Il paesaggio (costruito) ai minimi termini

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Sono le abitazioni la categoria di edificato più consistente e tra queste quelle unifamiliari che prevalgono nettamente come numero nei piccoli centri rispetto alle palazzine che invece sono concentrate nelle realtà urbane maggiori. Vi sono poi le attrezzature collettive e le infrastrutture.

C’è poco da fare per l’inserimento paesaggistico delle architetture contemporanee, specie quelle di grandi dimensioni. Ciò è difficile in particolare quando queste opere sono caratterizzate dall’impiego di nuove tecnologie quali l’acciaio o il legno lamellare oltre al cemento armato qualora esso non è occultato dentro costruzioni dall’aspetto tradizionale.

Vi sono tipologie edilizie che in passato non esistevano, si prendano i cimiteri che si sviluppano in altezza (ad esempio a Isernia) invece di ampliarsi in pianta il che ne snatura l’immagine consolidata di giardino dove meditare nel verde sulla caducità della vita terrena; qui non è il materiale utilizzato che può essere anche la muratura ordinaria, bensì è lo sconvolgimento del senso originario dell’attrezzatura cimiteriale a determinare un certo sconcerto (lo stesso, comunque, succede anche in quei casi, prendi Busso, in cui di fronte all’impossibilità dell’allargamento dell’area si satura lo spazio interno con altre fila di loculi eliminando le presenze vegetali).

Negli stadi, l’unico veramente tale è quello di Campobasso, viene, invece, esibita l’innovazione tecnologica, la struttura in c.a., e il manufatto è ad una scala che prima non era neanche pensabile. C’è, poi, la questione della prefabbricazione, una modalità costruttiva utilizzata per i capannoni (agricoli, artigianali, ecc.) che sono ormai delle componenti costanti del paesaggio; essi sono figli di quella fase della storia della nazione che prende avvio dal “boom economico” e rispondono alle due esigenze che si sono andate manifestando, da un lato quella delle attività produttive di avere grandi luci e, dall’altro lato, l’intercambiabilità delle funzioni da ospitare all’interno per far fronte ai continui cambiamenti che si registrano nell’economia.

Il termine che si adopera per descriverli pure per tale motivo è pure quello di contenitore, una parola chiave dell’urbanistica dei decenni 70 e 80 insieme a comprensorio e a città regione. I capannoni vengono prodotti, d’obbligo in serie, pure nel Molise (uno stabilimento per tutti: Valtappino). Non si tratta, comunque, sempre di oggetti, essendo ripetitivi, privi di identità, bastando poco per caratterizzarli; si è affiancato al volume edilizio nel centro commerciale denominato Lo Scrigno a Termoli una scala mobile esterna che richiama quella del Baubourg a Parigi e qui l’impianto architettonico diventa esso stesso un’insegna pubblicitaria tanto è straordinaria, almeno nel nostro contesto, la soluzione dell’elemento distributivo posto “sfacciatamente” sul prospetto.

Niente a che vedere queste opere, insieme ai viadotti, ai silos, ai serbatoi idrici e così via, con il costruito storico. L’unica categoria di fabbricati che continua ad avere rapporti con il passato è quella delle case unifamiliari. Ad esclusione della movimentazione dei tetti, una moda assai diffusa, le “villette” odierne sia a schiera che isolate sono formalmente simili a quelle tradizionali. Cambia il sistema portante, oggi prevalentemente in conglomerato cementizio armato, ma l’aspetto esteriore, cioè il manto di copertura, il rivestimento in intonaco se non il mascheramento del setto murario con una cortina in pietra, le aperture, la pavimentazione del piazzale, la recinzione, ha molto in comune con quello delle residenze di una volta. Perciò hanno gioco facile i nostri piani paesistici a fissare prescrizioni per i fabbricati da edificarsi che richiamano l’architettura del luogo.

Ciò è contenuto nelle Norme Tecniche di Attuazione le quali pur se il numero delle indicazioni è limitato (d’altro canto, una eccessiva quantità di disposizioni è ingestibile tanto da parte del progettista quanto del controllore del progetto) tendono piuttosto che a tipicizzare la dimora a incrementare quanto più possibile i caratteri capaci di assicurare la sua aderenza al paesaggio. Più complesso è il compito delle NTA quando si tratta del recupero delle case contadine (rurali e urbane). Ormai si è affermato un vernacolo universale che sostituisce i dialetti, per fare un paragone con la lingua, dei vari posti, una sorta di esperanto per cui l’abitazione storica molisana non è riconosciuta nelle sue specificità perché esiste un unico modello abitativo che omologa le differenti culture architettoniche locali.

A dire la verità, così come è successo per la lingua da Manzoni in poi, esso coincide con il tipo edilizio toscano e negli interventi di ristrutturazione del patrimonio costruttivo compaiono di frequente elementi stilistici che non appartengono alla tradizione del Molise: si allargano le finestre e si incorniciano con laterizio mentre da noi le bucature delle abitazioni popolari erano piccole oltre che prive di contorni, per contenere la dispersione del calore e per l’assenza, negli esemplari più poveri, del vetro negli infissi.

Vi possono essere, di certo, contaminazioni da altri linguaggi tra cui l’avanzamento in facciata dei cornicioni aumentando lo sporto di gronda come si usa nelle regioni alpine dove si giustifica per la necessità di allontanare la neve dalle mura; a Vastogirardi, in effetti, l’ultima parte del tetto è sorretta da mensoloni in pietra, mentre quelli delle Alpi sono in legno (e in legno, sempre per lo spirito di emulazione con i villaggi nordici, a Capracotta in recenti caseggiati sono stati realizzati i parapetti dei balconi).

Data l’importanza che gli episodi edilizi minori, maggiormente degli edifici monumentali non fosse altro che per il loro numero notevolmente superiore, hanno nel definire l’identità paesaggistica bisogna nelle azioni di restauro avere attenzione ad ogni dettaglio senza operare alcuna semplificazione e senza scadere nel “pittoresco”, almeno nella definizione esterna dell’edificato. Un qualsiasi regolamento, a partire dalla normativa sui materiali a corredo degli strumenti di pianificazione paesistica, si deve limitare, gioco forza, a fornire schemi da seguire o impartire raccomandazioni, ma nulla può sulle modalità realizzative, cioè sul “saper fare”.

Quest’ultimo è forse l’aspetto più preoccupante, ora che si vanno perdendo le conoscenze artigianali dei mastri muratori, rimasti, purtroppo, senza apprendisti in bottega che vogliano apprendere il mestiere. Oramai anche i materiali da impiegare nei lavori di recupero sono difficoltosi da reperire e bisogna accontentarsi, di conseguenza, di un elemento lapideo di provenienza extraregionale al posto di roccia presa in sito.

Francesco Manfredi Selvaggi200 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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