. Domina i compagni e, dopo essersi sottoposto a una cura dimagrante (e non si può escludere che la sua capacità di reagire sia stata attivata dai farmaci prescrittigli dal dietologo), stabilisce appaganti relazioni con le ragazze, pur se la sua stazza rimane imponente e  farà sempre fatica a imbrigliarla. Il sangue delle ferite interiori fertilizza  sempre l’anima. E il Nostro non ha fatto eccezione a questa norma.

Forse proprio in quelle ferite ha trovato la propria scaturigine quella sua indole artistica alla quale  sa è aggrappato come ad ancora di salvezza, e l’ha potenziata, cercando di metterla in evidenza. Guadagnati i propri spazi, avvalendosi anche di sgomitate e dei benefici di schiatta, è divenuto un vulcano di iniziative, tutto proteso a rincorrere le glorie artistiche con una prorompenza che sembra voler eguagliare la sua imponenza fisica. Ma prima che la sua avventura scorra su questa strada in cui si intrecciano arte, mondanità e appagamenti sensuali, un inciampo. È il 1977 e Bologna, dove si è iscritto al DAMS è messa a ferro e fuoco dalle contestazioni studentesche. Durante una di quelle giornate, lui e un amico vengono trovati da agenti in borghese in possesso di armi e condotti in prigione. A tirarlo fuori, le relazioni dei familiari con gli ambienti della destra che conta.

In cambio, però, deve arruolarsi nei Servizi. Sottoposto a duri addestramenti, dovrà tenersi a disposizione  per missioni  nei teatri internazionali: Libano, Praga, Balcani, Afghanistan . Tra una missione e l’altra, prorompe la sua poliedrica vena artistica che lo apre agli ambienti  culturali e artistici europei e ai piaceri  della mondanità. Dopo 25 anni di arruolamento nei Servizi, che via via ha sentito sempre più come un peso anche per via di malanni fisici, chiede, ed ottiene, di essere messo a riposo. Sotto il profilo socio- politico e culturale, questa fase segna un ripiegamento: dalle posizioni in cui agitava le bandiere del progressismo o para rivoluzionarie della gioventù, a quelle del privato:  conservatrici o addirittura ultraconservatrici  di Dio, Patria e Famiglia.

Una parabola che, possiamo dire,  ha riguardato non solo lui , ma una intera generazione, l’ultima che ha osato credere, tra contraddizioni e velleitarismi dai risvolti persino tragici, nell’ambizione di poter occupare da protagonista la scena pubblica, prima  del suo totale ripiegamento nella dimensione  del privato, premessa della trasformazione del popolo in una massa di indistinti vagolanti esposta , come le foglie secche autunnali, al mulinare di ogni  vento. L’autore registra il ripiegamento ma non ne sottolinea la dimensione sociologica. La domanda  è se egli, dopo aver riscontrato alcune affinità con il suo personaggio, si senta in sintonia con lui anche in questo ripiegamento? I momenti più emotivamente coinvolgenti della narrazione sono quelli dove la semplice enumerazione dei fatti cede alla morbidezza della ricostruzione letteraria.

Questo accade specie a partire dalla rievocazione della seconda missione in Bosnia; e l’emozione si fa ancora più intensa con la rievocazione delle figure di Ester e  non solo. Ester  è  la giovane, bella, ricca e dannata che, dopo averle dato una figlia, si consuma nella droga e nel sesso sfrenato  fino a toccare il fondo dell’abiezione. Sicuramente una delle prove più difficili nella vita del Personaggio. Dalla profondità  degli abissi della depravazione nella quale Ester è sprofondata, un barlume esile di rinascita  acceso dalla fiaccola della fede. La fede salvifica, alla quale si è aggrappato anche il nostro Personaggio e che, per quello che so, agita anche la coscienza  l’Autore. Per concludere. Un buon lavoro il cui successo appaga, a ragione, le ambizioni letterarie dell’Autore.

Due  notazioni aggiuntive. 1) Un linguaggio ben curato ma che presenta un uso, mi pare, fin troppo compiaciuto di anglicismi. Certo, le nuove tecnologie che forgiano il linguaggio delle giovani generazioni. Ma reputo  la ridondanza  eccessiva. 2)  Colpito dai loro due crani rasati a zero,  ho messo a paragone i loro due volti, utilizzando due foto tratte dalla rete. L’uno (l’autore), sguardo sdegnoso sotto una  fronte gravida di pensiero, come uno che sembra avere il mondo in gran dispetto; l’altro un volto  velato di una intensa sofferenza.

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