Due grandi amici e maestri del giornalismo italiano: un ricordo di Giampaolo Pansa e di Gaetano Scardocchia

La scomparsa di Giampaolo Pansa ha destato cordoglio nel mondo del giornalismo che lo ha sempre considerato un maestro inarrivabile. Tutti i giornali ne hanno raccontato la bravura, l’onestà intellettuale, l’inventiva linguistica, le straordinarie capacità di cronista e abbiamo riletto strepitosi brani di suoi articoli, della sua rubrica “Bestiario” e dei suoi discussi libri sulla recente storia italiana, ultimo dei quali il saggio dal titolo “Il dittatore” dedicato all’odiato Salvini.

Mi è parso tuttavia imperdonabile che di Pansa sia passato quasi sotto silenzio il ricordo della più memorabile inchiesta del nostro giornalismo, quella dello scandalo Lockheed che negli anni ’70 scosse il sistema politico italiano, provocò le dimissioni il Presidente della Repubblica Giovanni Leone e, tra l’altro, l’arresto dell’allora ministro della Difesa, il molisano Mario Tanassi.

Ebbene, è il caso di ricordare che quella storica inchiesta, oltre alla firma di Giampaolo Pansa, recava anche quella di Gaetano Scardocchia. Riferendosi a quella indagine, lo scomparso giornalista Luca Goldoni, al tempo collega di Pansa e Scardocchia al Corriere della sera, rievocò la loro determinazione e cocciutaggine nel portare avanti l’indagine, senza guardare in faccia a nessuno: “Li ricordo a Roma emergere disfatti da pomeriggi passati sui libri contabili della Lockheed”.

Aggiungo che, alludendo ai due famosi giornalisti del Washington Post che nel 1974 costrinsero alle dimissioni il Presidente Nixon, io stesso chiesi a Gaetano: “Chi di voi due è stato Woodward e chi Bernstein?”. Mi rispose: “E’ come chiedere a Garinei e Giovannini chi ha scritto il Rugantino”.

Tra lui e Pansa si stabilì un duraturo legame di amicizia. Nel 1993, quando Gaetano scomparse, Pansa scrisse sull’Espresso: “Da uomo schivo – in questo molto molisano – Scardocchia amava silenziosamente la sua terra. Era orgoglioso del suo terronismo e rifiutava la pompa della notorietà”.

Quando nel 1980 Scardocchia fu ricoverato al Policlinio Umberto Iº di Roma per un pace-maker, Pansa andò a trovarlo e così descrisse l’incontro: “Rimasi stupefatto delle condizioni ambientali in cui stava. Un baraccato messo sul fondo di un corridoio, al riparo di una tavola di compensato, dentro un letto corroso dalla ruggine, fra rumori assordanti. Mi spiegò il perché: le cattedre universitarie sono molte, i posti letto pochissimi”.

Ecco, mi è sembrato doveroso, anche da molisano, di ricordare così due dei più grandi maestri del giornalismo italiano

Giuseppe Tabasso153 Posts

(Campobasso 1926) ha un nipotino, due figli e una moglie bojanese, sempre la stessa dal 1955. Da pianista dilettante formò una band con Fred Bongusto. A suo padre Lino, musicista, è dedicata una strada di Campobasso. Laureato in lingua e letteratura inglese, è giornalista professionista dal 1954. Nel 2018 è passato dall’Ordine dei Giornalisti del Lazio a quello del Molise per terminare la carriera dove l’ha iniziata. Ha lavorato in vari quotidiani e periodici (Paese sera, Corriere lombardo, Ore 12, L’Europeo, Annabella, Gente, Radiocorriere). Inviato di politica estera per il GR3 della RAI, ha lavorato a Strasburgo come redattore parlamentare, a New York presso la Rai Corporation, nelle sezioni italiane della BBC a Londra e della Deutschland Funk a Colonia. Pubblicazioni: Il settimanale con Nello Ajello (Ediz. Accademia, Roma 1978); Facciamo un giornale (Edizioni Tuttoscuola, Roma 2001); Il Molise, che farne? (Ed. Cultura & Sport, Campobasso 1996); Post Scriptum, Prediche di un molisano inutile (Bene Comune Edizioni 2006), Gaetano Scardocchia, La vita e gli scritti di un grande giornalista (2008), Moliseskine (Bene Comune Edizioni, 2016). Per le stesse Edizioni è in corso di pubblicazione Fare un giornale, diventare giornalisti, Manuale di giornalismo per studenti, insegnanti e apprendisti comunicatori.

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