Il fascino indiscreto del post Covid: Futuro e Discontinuità/Ma ogni strategia di ripartenza si chiama ri-europeizzazione

Nei quartieri alti dove si ragiona di post pandemia, tutti d’accordo sulla necessità, anzi sulla fatalità del cambiamenti. Si parla di “nuova normalità”, di “niente come prima” e di “ripartenza”, comunque di discontinuità.

Gli archistar propongono una fuga dalle città per rigenerare paesini “identità d’Italia” (Massimiliano Fuksass) e perfino un “Ministero della dispersione” (Stefano Boeri) che coordini 14 aree metropolitane per l’adozione e il gemellaggio di centri appenninici in stato di abbandono. Il Molise prenda appunti.

Franco Arminio, poeta-paesologo, e Giuseppe Provenzano, ministro del Sud e della coesione territoriale, aprono un confronto su “Paesi dei morti o Paesi vivi”. Troppe le malefatte inflitte alla terra – sostengono – le aree forti si sono rivelate deboli, va dunque rovesciata l’ottica riprogrammando le risorse dei territori. Prendere appunti.

Nel fermento delle idee si è cauti a parlare di rivoluzione. Quando però si prevedono cambiamenti industriali, burocratici, ambientali, urbanistici, scolastici, sanitari e si parla di un Modello Italia tipo Ponte Morandi, ditemi se questa non è rivoluzione. Chiamiamola “trasfigurazione” che suona pure mistico e poetico.

Attenti però alla retorica del niente come prima o dell’andrà tutto bene. Mica basta girare una chiavetta per rimettere tutto in moto. I filosofi ci spiegano il rapporto Passato-Presente-Futuro e Umberto Galimberti afferma che il futuro è un tempo come gli altri citando tre grandi sequenze storiche: Male-Redenzione-Salvezza (quella cristiana); Ingiustizia sociale-Contraddizione capitalista-Resa di giustizia (quella marxista) e Nevrosi-Magìa-Guarigione (la freudiana).

Salvezza, Giustizia e Guarigione chiudono le tre sequenze: dunque un bell’auspicio per il dopo Covid. Sempre però che si riparta dalle tappe del nostro recente passato, cioè guerra-liberazione-democrazia-ricostruzione, e poi crollo del muro di Berlino e riconciliazione europea sulla quale, da circa tre quarti di secolo, si regge il nostro presente.

Il pilastro è l’Unione Europea, grande istituzione sovranazionale unica nella storia che, giusto il 9 maggio, celebra come ogni anno la sua Giornata al motto di In varietate concordia. Sappiamo purtroppo che la varietà batte la concordia per effetto di una deriva di egoismi nazionali e nazionalisti legati a un passato da dimenticare che impedisce al presente di traghettare nel futuro.

Nella realtà questa Europa dipinta brutta e cattiva dai sovranisti, si sobbarca il peso di una catastrofe epocale accerchiata da sirene cinesi, russe e USA modello Trump, nonché da nemici interni per i quali la sovranazionalità è una iattura. Così, eccoci riportati indietro di decenni.

E’ dunque urgente ragionare su l’Italia che verrà, ma qualsiasi seria strategia della discontinuità e della ripartenza comporta la sconfitta del nazional-populismo insieme all’avvio di un grande processo politico culturale di ri-europeizzazione collettiva. Il 9 maggio le bandiere a 12 stelle dovrebbero sventolare con la scritta Meno male che l’Europa c’è.

Giuseppe Tabasso182 Posts

(Campobasso 1926) ha un nipotino, due figli e una moglie bojanese, sempre la stessa dal 1955. Da pianista dilettante formò una band con Fred Bongusto. A suo padre Lino, musicista, è dedicata una strada di Campobasso. Laureato in lingua e letteratura inglese, è giornalista professionista dal 1954. Nel 2018 è passato dall’Ordine dei Giornalisti del Lazio a quello del Molise per terminare la carriera dove l’ha iniziata. Ha lavorato in vari quotidiani e periodici (Paese sera, Corriere lombardo, Ore 12, L’Europeo, Annabella, Gente, Radiocorriere). Inviato di politica estera per il GR3 della RAI, ha lavorato a Strasburgo come redattore parlamentare, a New York presso la Rai Corporation, nelle sezioni italiane della BBC a Londra e della Deutschland Funk a Colonia. Pubblicazioni: Il settimanale con Nello Ajello (Ediz. Accademia, Roma 1978); Facciamo un giornale (Edizioni Tuttoscuola, Roma 2001); Il Molise, che farne? (Ed. Cultura & Sport, Campobasso 1996); Post Scriptum, Prediche di un molisano inutile (Bene Comune Edizioni 2006), Gaetano Scardocchia, La vita e gli scritti di un grande giornalista (2008), Moliseskine (Bene Comune Edizioni, 2016). Per le stesse Edizioni è in corso di pubblicazione Fare un giornale, diventare giornalisti, Manuale di giornalismo per studenti, insegnanti e apprendisti comunicatori.

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