La teoria del Molise senza speranza

Il video diffuso dal Consiglio Regionale, dal titolo «Molise, piccola grande bellezza» deprime e intristisce fortemente.

L’unica immagine vera di tutto il filmato è quella della terza microsequenza: una giostra girevole, abbandonata sull’erba alta di un prato trascurato. Da sempre gli spazi verdi della nostra regione e gli arredi ludici dei luoghi recintati per i bambini sono trattati in questo modo. Tutto il resto è una proiezione, né peculiare né auspicabile, di un Molise che non c’è.

Il rumore di un vento fastidioso (questo vero ma non certo attraente) e sedie di un bar, messe una sull’altra, forse a simboleggiare la fine delle attività commerciali nei paesi e, da qualche tempo, persino nei centri più grandi. Ragni che fanno acrobazie sulla propria tela e insetti che si avvicinano a fiori colorati. Come se solo in Molise i ragni e gli insetti si comportassero così.

Murales su intonaci che hanno da sempre nascosto la bellezza della pietra. Barche che passano sullo sfondo di un tramonto che colora le nuvole. Forse in Abruzzo o in Puglia i tramonti sono diversi e quindi i nostri vanno enfatizzati?

Campi di grano che sembrano dune del deserto… forse anche qui si voleva simboleggiare la desertificazione del territorio. Un signore che esce dalla sua bella casa di campagna… meno male che è rimasto lì e ha curato il suo spazio. Meno male che non ha seguito il desiderio dei tanti politici, amici di costruttori, che hanno distrutto la bellezza dei borghi con piani regolatori disattenti e hanno permesso la costruzione di condomini insensati e di città nella città che marchiano i centri storici di una bruttezza sconfortante perché non trovata ma costruita, voluta.

Il centro storico di Termoli, visto da lontano, e cavalli che guadano il fiume. Castelli osservati da lontano, con riprese dal drone, perché ad avvicinarsi si rischierebbe di scorgere le ristrutturazioni e, qualche volta, persino la divisione degli spazi storici in appartamenti con tanto di piastrelle da otto euro a metro quadro.

Una ragazza viaggia in auto su strade che non si vedono (e meno male) come in uno spot da casa automobilistica. Un’altra, alla finestra, con tanto di felpa larga a spalle cadenti, molto radical-chic, si affaccia alla finestra e sorseggia una tisana con posa da donna nordeuropea con lavoro ben retribuito. Mi viene da pensare e da esprimere vicinanza alle ragazze, ormai donne, che lavoravano all’Ittierre.

Finalmente due motociclette che risalgono una strada – sembrano gli undici chilometri che portano a Campitello – e mettono in rilievo i cordoli di cemento sgronzati e i guardrail metallici e ammaccati che caratterizzano da circa trent’anni le nostre vie di comunicazione. Questi sì elementi peculiari della trascuratezza molisana, del non voler prestare attenzione a ciò che deve essere nella percezione della coda dell’occhio per poter godere di ciò che abbiamo davanti.

Un pescatore con guanti in plastica da cucina e cassetta in polistirolo precede, nel filmato, una ballerina che si inchina a una platea senza pubblico. Forse simbolo dell’attenzione che si dà alla cultura? Un artigiano lavora, senza alcuna precauzione di sicurezza, con le dita vicinissime alla mola, forse alla costruzione di una zampogna e, nell’atrio antico di un privato – che, diversamente dal pubblico, e meno male per lui, si è affidato ad architetti specialisti per restaurare il proprio spazio – una signora lavora al tombolo.

Un viticoltore mostra i filari e assaggia il suo vino, nella speranza che non ci sia una discarica vicina o fusti radioattivi sotterrati nel terreno a dare effervescenza ai vitigni. In un caseificio si preparano trecce e stracciate e subito viene da sperare che la Regione abbia iniziato a controllare la provenienza di latte e pasta per le lavorazioni, dopo l’inchiesta di Report di qualche mese fa.Nel finale la ragazza continua a viaggiare in auto accanto al guard-rail metallico, la ballerina continua a danzare nella desolazione del teatro, una donna attraversa un prato per avvicinarsi a una casa desiderosa di mostrare il suo intonaco appena rifatto, un bianco che, come l’ala di gabbiano di pascoliana memoria, cancella per sempre la bellezza della pietra e del nostro passato.

Giovanni Petta35 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017) e «Cinque»; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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