La teoria del corpo docente come associazione di volontariato

Mauro Piras ha pubblicato, qualche giorno fa, sul Sole24Ore, un vademecum per docenti e studenti relativo alla didattica a distanza, la pratica cioè che sta tenendo su la scuola italiana nel periodo del Coronavirus.

Piras scrive che “Le videolezioni, o comunque le attività in collegamento diretto (sincrono) servono, per “seguire” i ragazzi, per accompagnarli sempre; devono essere “costanti”, che vuol dire regolari; non vuole dire che devono essere onnipresenti, soffocanti; però il contatto quotidiano di qualcuno del consiglio di classe ci deve essere, anche breve. Il contatto può essere garantito anche con altri mezzi, oltre al video in sincrono: video registrati, messaggi scritti, messaggi audio ecc. La cosa più importante: gli studenti devono sentirsi seguiti”.

Forse, per essere pronti a tanta sensibilità, sarebbe bastato “seguire” i ragazzi nello stesso modo anche quando l’attività didattica si svolgeva in aula, con tutte quelle accortezze che vengono sollecitate nel vademecum pubblicato. Certo, a qualche docente bisognava ricordare di non essere “onnipresente” e “soffocante”. Ma perché non fare anche questo prima? Perché non farlo quando il soffocamento e l’onnipresenza era persino fisica e per questo più pervicace?

Una settimana fa, i docenti hanno ricevuto una mail dal Ministero che, con ben altri toni – non quelli della discussione e del dialogo di Piras ma della predica dal pulpito -, dava indicazioni su come mettere in atto una didattica a distanza efficace. La nota, subito censurata dalle associazioni sindacali, metteva in fila una serie di banalità come “Mantenere viva la comunità di classe, di scuola e il senso di appartenenza, combatte il rischio di isolamento e di demotivazione / (…)  è anche essenziale fare in modo che ogni studente sia coinvolto in attività significative dal punto di vista dell’apprendimento / (…)La Scuola ha il compito di rispondere in maniera solida, solidale e coesa, dimostrando senso di responsabilità, di appartenenza e di disponibilità” e altre cose del genere, cose che si possono immaginare tenendo conto di quanto già riportato e che non riportiamo per rispetto di chi legge.

Una nota che era tutta una serie di frasi – sullo stile dei nostri post più distratti di Facebook – che offendevano la classe docente. Non so come spiegare… come se un dirigente del Ministero della Religione dicesse al Papa “Santità, preghi perché la preghiera è importante, fa bene…” E i dirigenti scolastici, senza rendersi conto di quanto facevano, hanno girato tale nota ai loro docenti…

Il Ministero dimentica, in malafede, che i docenti, prima della nota ricevuta e prima di avere indicazioni dall’autorità, avevano già messo in atto attività di collegamento con i loro studenti. E lo avevano fatto sulla base delle conoscenze tecnologiche che nessuno si è mai premurato di fornire loro e che però possiedono. Utilizzando la propria strumentazione informatica e la propria rete di connessione. Lo avevano fatto non certo per le abilità, competenze e conoscenze (per dirla in modo ministeriale) apprese per mezzo della “qualità” dei corsi di formazione a cui vengono obbligati o invitati.

Nella seconda tesi del suo vademecum, Mauro Piras dice che “Secondo la lettera della attuale situazione contrattuale e normativa, i docenti non sono obbligati a lavorare da casa. È inutile e dannoso aprire un conflitto su questo. Meglio se tutti la fanno, quindi bisogna rafforzare al massimo il senso di responsabilità e di solidarietà per cui moltissimi si muovono. Facciamo in modo che tutti si muovano perché coinvolti da un forte senso di comunità, e non perché obbligati senza essere convinti della legittimità di quest’obbligo”.

Quindi, tutto ciò che è in campo ora, per il sostegno e la guida dei nostri giovani, non è altro che un’attività di volontariato, non certo attivata perché imposta o sollecitata dagli Organi Superiori ma attuata, senza che venisse richiesta, dai docenti stessi.

I docenti hanno fatto tutto ciò nello stesso modo in cui cuciono i vestiti per le rappresentazioni teatrali dei bambini della Primaria o pagano la cena allo scrittore invitato per un incontro con la classe. Nello stesso modo in cui dormono in alberghi a una stella – in cui nessun dirigente ministeriale o impiegato di altri uffici della pubblica amministrazione dormirebbe – per portare in viaggio di istruzione i propri studenti. Non succederà ai docenti ciò che sta succedendo ai medici, bistrattati prima dell’epidemia e ora definiti eroi. I docenti non diventeranno eroi, nemmeno ai tempi del Corona Virus. Sarebbe rispettoso, però, evitare, nei loro confronti, predicozzi, paternali, prescrizioni professionali e umane che, nella maggior parte dei casi, non hanno alcuna ragion d’essere.

Giovanni Petta30 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017) e «Cinque»; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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