Il tutto è falso, il falso è tutto

di William Mussini

Facciamo un divertente quanto fantasioso salto in avanti di vent’anni; facciamo finta, come quando si giocava da bambini, di immaginarci già “grandi” e di guardare al passato, il nostro attuale presente, come fossimo dei sopravvissuti che, raccontano come eravamo e cosa ci accadde negli anni del covid19. La premessa serve a suggerire agli eventuali censori e delatori, che essendo quest’articolo una proiezione iperbolica il cui contenuto rientra nelle tipologie di pensiero surreale, immaginifico ed ipotetico, non è necessario sprecare fiato per contestare quello che dirò “realmente” soltanto fra vent’anni. Chiaro?

Ebbene, vent’anni fa accadde ciò che circa settant’anni prima del 2020, scrittori come ad esempio il russo Evgenij Zamjatin con l’opera letteraria “Noi” (1920), Haldous Huxley con “Il mondo nuovo” (1932) e Geroge Orwell con “1984” (1949) avevano ben descritto e profetizzato,
appunto, nei loro romanzi distopici.

Questi profeti visionari, col senno di poi quanto mai sapienti, descrissero i mondi futuri possibili, adducendo, attraverso la metafora, tesi ed argomentazioni che, nel linguaggio conformistico del passato/presente “pandemico”, sono ritenuti complottistici, buoni per cospirazionisti da tastiera che credono alle favolette. Eppure, di autori, pensatori, filosofi e visionari che ci hanno imboccato e suggerito frammenti di verità nel corso degli anni, la recente storia ne è piena.

Volendo andare oltre, nel passato, potrei citare il ben noto racconto del mito della caverna contenuto nel Libro VII della Repubblica di Platone il quale ci raccontava quanto segue:

… considera degli uomini chiusi in una specie di dimora sotterranea a mo’ di caverna, avente l’ingresso aperto alla luce e lungo per tutta la lunghezza dell’antro, e quivi essi racchiusi sin da fanciulli con le gambe e il collo in catene, sì da dover star fermi e guardar solo dinanzi a sé, ma impossibilitati per i vincoli a muovere in giro la testa; e che la luce di un fuoco arda dietro di loro, in alto e lontano e che tra il fuoco e i prigionieri corra in alto una strada, lungo la quale è costruito un muricciolo, come quegli schermi che hanno i giocolieri a nascondere le figure, e sui quali esibiscono i loro spettacoli.

I processi conoscitivi a cui faceva riferimento Platone, anche per il tramite di Socrate, sono gli stessi che attraverso mezzi e forme differenti nella tecnica ma non nella sostanza, continuano oggi a manifestarsi come l’unica strada da seguire per i prigionieri (cittadini) nelle caverne (case), al fine di conoscere la realtà che li circonda.

Ciò che vedono i prigionieri però, sono solo ombre proiettate (propaganda di regime), e le pareti “schermi” sono oggi le TV ed altri orpelli tecnologici tascabili che ben tutti conosciamo. Tornando ad epoche più recenti, soltanto negli anni Sessanta, il non simpatico a tutti, Pierpaolo Pasolini, sosteneva che: “La televisione emana da sé qualcosa di spaventoso. Qualcosa di peggio del terrore che doveva dare, in altri secoli, solo l’idea dei tribunali speciali dell’inquisizione.

C’è, nel profondo della cosiddetta “Tv” qualcosa di simile appunto allo spirito dell’Inquisizione: una divisione netta, radicale, fatta con l’accetta, tra coloro che possono passare e coloro che non possono passare: può passare solo chi è imbecille, ipocrita, capace di dire frasi e parole che sono puro suono; oppure chi sa tacere oppure tacere al momento opportuno. Chi non è capace di questi silenzi, non passa. Ed è in questo che la televisione compie la discriminazione neocapitalistica tra buoni e cattivi. Qui è la vergogna che essa deve coprire, creando una cortina di falsi “realismi”.

Pasolini sosteneva anche che il mezzo televisivo di quegli anni (e non aveva ancora visto i programmi della D’Urso, i talk show delle reti generaliste dove si parla di politica con un pubblico che applaude a comando e dove, tra una bella donna che non guasta mai, un panino e un bicchiere di vino, si ripete incessantemente la narrazione conformista del mainstream senza alcun contraddittorio) fosse per eccellenza il più antidemocratico mezzo di comunicazione di massa; come dargli torto?

Nel 2020, in piena emergenza sanitaria, ricordo che le persone si “facevano sotto”, c’era un virus malefico di dubbia origine e natura che falcidiava a frotte la popolazione mondiale. Questo è ciò che raccontavano in TV (i media di cui sopra) e sui giornali, ogni santo giorno, in tutte le sante edizioni, su tutte le testate più “autorevolmente” conformi alla propaganda.

A proposito di propaganda: Goebbels, Ministro della propaganda del Terzo Reich, descrisse i principi fondamentali per governare le masse attraverso la comunicazione mediatica, per addomesticarle (vedi le ombre di Platone), per indottrinarle e convincerle che il “Governo” (il pensiero e l’agire nazista) ha sempre e solo ragione. Tra gli undici principi troviamo questi:

3. Principio della trasposizione: Caricare sull’avversario i propri errori e difetti, rispondendo all’attacco con l’attacco. Se non puoi negare le cattive notizie, inventane di nuove per distrarre.

4. Principio dell’esagerazione e del travisamento: Trasformare qualunque aneddoto, per piccolo che sia, in minaccia grave.

5. Principio della volgarizzazione: Tutta la propaganda deve essere popolare, adattando il suo livello al meno intelligente degli individui ai quali va diretta. Quanto più è grande la massa da convincere, più piccolo deve essere lo sforzo mentale da realizzare. La capacità ricettiva delle masse è limitata e la loro comprensione media scarsa, così come la loro memoria.

6. Principio di orchestrazione: La propaganda deve limitarsi a un piccolo numero di idee e ripeterle instancabilmente, presentarle sempre sotto diverse prospettive, ma convergendo sempre sullo stesso concetto. Senza dubbi o incertezze”. Da qui proviene anche la frase: “Una menzogna ripetuta all’infinito diventa la verità”.

Come si può notare, anche nel 2020 e non solo, si sono adottate le metodologie suggerite dal gerarca nazista, possiamo dire per essere clementi con certi (tanti) giornalisti e affini, inconsapevolmente? Può darsi; consapevolmente? Probabile. Il tutto è falso, il falso è tutto” diceva Giorgio Gaber nel 2003, autore, attore, cantante, pensatore tra i più lungimiranti di quegli anni.

Anche lui come Pasolini, Moravia, e ancor prima come Croce, Amendola, Gramsci, aveva ben chiaro cos’è la realtà? Sapeva ben distinguere le ombre proiettate sulla parete da chi e cosa dolosamente le provocava?

Molto probabilmente, Gaber, inviso dai sinistroidi sessantottini (finiti al bar a leccare il gelato e parlottare di classe operaia e sindacalismo) alla fine degli anni 70, detestato da destroidi e dorotei negli anni della prima Repubblica, tacciato di essere qualunquista dalla cosidetta intellighenzia dei “nuovi” intellettuali del secondo millennio, è stato semplicemente coerente con l’etica del pensiero anarcoide e libertario, con quel linguaggio formidabile che nutre l’arte, la satira, la critica, la cultura antagonista, insomma tutte quelle virtù della conoscenza che furono forse definitivamente sotterrate negli anni del politicamente corretto.

È vero anche che in quegli anni, quelli del covid19, vi erano dissidenti strambi, folli novelli Masaniello, estremisti di qualunque fazione, personaggi carnevaleschi che ben poco a che fare ebbero con l’etica della conoscenza, ma furono bensì utilissimi ai portatori del “sano” pensiero (giornalisti, politici, debunkers d’ogni sorta), in quanto funzionali alla strategia del discredito tout court, cioè vittime sacrificabili per l’ottenimento dell’etichetta formale, della categoria da stigmatizzare a prescindere, di quelli insomma definiti dal mainstream: i “negazionisti”.

A tal proposito cito anche il secondo dei famigerati principi di Goebbles:
“2. Principio del metodo del contagio: Riunire diversi avversari in una sola categoria o in un solo individuo”.

Quindi, tra i cosiddetti “negazionisti”, finirono anche tutti quei cittadini che, sia solo per un istante, si permisero di dubitare della efficacia, validità e santità dei Dpcm, oppure di scendere in strada per protestare contro la chiusura di attività commerciali, per rivendicare aiuti economici (elemosine e placebo) promessi e mai percepiti, per rivendicare il diritto alla sopravvivenza, per contestare l’efficacia dei tamponi, la veridicità dei numeri e della infettività di asintomatici e positivi…

Insomma nell’epoca dell’emergenza sanitaria chiunque avesse un minimo dubbio sulla buona fede del Governo e sui numeri drammatici della pandemia, fu etichettato diligentemente dai servi di regime, come: negazionista! Con buona pace di chi pensava ancora di essere in democrazia, di vivere in un mondo in cui le leggi costituzionali fossero inviolabili, che ci fosse ancora libertà di pensiero e parola, che ci fosse il libero arbitrio che concedesse ancora a chiunque di manifestare il proprio dissenso attraverso la ragione, attraverso la logica del buon senso.

Siamo forse come polli in batteria? Torniamo al buon Gaber; nel 1978 il suo album “Polli d’allevamento”, diede una sferzata epocale al mondo della sinistra italiana, di quella che, scivolando allegramente da una ideologia all’altra, è divenuta nel 2020 la massima espressione del neoliberismo elitario e mondialista. Gaber aveva un bel binocolo nell’encefalo, oppure aveva imparato assai bene la storia? Forse non aveva dimenticato ciò che la storia insegna.

Soltanto qualche decennio prima, in Russia, Iosif Vissarionovič Džugašvili, più comunemente conosciuto con il nome di Stalin, in una delle sue solite riunioni, chiese che gli venisse portata una gallina: la prese e la strinse forte con una mano mentre con l’altra iniziò a spennarla. La gallina urlava dal dolore e tentava di scappare in ogni modo senza riuscirci, la presa era troppo forte per lei. Stalin riuscì a toglierle tutte le piume senza grandi problemi e una volta terminato disse ai suoi aiutanti: “Adesso guardate cosa accade”.

Mise la gallina per terra e si allontanò da lei, andò a prendere del grano mentre i suoi collaboratori la osservavano meravigliati mentre, dolorante e sanguinante, correva da lui che tirava delle manciate di grano per terra facendo il giro della stanza. Ad ogni passo di lui ne corrispondevano altrettanti della gallina che non si allontanava.

A questo punto Stalin si rivolse ai suoi aiutanti, sorpresi di ciò che stavano osservando, e disse: “Così – facilmente – si governano gli stupidi. Avete visto come la gallina mi inseguiva nonostante tutto il dolore che le ho procurato. La maggior parte dei popoli sono così, continuano a seguire i loro governanti e i politici nonostante tutto il dolore che essi provocano loro, con il solo scopo di ricevere un regalo da niente o semplicemente un po’ di cibo per qualche giorno”.

I Cavernicoli di Platone, i nuovi schiavi in assenza di libertà nelle gabbie dorate di Huxley, i proletari di Pasolini, gli operai ed i polli d’allevamento Gaberiani, nel 2020 tutti costoro, i cittadini dissidenti di Orwell, assomigliano all’uomo comune, l’uomo che cammina solitario, con il bavaglio, lo smartphone fra le mani, ombre nella testa, paura nel cuore, Fedez e Ferragni a fargli da consiglieri.

Vent’anni fa, nel 2020, c’era chi sguazzava nel conformismo, chi si arricchiva vendendo mascherine on-line, c’era chi si aggrappava con gli artigli allo scientismo d’asporto, purché rassicurasse dalla paura e vaccinasse obbligatoriamente tutti, finalmente! Era anche quello un modo per trovare il proprio posto nel mondo, ma quale mondo? Fortuna che son passati vent’anni e che siamo ancora qui, a raccontarlo.

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