Di castello in castello

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Ovunque ti sposti all’interno della regione ti imbatti in un’opera fortificata. A volte sono posizionate su alture isolate rispetto al centro abitato, integrate con il paesaggio piuttosto che con la struttura urbanistica.

Andare in giro per il Molise è un po’ andare di castello in castello. La popolazione qui non è numerosa, almeno rispetto all’estensione territoriale della regione e ciò porta ad avere una densità abitativa molto bassa, una delle più basse della Nazione; seppure la quantità di uomini è ridotta questa terra è abitata in ogni suo angolo, pure in quelli che si ritengono respingenti il popolamento, cioè l’alta collina e la montagna. In alto Molise vi sono paesi a oltre 1.000 metri di quota e sono esclusi dalla presenza umana unicamente gli ambiti sommitali della catena appenninica e le zone carsiche, prendi il Matese, anche ad altitudine inferiore per l’assenza di sorgenti necessarie, evidentemente, per la vita dell’uomo.

In definitiva, la densità abitativa che si registra nelle statistiche è quella effettiva e non va scorporata nel calcolo alcuna superficie che altrove, magari, va considerata davvero ostile alla presenza di nuclei insediativi. Il Molise è dappertutto abitato. Per permettere questa occupazione pressoché totale del suolo, dato che la gente è poca gli insediamenti devono essere molti (le città sono rare). In ognuno di essi vi è un castello. Tutto il ragionamento esposto serve a dimostrare la fondatezza dell’affermazione iniziale la quale è che spostandosi nel territorio regionale ci si imbatte frequentemente in strutture castellane, fatto che è una nostra singolarità.

Per un visitatore ciò potrebbe apparire addirittura ripetitivo, se non noioso, sminuendosi così ai suoi occhi il valore di questo notevole, perlomeno numericamente, patrimonio culturale. Non c’è, però, alcuna ripetitività tante sono le tipologie di manieri che si incontrano. Le differenze stanno non solo nell’aspetto architettonico, ma pure nella collocazione rispetto ai centri urbani. Non è cosa da poco quest’ultima in quanto il fortilizio separato dall’aggregato edilizio entra in colloquio con il contesto paesaggistico, non con quello urbanistico, che di frequente è una roccia calcarea, trattandosi di alture, lo stesso materiale di cui sono fatte le sue mura, le quali, pertanto, vengono a fondere la loro immagine con l’ammasso roccioso. Bisogna tener conto a proposito della collocazione extraurbana che il castello ha funzioni, oltre che di difesa, di sorveglianza visiva di quanto è compreso nel dominio feudale per cui ha bisogno di posizionarsi sui rilievi (i casi di Civita Superiore, Longano, ecc.).

Precisiamo che, comunque, il borgo e il castello pure quando sono contigui fra loro rimangono sempre fatti distinti (ad esempio quelli di Ferrazzano, Gambatesa, Monteroduni e così via). Un’ulteriore annotazione nei riguardi dei manufatti castellani isolati rispetto all’agglomerato urbano è che essi sono castelli che vengono abbandonati per primi perché, stando su una rupe sono difficili da raggiungere. A prescindere dalla collocazione appartata la loro riduzione a rudere la si deve al loro appartenere, quelli distanti dal paese, alla categoria dei castelli-recinto costituiti esclusivamente da murazione che racchiudono un’area dove, nei momenti di pericolo, si radunavano i cittadini (e anche le pecore, succede a Vastogirardi, il principale bene della comunità).

Il prototipo dei castelli-recinto, architetture fortificate esclusive di un areale geografico che comprende Abruzzo e Molise, è quello di Pesche secondo il prof. Perogalli; il suo stato di degrado e l’essere situato al di sopra del comune facevano temere che le pietre di cui è costituito potessero staccarsi dalle pareti e rotolare a valle mettendo in pericolo l’incolumità di chi si trova sotto per cui il restauro qui risponde tanto ad esigenze culturali quanto di protezione civile. Mettere una certa distanza tra la sede del potere feudale e la cittadinanza serve, è implicito, a creare una fascia di sicurezza contro eventuali sommosse popolari e a Campobasso la cinta muraria che precede la residenza dei Monforte è destinata ad impedire l’assalto dei rivoltosi al castello e la torre superstite, la Torre Terzano, presenta fori per alloggiare cannoni puntati contro la città.

Sempre in riferimento alla questione della separazione tra nucleo abitativo e castello si segnala il dibattito in corso da tempo fra gli studiosi se sia nato prima l’uno o l’altro: c’è chi sostiene la tesi che l’insediamento precedesse la realizzazione del fortilizio la cui installazione in cima al colle avviene dopo con l’affermazione del feudalesimo (o non avviene mai, come a Fornelli il cui feudatario è lo stesso abate di S. Vincenzo al Volturno) e coloro che pensano che il punto forte abbia la progenitura ed intorno ad esso successivamente sia sorto il borgo il quale si metteva, in un certo senso, sotto l’ala protettiva del barone, tanto è vero che a volte, l’aggregato insediativo non ha neanche una propria cerchia di mura di difesa (succede a Colledanchise o a Baranello); sono, comunque, delle eccezioni poiché in tutti e due le interpretazioni storiche il castello è destinato, innanzitutto, a proteggere il signore, mentre il perimetro murario è a salvaguardia delle residenze i cui occupanti, durante un assedio, sono chiamati, piuttosto che la guarnigione militare, a difenderle. In altri termini, l’integrità del castello è affidata a soldati di professione e, invece, le mura urbiche sono presidiate anche dal popolo.

Tra le tipologie dei castelli non si è ancora accennato ai torrioni, quello di Riccia e quello di Roccapipirozzi, che sono di epoca angioina e che svolgono il ruolo di ultimo recetto in cui i proprietari con la loro scorta si “arroccano” nei frangenti più minacciosi. Infine, bisogna accennare ai palazzi signorili frutto della trasformazione nel periodo della “rifeudalizzazione”, tra XVI e XVII secolo, degli antichi manieri di origine medioevale: essi sono all’interno della struttura urbanistica o appena ai suoi margini e tra gli esemplari significativi dal punto di vista architettonico vi sono quelli di Pescolanciano, Torella, Venafro e Portocannone, scelti ognuno a rappresentare un comprensorio sub-regionale. Subito dopo si entra nell’era moderna e i castelli perdono i precedenti significati, ricevendo una riattribuzione di senso nella civiltà contemporanea diventando musei, centri culturali, ecc…

Francesco Manfredi Selvaggi195 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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