Le 3 rivoluzioni agricole nel Molise in età moderna

di Francesco Manfredi-Selvaggi

La prima è quella del passaggio dall’economia pastorale all’agricoltura, la seconda che avviene dopo la seconda guerra mondiale con l’intensificazione delle coltivazioni, la terza, infine, che è appena all’inizio e che si spera si sviluppi sempre più è il ritorno alle colture tipiche. In gioco è il rapporto città-campagna.

La transumanza fu abolita nel 1805 per il prevalere delle teorie propugnate dai Fisiocrati, studiosi aderenti ad una corrente di pensiero economico che sosteneva la primazia del settore primario (appunto), inteso coincidente esclusivamente con l’agricoltura e non pure con la pastorizia il cui principale prodotto, la lana, era destinato all’industria tessile, l’antesignana delle attività industriali con cui si iniziò l’era dell’industrializzazione.

In altri termini, le pecore transumanti non fornivano un contributo, in quanto questo tipo di pratica pastorale non era finalizzato alla crescita di agnelli da destinare al macello né alla fornitura di latte per la trasformazione casearia, se non in modo residuale, al cruciale problema di dover sfamare la popolazione che era salita considerevolmente negli ultimi decenni del XVIII secolo, un fenomeno che aveva interessato tutta la Penisola; le greggi che si spostavano dall’Abruzzo alla Puglia lungo i tratturi venivano considerate appartenenti al settore economico secondario e non a quello primario, cosa che oggi ci appare paradossale.

C’era una corsa selvaggia a recuperare terre da coltivare anche disboscando interi versanti con conseguente innesco di frane, cosa che lamentava accoratamente Vincenzo Cuoco nei suoi scritti. Le uniche colture che venivano impiantate erano quelle cerealicole, pure in zone poco adatte quali quelle di altitudine (a S. Massimo si coltivava in località Pianelle, poco più basso di Campitello), perché capaci di “riempire lo stomaco”. La maggiore produttività per ettaro era data dal granoturco, nella varietà importata dalle Americhe, la quale, in contraccambio, provocava la pellagra.

Su questa strada avviata durante la dominazione francese si proseguì a lungo, fino agli anni 60 del 1900, intensificandosi tale orientamento agricolo con il regime fascista, con Mussolini nelle vesti di mietitore che lanciava la «battaglia del grano». Per quanto riguarda il Fascismo bisogna rilevare che per aumentare la superficie coltivabile non si procedette a disboscamenti, anzi si proseguì l’azione di forestazione avviata appena dopo l’Unità d’Italia con i rimboschimenti di conifere conosciuti come «boschi dell’impero» (Castelpetroso, Macchiagodena, ecc.); si puntò, invece, alla bonifica, in effetti, integrale delle pianure (iniziando dalla Pianura Pontina) paludose, tra le quali vi erano anche quelle della fascia costiera molisana, per incrementare il suolo agrario.

Questo sforzo dovette giocoforza essere incrementato nella fase di isolamento del nostro Paese a livello internazionale con la dittatura che fu costretta a proclamare l’Autarchia. Per una nazione come quella italiana che già prima, nonostante l’impegno notevole per aumentare la produzione granaria doveva importare questo cereale dall’estero, il blocco delle esportazioni da parte degli altri Stati fu un colpo grave. Si segnala il caso perché emblematico di un bastimento carico di granaglie al quale non fu consentito dalle autorità statunitensi di poter raggiungere il porto di Napoli dove era atteso vanamente dai camionisti del Pastificio Guacci che lo aveva pagato in anticipo.

Si era detto poco fa che il momento di svolta della situazione furono gli anni intorno al 1960 che erano, poi, quelli del “boom economico”. Si può considerare questo periodo quello della affermazione definitiva di una nuova agricoltura legata ad una serie di innovazioni sia organizzative, sia tecnologiche, sia infrastrutturali (dalla Riforma fondiaria, al credito agrario, ai concimi e diserbanti chimici, alla meccanizzazione, alle dighe, alle strade interpoderali) le quali hanno portato, per quel che qui interessa, per il ragionamento che si intende sviluppare in seguito, ad una maggiore disponibilità di derrate alimentari.

Il merito lo si deve attribuire anche ai progressi fatti nel campo dell’istruzione, a cominciare dalla creazione della “cattedra ambulante di agricoltura” del 1812 voluta da Raffaele Pepe, fino alla nascita dell’Istituto Agrario di Larino che è il capoluogo di uno dei comprensori a più forte vocazione agricola della regione e, in seguito, però andiamo molto oltre la data del 1960, della Facoltà di Agraria; un contributo alla diffusione delle conoscenze lo diedero pure la stampa, il libriccino di F. Tommasi di Spinete sull’“erba lupinella” e quindi sulla rotazione delle colture, e le prediche dei preti (il parroco Giampaolo a Montagano invitava a piantare alberi da frutta). Il contadino deve essere colto, specie ora.

La fame era stata eliminata, ma l’uomo degli anni d’oro dell’economia italiana non vuole solo il pane, vuole anche il companatico. Gli stili di vita della classe media che ormai è maggioranza nel Paese seguono i modelli di consumo di società più avanzate; la carne diventa accessibile per tutti tanto perché i redditi sono cresciuti quanto perché gli allevamenti, specie avicoli e suinicoli, si sono moltiplicati con i capannoni zootecnici che adesso ingombrano diversi angoli del paesaggio molisano.

Il prezzo della carne che assumiamo quale simbolo delle abitudini alimentari dei baby boomers e delle generazioni uscite dal secondo conflitto mondiale è molto inferiore al passato dove, per quanto spiegato prima, la zootecnia era un’attività secondaria nel mondo agricolo per cui il costo del chilo di fettine, costolette, ecc. era assai alto. Si è trattato di un’autentica rivoluzione agricola, la seconda in età moderna dopo quella che avvenne con la cessazione della transumanza.

Oggi stiamo entrando in una fase che si può definire la terza rivoluzione agricola che, per certi versi, è la prosecuzione, o meglio intensificazione, della seconda: i gusti della gente si fanno sempre più “sofisticati”, non è più la quantità, carne o farinacei che sia, siamo perennemente a dieta, bensì la qualità che conta, in termini di sapori, di genuinità, di salubrità. Anche per la diffusione della coscienza ecologica, inoltre, si preferisce il cibo a “Km. 0”.

Vi è una riscoperta dei prodotti tipici, specie di quelli locali con il “saccheggio” dei “giacimenti” enogastronomici, cioè delle produzioni agricole tradizionali. Nello stesso tempo, quasi paradossalmente, le persone si allontanano dagli ambiti rurali in cui vi sono i piccoli borghi, salvo che nel tempo libero farvi capolino, e vanno a risiedere nelle cittadine.

Non è un male a condizione che si riesca a ricostruire quel rapporto storico tra città e campagna, carattere identitario dell’“Italia dei Comuni”, che porta beneficio a entrambe, la campagna trovando nel centro urbano il mercato di sbocco (i banchi di vendita del Mercato Coperto di Campobasso) dei suoi prodotti e quest’ultimo avendo il vantaggio di potersi alimentare con produzioni agricole del posto, non con cibaria massificata sul cui livello qualitativo non si ha alcun controllo.

Nei decenni passati si stava perdendo definitivamente tale legame per un duplice ordine di ragioni: da un lato, il fatto che si è conferito il prodotto a filiere di scala sovraregionale e, dall’altro lato, ha influito e, purtroppo continua a farlo, l’urbanizzazione diffusa nel territorio periurbano (abusiva sia pur condonata) che ha provocato la autentica cancellazione della Campagna Campobassana, ad esempio, un tempo rinomata per le sue produzioni, e l’espansione urbanistica che ha inglobato la cintura degli orti la quale circondava i perimetri cittadini con i suoi prodotti freschi che dovevano essere smerciati subito nell’agglomerato vicino.

Francesco Manfredi Selvaggi250 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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