Salvatore Settis sul destino di Venezia

di Emilio Fabio Torsello

La cecità di istituzioni e politica sta condannando a morte un ecosistema che va dalla Laguna ai quadri di Tiziano. Non ha dubbi lo storico dell’arte: «Ci stiamo baloccando con il Mose da 35 anni, quando senza Grandi navi qualcosa potrebbe cambiare».

I marmi della Basilica di San Marco erano appena stati restaurati dopo l’acqua alta del 30 ottobre 2018, quando la marea invase alcune decine di metri quadrati del millenario pavimento a mosaico, di fronte all’altare della Madonna Nicopeia, inondando completamente il battistero e bagnando i portoni in bronzo e le colonne. È passato un anno e San Marco è «a un passo dall’Apocalisse», come ha detto il procuratore della Basilica Pierpaolo Campostrini commentando la marea che ha coperto l’80% della città, una devastazione che ha riportato alla memoria l’Acqua Granda del 1966

La Basilica è stata invasa dalle acque sei volte negli ultimi 1.200 anni, tre negli ultimi 20. Un dato che dà la tara sul rischio che corre la città «i cui fondali», spiega a Lettera43.it Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte, già direttore della Scuola Normale di Pisa e autore del volume Se Venezia muore (Einaudi), «negli ultimi decenni sono stati scavati fino a 20 metri per far transitare petroliere e grandi navi, senza tener conto degli effetti che questo avrebbe causato sulla dinamica delle maree».

Domanda. Eppure sembra ci si accorga delle condizioni in cui versa questa città solo adesso. Risposta. Venezia oggi è una città stesa sul letto di morte, in agonia. E non è colpa solo dei cambiamenti climatici o del destino cinico e baro. È colpa in primis degli uomini che hanno fatto la politica nazionale, delle istituzioni internazionali come l’Unesco e non ultimo del Comune.

Cosa intende? Negli anni c’è stata una incapacità di affrontare i problemi nel modo giusto e questo è evidente non solo da quanto abbiamo visto in questi giorni ma anche dallo svuotamento della città: nel 1955 la Venezia lagunare contava 176 mila abitanti, oggi ce sono appena 51 mila. Una città che perde abitanti è una città condannata. Si registrano circa 1000 abitanti in meno, ogni anno. A Venezia c’è una farmacia che ha un contatore luminoso che tiene conto dei nati e dei morti in città. Ebbene, quel contatore è costantemente in rosso.

Senza abitanti, restano in pochi a prendersi cura della città. Esattamente. Negli anni, nonostante una situazione così allarmante, non si è fatta alcuna operazione a favore dei giovani, per ripopolare la città, o per ridurre il numero delle seconde case. A Venezia ci sono centinaia di appartamenti vuoti. Chi ha una seconda casa a Venezia ci sta mediamente due giorni e mezzo l’anno. Chi ci vive così poco, non può rendersi conto dei problemi. Mi viene in mente Woody Allen: ha un palazzo sul Canal Grande ma ci va pochissimo. Senza scomodare i grandi nomi: se una città non la si abita, come si può prendersene cura?

Un’acqua così alta non la si vedeva dal 1966. L’Acqua Granda, come la chiamano a Venezia, del 1966, fu più alta di 10 centimetri rispetto a quanto abbiamo visto ora. E venne causata dal fatto che si decise di scavare il Canale dei Petroli, per permettere il passaggio delle petroliere dirette a Marghera. Nell’ultimo secolo non si è tenuto conto della condizione delicata di Venezia che ha un rapporto di simbiosi con la laguna: è un ecosistema di cui fanno parte pesci, alghe, vegetazioni, isole, esseri umani e monumenti. Tra un quadro di Tiziano e la Laguna c’è una continuità. Ora negli ultimi decenni si sono scavate le bocche di porto, si è passati da una profondità intorno ai 10 metri a circa 60. E questo perché? Per far transitare prima le petroliere verso Marghera, poi le Grandi navi, per permettere ai turisti di guardare piazza San Marco dall’alto. E questa è una forma di turismo vergognosa. Se mettiamo insieme tutti questi fattori ci rendiamo conto che la vera essenza di Venezia non è più curata da molto tempo.

Quali sono gli effetti dell’acqua di mare sui Beni artistici della città? L’acqua di mare contiene salsedine, capace di corrodere e rovinare normalmente edifici e opere. A questo vanno aggiunti i rifiuti che l’acqua porta con sé, le polveri sottili. A Venezia possiamo dire che è a rischio tutto. La ragione per cui ci occupiamo della Basilica di San Marco è perché è uno dei monumenti più famosi al mondo, ma tutta la città rischia di morire. Secondo il letterato inglese John Ruskin, vissuto a metà Ottocento, la Basilica di San Marco è «il termometro del mondo». Ebbene, con questa invasione delle acque questa affermazione risulta lampante. La piazza e la Basilica sono tra le zone più soggette all’acqua alta ma tutti i monumenti e i palazzi di Venezia sono a rischio. Gli edifici della città lagunare sorgono su palafitte che formano una vera e propria rete nel terreno e sono soggette a logoramento. Un logoramento che può certamente essere corretto ma con la dovuta manutenzione. E sono decisioni che vanno prese subito. Adesso. C’è un rapporto Unesco del 2011 che non è mai stato veramente reso pubblico, secondo cui prima del 2050 l’acqua alta a Venezia potrebbe essere perpetua e sarà necessario spostarsi e muoversi con le barche in tutta la città. Con l’innalzamento dei mari uno dei primi porti a essere danneggiati sarà proprio quello Venezia, tutto è più a rischio specialmente se è più in basso. 

Da 30 anni si parla del Mose come dell’opera che avrebbe risolto o quantomeno arginato il problema dell’acqua alta a Venezia. L’idea del Mose poteva forse essere una buona idea ma è finita per essere una scusa per uno straordinario episodio di corruzione. Non ho un giudizio tecnico sul Mose, però dico alcune cose: doveva essere inaugurato, lo annunciò Bettino Craxi, prima del 1995. Adesso dicono che sarà finito tra altri tre, forse cinque anni. Il costo doveva essere di circa 2 miliardi, siamo arrivati a quasi 8. Secondo un calcolo fatto da un economista come Francesco Giavazzi, di questi 8 miliardi, 2 sono finiti in corruzione. Infine, ho letto sui giornali, una parte di queste barriere sono state costruite anni fa e sarebbero già rovinate ed è possibile che quando sarà inaugurato, sarà subito necessario fare manutenzione alle paratie. E anche su questo aspetto nessuno ha dato cifre certe sui costi annui.

Si è avuta fretta di permettere il passaggio delle Grandi navi ma non di tutelare la città… Questo governo dovrebbe avere il coraggio di nominare una commissione internazionale di altissimo livello incaricata di studiare gli atti relativi al Mose e nel giro di due mesi o tre mesi dire se quest’opera possa davvero funzionare. Ci stiamo baloccando con il Mose da 35 anni. E di contro se non transitassero più le Grandi navi, si potrebbero riportare le bocche di porto all’altezza originaria e forse qualcosa potrebbe cambiare. 

Alcuni tra gli ultimi sindaci però sulle Grandi navi non hanno mai voluto sentire ragioni. L’attuale sindaco di centrodestra Luigi Brugnaro è un fautore delle Grandi navi. Ma l’altro principale sponsor negli anni scorsi è stato Paolo Costa, ex sindaco che viene dal Pd. Questa armonia tra destra e sinistra ci dice molto del perché Venezia vada puntualmente sott’acqua. 

L’obiezione principale è relativa all’indotto in termini di supporto all’economia locale, creato dal turismo delle migliaia di persone che scendono dalle navi da crociera e si riversano in città. Tutti pensano agli effetti presunti del turismo delle Grandi navi, da cui in realtà spesso non scende nemmeno la metà dei turisti, ma non pensano all’inquinamento, al rischio che una di queste navi possa sventrare il Palazzo ducale. E anche ultimamente si è andati vicino a incidenti di questo tipo. Oggi si discute del biglietto di accesso a Venezia che considero una stupidaggine, ma non si pensa a bloccare le Grandi navi. E invece di riportare l’altezza delle bocche di porto alla profondità originaria, c’è qualcuno che vorrebbe costruire un secondo canale verso Marghera. Con tale cecità ci stanno obbligando al fatto che Venezia morirà domani.

Fonte: Lettera 43

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