NONSOLOMOLISE/ Post Trump e post Covid. Pazienza e coraggio: potrebbe andare tutto bene

Ormai contiamo i giorni per dare un liberatorio addio all’anno più cupo e anomalo della nostra vita e per salutare un Capodanno che ci liberi, almeno psicologicamente, dal maledetto cigno nero che ci fa contare tanti morti.
Da gennaio le nostre aspettative si concentreranno in primis, e a dispetto dei no-wax, sui vaccini e in secundis sul bazooka di 209 miliardi a fondo perduto del Recovery Fund europeo che, se saremo bravi, potrà far ripartire il nostro Paese.
L’Europa che s’indebita per salvarci ha mostrato il suo volto più materno. Ma ecco che spuntano i soliti figliastri illiberali e sovranisti come Polonia e Ungheria che, pur ricevendo da Bruxelles più soldi di quelli che sborsano, hanno posto un odioso veto-ricatto. Cioè: o rispettate il diritto del nostro Stato (dove non c’è libertà di stampa e la magistratura non è indipendente) oppure, grazie alla legge dell’unanimità delle decisioni, votiamo contro l’erogazione dei fondi. Roba da invocare la loro uscita dalla UE.
Dinanzi a tanta sofferenza sociale, è una rogna davvero odiosa. E non pare che i seguaci di Salvini e Meloni ne siano imbarazzati. La soluzione sarà complicata ed è ora affidata alle esperte mani di Angela Merkel. Aspettiamo dunque gli esiti e se “andrà tutto bene”, come cantavamo in lockdown da finestre e balconi, avremo una storica riprova di quanto sia invidiabile essere cittadini di un’istituzione unica al mondo che intesta ai nostri giovani i miliardi della Next Generation UE.

In gennaio saremo spettatori di un storico cambio d’inquilino alla Casa Bianca, malgrado il filibustering dello sfrattato. Un evento mondiale preannunciato da una innovativa transition governativa molto al femminile, dalla Vice Presidente Kamala Harris a Yanet Yellen ministra all’economia e Avril Haines capo dell’Intelligence, e con Tony Blinken superstar alla Segretario di Stato. Così Strobe Talbott, uno che ha guidato la Brookings Institution, mitico think tank di Washington, afferma che Biden è “un mix di real e moral politik”.
I mercati premiano intanto la competenza dei nuovi arrivati e Barack Obama ci assicura che “Biden saprà curare le ferite di Trump”, quelle che per quattro anni il tycoon dai capelli arancioni ha inferto all’Europa tifando per la Brexit e ritirandosi dagli accordi climatici di Parigi.
C’è dunque da credere che non ci sarà trippa per gatti sovranisti che hanno campato di rendita politica su un pallone gonfiato. Pensate solo a come apparirebbe oggi grottesca qualsiasi loro nuova pulsione euro exit.
 

A beneficio di ragazzi eventualmente curiosi di politica estera, voglio rievocare un illuminante episodio che risale al 16 ottobre 2019, giorno in cui il presidente Mattarella in visita di Stato negli USA, incontra Donald Trump nello studio ovale della Casa Bianca.
Questi incontri, per prassi concertati e preparati dalle rispettive diplomazie, trattano soprattutto problemi bilaterali e in quel momento all’Italia premeva molto il tema delle nostre esportazioni penalizzate dai dazi doganali imposti dal sovranismo americano (America first).
L’incontro procede in una cordiale atmosfera istituzionale senonché, proprio quando sta per concludersi Trump, in barba a ogni canone diplomatico, piazza una battuta off-record che lascia di sasso Mattarella: “Ma perché voi italiani non fate come gli inglesi? Dopo la Brexit ho concluso con Boris Johnson uno speciale trattato commerciale che sarei pronto a pattuire anche con l’Italia”.
Più chiaro di così non si può essere: Trump chiede maldestramente all’Italia un suicidio perché a lui non sta bene una Unione potenza economica e politica ma un’Europa frammentata in singole (e ricattabili) nazioni. Insomma, disintegrazione contro integrazione.
Trump piace a milioni di elettori, forse credendolo un americano verace che dice pane al pane. Sta di fatto che il capo di una grande potenza mondiale non può permettersi di proporre offensivi baratti da mercato delle vacche a un Presidente di gran caratura europeista e diplomatica come Sergio Mattarella che, alla fine, se la cavò ricorrendo a una sopraffina locuzione latina Amicus Plato, sed magis amica veritas (Platone mi è amico, ma più amica mi è la verità).

 Joe Biden ha al contrario la ferma convinzione che Europa e USA hanno bisogno l’una dell’altra. E’ nota poi la sua antica simpatia per il nostro Paese, anche grazie alle origini italiane di sua moglie Jill Jacobs, una First Lady che continuerà a fare il mestiere d’insegnante. Il nuovo presidente è inoltre un cattolico orgoglioso delle sue origini irlandesi. Nel 2016, alla vigilia della Brexit, esultò quando Obama dichiarò con fermezza: “Se Londra esce dalla UE complicherà la vita all’Irlanda, all’Irlanda del Nord e alla Scozia”.
Non è dunque un caso che Biden consideri oggi carta straccia l’accordo USA-UK siglato con Boris Johnson che, a sua volta, si ritrova ora orfano sia di Trump che dell’Unione Europea dalla quale deve uscire definitivamente il prossimo 31 dicembre senza ancora un accordo. (vedi Nota).
Esiste tuttavia un filone di pensiero che, pur denunciando i pasticci combinati in questi anni dalle sirene dell’estremismo populista, riconosce per paradosso che l’Unione Europea ne ha ricavato almeno due grossi vantaggi.
1) Nel 2016 l’Unione Europea si è liberata di un Paese importante come il Regno Unito che na ha sempre ostacolato l’integrazione (Enrico Letta ha scritto che: “Il Recovery Fund non ci sarebbe mai stato con Johnson al tavolo”).
2) Il trumpismo avrebbe innescato nei confronti dell’America un positivo cambio di prospettiva in direzione di una autonomia tale da interrompere un’antica dipendenza e far guadagnare all’Unione un ruolo geopolitico da superpotenza.
Sta dunque a vedere che ci toccherà ringraziare Trump, Johnson, Nigel Farage, Le Pen oltre che Salvini, Meloni e Viktor Orban per grazia ricevuta.

Nota – Se volete capire bene l’intricato puzzle inglese, non avete che da leggere l’avvincente libro “Il popolo contro il popolo” di Antonello Guerrera, corrispondente da Londra de La Repubblica, giovane giornalista campobassano degno erede di Gaetano Scardocchia.

Giuseppe Tabasso190 Posts

(Campobasso 1926) ha un nipotino, due figli e una moglie bojanese, sempre la stessa dal 1955. Da pianista dilettante formò una band con Fred Bongusto. A suo padre Lino, musicista, è dedicata una strada di Campobasso. Laureato in lingua e letteratura inglese, è giornalista professionista dal 1954. Nel 2018 è passato dall’Ordine dei Giornalisti del Lazio a quello del Molise per terminare la carriera dove l’ha iniziata. Ha lavorato in vari quotidiani e periodici (Paese sera, Corriere lombardo, Ore 12, L’Europeo, Annabella, Gente, Radiocorriere). Inviato di politica estera per il GR3 della RAI, ha lavorato a Strasburgo come redattore parlamentare, a New York presso la Rai Corporation, nelle sezioni italiane della BBC a Londra e della Deutschland Funk a Colonia. Pubblicazioni: Il settimanale con Nello Ajello (Ediz. Accademia, Roma 1978); Facciamo un giornale (Edizioni Tuttoscuola, Roma 2001); Il Molise, che farne? (Ed. Cultura & Sport, Campobasso 1996); Post Scriptum, Prediche di un molisano inutile (Bene Comune Edizioni 2006), Gaetano Scardocchia, La vita e gli scritti di un grande giornalista (2008), Moliseskine (Bene Comune Edizioni, 2016). Per le stesse Edizioni è in corso di pubblicazione Fare un giornale, diventare giornalisti, Manuale di giornalismo per studenti, insegnanti e apprendisti comunicatori.

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