Il recinto percettivo e l’illusione della realtà

di William Mussini

Sarà capitato a tanti fortunati di voi che ad un certo punto del cammino esistenziale, dopo aver letto un libro, dopo la visione di un film, o dopo aver conosciuto persone speciali, una nuova ed inaspettata Visione delle cose, si sostituisse magicamente a quella percezione dell’immanente che soltanto poco tempo prima, sembrava essere quella giusta, unica, oggettiva e reale.

Quando vidi per la prima volta, in un cinema semideserto, il film “2001 Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick, avevo 14 anni; ciò che mi aspettava all’uscita dopo quella sconvolgente esperienza, non era lo stesso mondo che conoscevo prima di entrare. Un nuovo, illuminante tassello, si aggiunse all’impalcatura acerba della mia giovane psiche, offrendomi l’opportunità di approfondire tematiche sino ad allora ignorate e di aumentare lo “spazio” riflessivo all’interno del mio personale “recinto percettivo”.

Per “recinto percettivo” si intende la sfera psichica e sensoriale dentro la quale siamo presumibilmente tutti confinati, in essa coesistono i nostri sensi con ciò che percepiscono dell’ambiente esterno e il nostro bagaglio esperienziale e culturale.

Quotidianamente, la nostra realtà prende forma e significato nei limiti del “recinto” sia pure inodore, incolore, senza muri materici ma radicato sotto forma di “convinzione e dogma” nella nostra intima natura di esseri pensanti. Abbiamo quindi tutti la certezza di essere presenti, di agire e di interagire in un mondo naturale e siamo convinti che ciò che vediamo attorno a noi sia ciò che costituisce la realtà.

Il pensiero filosofico sin dalle sue origini si interrogava sulla natura delle cose e sul significato di realtà: “Ciò che percepiamo”, affermava Platone, “non è la realtà vera, vale a dire: tutto ciò che vediamo, sentiamo e tocchiamo è solo un’imitazione approssimativa della realtà eterna del mondo intelligibile, il Mondo delle Idee. Il nostro mondo si avvicina più che può a quello intelligibile, ma non sarà mai uguale, presenterà sempre delle differenze”.

Secondo Aristotele che oltrepassò concettualmente il mondo delle idee platonico, il fenomeno che più caratterizza la natura è il suo continuo divenire, il mutamento perenne. Quindi la realtà, secondo gli studi aristotelici, è il mutamento, anzi è ciò che più la caratterizza, poiché per definizione, la realtà è il mondo fisico, il mondo fisico è natura e ciò che la contraddistingue è il suo divenire.

In quest’ottica, ogni nuovo tassello aggiunto al mosaico coscienziale, tende ad aumentare lo spazio all’interno della bolla. Tutte le nostre momentanee certezze, scaturiscono dalla stratificazione di esperienze, di conoscenza ed arricchimento culturale, esse danno un senso alla nostra realtà in mutamento, ci convincono che possediamo un corpo nel quale ci riconosciamo, che abbiamo una mente con la quale pensiamo, che abitiamo un mondo nel quale esistiamo. All’interno dalla nostra bolla, del nostro personale “recinto percettivo”, ci sentiamo adeguatamente al sicuro, ci ritroviamo, ci specchiamo, ci riconosciamo come ciò che siamo e come ciò che mostriamo al mondo esterno. Siamo compiaciuti delle nostre virtù, accantoniamo le debolezze, mostriamo la maschera migliore, rinunciamo ad andare oltre il recinto per assecondare l’io vanitoso, ci accomodiamo nei salotti dell’ovvio, convinti che la cultura della comunità a cui apparteniamo, sia quella migliore, plausibile, accettabile.

Ecco allora che nell’accontentarci del nostro benessere, al sicuro nel recinto, maturiamo con il passare del tempo l’idea che l’esistenza e la realtà, siano fatti oggettivi in quanto uniformati al pensiero dominante, alla cultura dominante, alla religione dominante, alla moda, all’agire di una comunità. Ma è proprio nell’accontentare se stessi conformandoci ai diversi apparati sociali, che ci convinciamo di aver compreso la realtà, consegnandoci invece all’inerzia e all’illusione.

“Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, è l’illusione della conoscenza” diceva l’astrofisico Stephen Hawking. Con questa affermazione intendeva dire che è facile sopravvalutare le proprie conoscenze, convinti di potersi arrampicare agevolmente sulle impalcature del nostro presunto sapere. Diceva il filosofo del linguaggio contemporaneo Tullio De Mauro: “più del 70% della popolazione italiana è al di sotto di quelli che vengono ritenuti i livelli minimi di comprensione di un testo scritto. Se la domanda è un po’più complessa e richiede una buona conoscenza, ma anche una buona capacità di utilizzazione della conoscenza, pieno esercizio dell’alfabetizzazione funzionale, della capacità di orientarsi di fronte al testo scritto e di produrlo, la percentuale addirittura degli inefficienti arriva all’80%.
Pensiamo di fare da soli le nostre scelte, in qualsiasi ambito, da quello scolastico a quello politico, ma in realtà è il pensiero comune che ci guida”.

Potremmo quindi considerarci limitati se costantemente ostaggi delle nostre convinzioni? È sufficiente conformarsi ad una cultura, ad un pensiero filosofico, ad una fede politica o religiosa per potersi dire soddisfatti del proprio ruolo nel mondo? Chi si sente appagato dalla propria condizione di recluso, potrebbe in effetti godere nell’essere parte di una delle numerosissime “sette” esistenti, quelle che ammucchiano adepti all’ombra dei più variegati e disparati simboli e vessilli.

In uno stato di illusoria immanenza quindi, si può, ad esempio, “decidere” di appartenere ad un gruppo di tifoseria calcistica come a quello di adoratori della Vergine Maria, siamo apparentemente liberi di scegliere a quale stereotipo conformarci, possiamo studiare per diventare avvocati, ingegneri, gruisti e poi sentirci, vivere e morire da avvocati, ingegneri, gruisti… possiamo formare “bande” e “picciotterie” varie e raccontare al mondo quanto siamo “cazzuti”, si può seguire la moda del momento e sui social conquistare i famosi 15 minuti di celebrità, possiamo convincere gli altri di essere più intelligenti e dare consigli, schernire, sbeffeggiare gli avversari, dall’alto della nostra presunta conoscenza possiamo etichettare, stigmatizzare, volgarizzare contenuti di cui non capiamo il significato, possiamo conformarci al materialismo più banale e mirare allo status symbol dei “vincenti” affittando nel weekend l’auto di lusso per fare un giro a Montecarlo.

Tutto ciò che ci è concesso di fare in uno stato di presunto libero arbitrio che noi riteniamo essere una esclusiva qualità della nostra esistenza, non è altro che la conseguenza di un compromesso con la forma peggiore di individualismo darwiniano secondo cui, in poche parole, l’uomo è soggetto alle leggi della natura e la sua evoluzione avviene grazie ad un agire competitivo, in lotta continua gli uni contro gli altri per il bene ultimo di una élite di vincitori più forti, più intelligenti e più furbi della restante maggioranza di perdenti.

Il rivoluzionario sviluppo industriale ed economico occidentale, ha visto gli albori proprio nel secolo in cui il Darwinismo promulgato tenacemente da Thomas Huxley, discepolo e mastino di Darwin, si affermò come la sola ed unica teoria biologica secondo cui l’evoluzione avviene attraverso la selezione naturale, teoria che presto si concretizzò nel dominio dei meccanismi socioeconomici per lo sviluppo delle Nazioni e del benessere dei popoli dominanti. Nacquero le prime grandi corporazioni industriali, il mercato divenne l’espressione massima del materialismo, le banche ebbero la più grande intuizione speculativa di sempre, concepirono il prestito del denaro e la “creazione della moneta”.

La conseguenza più devastante di questa concatenazione di eventi, fu l’affermarsi di un paradigma che ancora oggi regola l’esistenza dell’intera umanità, di una narrazione dominante secondo la quale apparentemente non ci sarebbe alcuna alternativa ad essa; “There is no alternative!” sostenne infatti il primo ministro inglese Margaret Thatcher proponendosi di attuare con forza le politiche economiche di stampo neoliberista, che prevedevano una riduzione del ruolo dello stato nella società, nella convinzione che il mercato, liberato dagli eccessivi vincoli provenienti dalla presenza del settore pubblico nell’economia, fosse di per sé sufficiente a garantire un diffuso benessere alla popolazione.

L’errore di fondo sta nel fatto che l’economia non è una scienza esatta, come lo sono la matematica, la fisica, la chimica, ma è una scienza sociale, in cui decisioni di indirizzo politico convivono con strumenti di calcolo di tipo matematico. Se i calcoli contabili sono evidentemente soggettivi, gli indirizzi sociali delle politiche economiche non sono mai “tecnici”, ma squisitamente politici. Il fatto di sottrarre al dibattito democratico queste decisioni di indirizzo non è altro che una forma mascherata di dittatura”. Cit

A dispetto di quanto lo storytelling diffuso dal sistema elitario continua a raccontarci, sappiamo bene che, utopicamente, un altro mondo ed un’altra umanità, sarebbero possibili; “basterebbe” rinunciare ai falsi bisogni generati dal consumismo più futile, riformare l’intero apparato socio-economico abolendo la speculazione finanziaria, restituire agli Stati la sovranità monetaria, azzerare universalmente il debito, nutrirsi- individualmente -di nuove informazioni alternative al pensiero unico, acquisire stadi sempre maggiori di consapevolezza, contribuire non più alla competizione per il raggiungimento di un’auto-affermazione ma offrendo il proprio talento e le proprie capacità cooperando per il benessere collettivo, abbandonare definitivamente le certezze illusorie.

E dunque: come fare ad uscire fuori dal “recinto percettivo”? Mi rivolgo a chi comprende il ragionamento “frattale” secondo cui esistono 7 livelli conoscitivi (Meccanico, Sensoriale, Sentimentale, Intellettuale, Sociale, Ideologico, Supremo, secondo lo scrittore giapponese George Ohsawae ben 17 secondo il dott. David Hawkins) attraverso i quali raggiungere il più alto grado di consapevolezza possibile. Un primo suggerimento potrebbe essere quello di abbandonare l’ovvio (il presunto reale) una volta per tutte.

Carmelo Bene, geniale attore e drammaturgo, artista rivoluzionario, dirompente ed anticonformista, rivolgendosi alla platea del Maurizio Costanzo Show, disse: “È ora di cominciare a capire, a prendere confidenza con le parole. Non dico con la Parola, non col Verbo, ma con le parole; invece il linguaggio vi fotte. Vi trafora. Vi trapassa e voi non ve ne accorgete. Voi sputate su Einstein, voi sputate sul miglior Freud, sull’aldilà dei principi di piacere; voi impugnate e applaudite l’ovvio, ne avete fatto una minchia di questo ovvio, in cambio della vostra. Ma io non vi sfido: non vi vedo!”

Il linguaggio (quello evoluto)! La caratteristica principale che distingue l’essere umano dalle altre forme di vita del pianeta. Il “Logos” cioè quella qualità a detta di molti studiosi, addirittura “miracolosa”; è la qualità che dovrebbe portarci al definitivo affrancamento dall’inconoscibile e da tutto ciò che ci rende a tutt’oggi una sorta di moltitudine di individualisti, primitivi e tecnologicamente evoluti.

Ribadisco: dovremmo cominciare ad osservare non più le regole del neoliberismo darwiniano, dove l’uomo realizza se stesso in una perenne competizione con l’altro ma assecondare la naturale propensione umana alla collaborazione per il raggiungimento di un benessere collettivo e non più di classe. Il passo successivo per migliorare noi stessi e il mondo, è quello che ci condurrebbe alla scalata non più “sociale”, ma a quella più umanista suggerita dal saggista David Hawkins, il quale invita ad uscire dai nostri recinti illusori e ad intraprendere il cammino che porterebbe alla agognata quanto inafferrabile “piena consapevolezza”.

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