La teoria di Isernia Capitale

Isernia è già stata capitale d’Italia, forse addirittura la prima. Certo non lo era ancora di un Regno o di una Repubblica d’Italia; era, tuttavia, la capitale dell’embrione di ciò che siamo, di ciò che almeno geograficamente ci tiene insieme.

Anche solo per questo, il proporsi come Capitale della Cultura, nel 2020, è di sicuro cosa buona e giusta. È una cosa positiva, così come tutte le cose che abbiamo visto svolgersi negli ultimi mesi, da Magnastoria a Brindisernia, per volontà e impegno soprattutto di Emilio Izzo.

È importante anche che i mezzi di informazione americani abbiano considerato il Molise e abbiano riconosciuto la sua importanza come meta turistica.

Tali iniziative, però, pur essendo positive e persino necessarie, rischiano di diventare pericolose perché palliativi di mali profondi che non possono essere curati con terapie tanto leggere ed episodiche.

Il rischio è quello di spendere le energie a disposizione per eventi scintillanti – di cui, nuovamente, ribadiamo l’importanza – che non risolvono problemi e che – è proprio questa la loro pericolosità – nascondono, tengono lontano dallo sguardo una situazione che non è mai stata grave come negli ultimi tempi.

Le iniziative di cui si parla avrebbero tutt’altra efficacia se integrate in un progetto ampio, serio, condiviso e strutturato, con un obiettivo fissato ad almeno dieci anni. Sarebbe meglio puntare, insomma, a un traguardo importante per il 2030 e costruire, nel frattempo, tutto ciò che è necessario per raggiungerlo. Parallelamente, contemporaneamente anzi, verrebbe a costituirsi un apparato di strutture e consuetudini, di servizi e di know-how, che rimarrebbero per sempre nel territorio e sarebbero ben più importanti dello stesso traguardo da raggiungere.

Organizzare per organizzare, proporsi per proporsi dà la sensazione di trovarsi personaggi di una storia in cui – come nel Don Chisciotte – basta convincersi di essere per essere.

È divertentissimo leggere di un tizio che si pone l’obiettivo di diventare Imperatore di Trebisonda; che per far questo si convince di essere un cavaliere; che si convince di avere un cavallo migliore di Bucefalo; che si convince di provare amore per una contadina che immagina essere gran dama; che si convince addirittura di combattere contro giganti che, in realtà, non sono altro che mulini a vento.

Tutto ciò è molto divertente ed è anche molto serio se considerato nella sua dimensione fantastica e letteraria. Trasferire tutto ciò nella realtà è però molto pericoloso. Ha la stessa pericolosità dell’immaginare che un commercialista di Wall Street possa – dopo aver letto il trafiletto di Ondine Cohane sul New York Time – prenotare immediatamente un volo e venire da noi. E se ciò avvenisse – perché, come si dice, alcune volte la fantasia supera la realtà – cosa abbiamo di pronto da offrire a quel turista? A che punto è la nostra offerta culturale e la nostra cultura dell’accoglienza?

Non è vero che a Isernia non accade niente dai tempi della Preistoria. Da un punto di vista culturale è una città vivissima. Si pensi solo alle proposte delle compagnie teatrali locali che hanno una continuità di impegno strepitosa. Si pensi agli eventi organizzati dalle librerie, che sono tante in proporzione al numero di abitanti. Si pensi ai libri di autori locali che vengono pubblicati e presentati.

Si pensi ai musicisti che, nei vari generi, ottengono continuamente consensi e apprezzamenti al di fuori della nostra città. Si pensi alla vicinanza territoriale di eventi come «Eddie Lang» e «Macchia Blues». Si pensi ancora al lavoro immenso della casa editrice di Cosmo Iannone che pubblica autori importanti in collane dal valore oramai riconosciuto ovunque. Si pensi al lavoro «regalato» di storici, archeologici e appassionati che tengono incontri conoscitivi del territorio e pubblicano, spesso a loro spese, i loro lavori, frutto di anni e anni di studio.

Se nel passato non è mai stato fatto un lavoro di coordinamento – anche solo per farli conoscere tra loro – di tutti questi agenti culturali che operano in proprio e quasi sempre volontariamente, non sarebbe il caso di farlo ora? Non sarebbe il caso di coordinare tutte queste energie che da anni lavorano senza alcun rapporto di relazione con gli altri?

Cervantes scrisse il Don Chisciotte per mettere in ridicolo la nobiltà della sua terra, incapace di capire e di gestire la modernità. La novità del nostro romanzo, quello che ci apprestiamo a scrivere, è che la satira, nel nostro caso, sarebbe rivolta verso noi stessi. Immaginare l’organizzazione di un evento fine a se stesso, senza un progetto serio e a lunga gittata, sarebbe come prendersi in giro da soli. Sarebbe evidenziare al pubblico nazionale tutte le nostre incapacità nell’organizzare e proporre la cultura, nell’organizzare e offrire l’accoglienza.

Candidiamoci pure a Capitale della Cultura nell’immediato ma candidiamoci subito a qualcosa di più importante per il 2030. Poi mettiamoci subito al lavoro: analizziamo gli errori del passato, prepariamo un piano di lavoro esplicitato nei minimi particolari, prendiamo impegni, diamoci compiti, soprattutto coordiniamo le forze che sono in campo, che sono tante e di qualità. Solo così sarebbe seria una candidatura tanto ravvicinata, solo come punto di partenza di un progetto elaborato per il cambiamento e, conseguentemente, per lo sviluppo del nostro territorio.

Giovanni Petta23 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017) e «Cinque»; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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