Le malattie del benessere

di Francesco Manfredi-Selvaggi

I vecchi mali erano causati dalle condizioni di povertà e di antigienicità in cui versava la popolazione, e i nuovi dall’agiatezza diffusa.

Le malattie cambiano, o meglio le malattie di cui ci si ammala più di frequente non sono le stesse di qualche decennio fa. Nel dopoguerra la battaglia da vincere era contro le malattie infettive che erano endemiche, dalla tubercolosi alla poliomelite e, ancora prima, la malaria combattuta con il chinino; era forte la mortalità infantile causata soprattutto dalle condizioni igienico-sanitarie che erano disastrose, dovute, a loro volta, dallo stato di povertà in cui versavano larghe fasce di popolazione.

Oggi, invece, i mali che ci affliggono sono differenti e vengono definite le malattie del benessere, tra le quali le più diffuse sono il diabete, l’ipertensione e l’obesità; sono frequenti pure lo scompenso cardiaco, le coronopatie e il BPCO che interessa i polmoni. Tutte queste patologie hanno in comune l’essere croniche, diversamente dal cancro il quale, invece è un male che ha, salvo le metastasi, una conclusione, fausta o infausta. Di tumore fino agli anni 60 (del secolo scorso) quasi sempre, in verità, si moriva perché non c’erano apparecchiature in grado di diagnosticarlo in tempo, quando il suo stadio di sviluppo non è ancora troppo avanzato.

Molto più tardi, peraltro, compare il reparto di oncologia nella rete ospedaliera molisana. Le forme cancerose tipiche delle donne sono quelle ginecologiche e della mammella, mentre per gli uomini quelle ai testicoli e alla prostata. Il cancro ai polmoni è il classico male della modernità, perché il fumo è diventato un’abitudine, un “vizio”, per tanta gente a partire dal periodo post-bellico. Si è incluso il cancro tra le malattie dell’epoca moderna, ma, di certo, non è così: è solo che in passato se ne moriva senza che neanche si fosse capito quale fosse la causa di quella morte.

Deve essere stata la stessa cosa che è successa per l’AIDS, anch’esso un male che non è stato facile identificare; l’AIDS è, comunque, una problematica distinta da quella delle neoplasie in quanto è trasmissibile, trasformandosi in un’autentica epidemia nel 1980 con alcuni limitati focolai rimasti attivi tutt’oggi. L’AIDS viene messo in relazione tra l’altro con un’abitudine di vita legata alla sfera sessuale. Sempre a comportamenti esistenziali, i quali sono considerati sbagliati (si stanno superando i pregiudizi sull’omosessualità) come il fumo per il cancro, sono riconducibili molti stati patologici che sono caratteristici della nostra età e vanno dall’abuso di alcol, la eccessiva sedentarietà, i consumi alimentari spesso eccessivi anche in rapporto alla scarsa attività fisica e alla non elevata qualità nutrizionistica dei cibi, per così dire, di massa.

Al fine di programmare iniziative di prevenzione sarebbe necessario acquisire notizie dettagliate riguardanti l’entità delle persone coinvolte nei problemi elencati. Non esiste un flusso informativo apposito nel NSIS (Nuovo Sistema Informativo Sanitario) né, obiettivamente, sarebbe fattibile trattandosi di informazioni su consuetudini private. Ad aiutare alla conoscenza della casistica di quanti fumano o bevono alcolici in quantità eccessiva vengono in ausilio i rilevamenti dell’ISTAT, in particolare le indagini campione le quali hanno il limite di essere saltuarie, senza cioè una periodicità prefissata tale da permettere di verificare l’esito di politiche, mettiamo, attivate per diminuire il numero dei fumatori.

In futuro, sembra però attualmente avveniristico, si potrà far ricorso ai BIG DATA che, mediante elaborati algoritmi, riusciranno a cogliere le condotte degli individui, compresi gli aspetti che essi vogliono mantenere nascosti. I BIG DATA sono destinati sempre più a sostituirsi agli approcci epidemiologici tradizionali. Nelle banche dati pubbliche troviamo, comunque, informazioni utili ai fini dell’organizzazione di politiche di prevenzione; esse vanno dal ricorso da parte dei cittadini ai servizi sanitari, quali le visite mediche, gli esami diagnostici, l’assunzione di farmaci, i ricoveri in ospedale, al sottoporsi a screening, quindi al dedicarsi alla prevenzione, al tenere sotto controllo la propria salute, fino alla ricognizione sui casi di malattie croniche e di disabilità.

Sono voci, quelle appena elencate, che rientrano tra i LEA (che sta per Livelli Essenziali di Assistenza) che sono gli obblighi ai quali la Regione deve adempiere. Nella griglia di controllo dei LEA vi sono oltre l’”assistenza ospedaliera” e quella “distrettuale” anche “l’assistenza sanitaria collettiva in ambiente di vita e di lavoro”, che è materia dei dipartimenti di prevenzione delle ASL. Le schede così come sono inviate dalle amministrazioni regionali vengono valutate da un organo, il Comitato Lea, che attribuisce un punteggio, il quale va, al massimo a 160 punti, sull’operato di ciascuno di questi a seconda dei risultati ottenuti nei vari campi del’attività del servizio sanitario regionale tra cui quelli già citati dell’assistenza ospedaliera e di quella territoriale e, poi, della riabilitazione, degli screening oncologici e di ciò che riguarda la prevenzione la quale ha un grande peso nei LEA.

La prevenzione, si, è fondamentale e, del resto, è la Costituzione a dirlo e, però, le risorse economiche investite in tale settore sono contenute, tanto che ben i ¾ della spesa sanitaria complessiva sono assorbiti dalla farmaceutica, dalle prestazioni ospedaliere e dalla medicina specialistica. Forse la ragione del ridotto investimento finanziario in prevenzione è che i servizi che si rendono alla società devono essere necessariamente gratuiti, anche per invogliare i componenti della comunità ad accedervi, prendi le vaccinazioni per le quali se fosse stabilito un costo da pagare le resistenze di coloro che già adesso non vorrebbero sottoporvisi aumenterebbero. Nelle altre branche della sanità c’è sempre un ricavo, il tiket; essendo essa entrata in un’ottica di mercato per cui si punta su quelle cose che sono remunerative, che portano al pareggio di bilancio, e viene sacrificata la prevenzione che è un’attività in perdita.

Francesco Manfredi Selvaggi176 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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