Una casa sperimentale

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Il 29 ottobre è stato consegnato in modalità Covid il premio IN/ARC per l’ambito territoriale Abruzzo-Lazio-Molise nella sezione “interventi di nuova costruzione” all’arch. Luigi Peccia per la villa Sbarra realizzata a Bojano. Questa occasione dà lo spunto per parlare della casa unifamiliare la quale non riceve ancora una definizione tipologica univoca.

Iniziamo col dire che prima della Rivoluzione Francese gli architetti erano impegnati esclusivamente (o quasi) su temi progettuali importanti come le sedi delle istituzioni pubbliche, i palazzi nobiliari e le chiese, trascurabile essendo il loro apporto nella ideazione delle attrezzature funzionali, prendi il serbatoio dell’acquedotto oppure la casa del custode, due celebri progetti di quelli che vennero chiamati dalla critica gli Architetti Rivoluzionari.

Tutto perché queste ultime erano considerate opere minori. Nel campo dell’edilizia domestica erano in voga, per le case di campagna dei ceti abbienti, veri e propri modelli di abitazione offerti da una manualistica di largo consumo per cui si affacciano nell’agro ville in stile palladiano e cottage, realizzazioni che, perciò, non sono frutto di elaborazioni progettuali originali.

L’Architettura dell’Illuminismo che era la corrente architettonica più avanzata lontana dall’ossequio alla tradizione e quindi dei modi stilistici del passato, non aveva considerata degna della propria ricerca, in virtù degli ideali rivoluzionari che li animava i quali propugnavano la trasformazione radicale della società intesa quale soggetto collettivo ponendo in secondo piano l’individuo, la questione della residenza e in questo non si distinse dall’architettura passatista.

Bisognerà aspettare i primi decenni del secolo scorso per colmare tale carenza con l’Architettura Moderna che riconosce nella residenza il campo di applicazione addirittura privilegiato dell’attività dei progettisti, sia che si tratti di alloggi popolari sia delle abitazioni di coloro che hanno superiori disponibilità economiche.

Per i primi lo stimolo alla costruzione è dato dalle problematiche sociali innescate da un’altra Rivoluzione, quella Industriale, che aveva portato all’inurbamento di masse di lavoratori per i quali urgeva una sistemazione abitativa mentre per le seconde, liberi da tali pressanti esigenze, gli architetti hanno avuto agio di sperimentare, senza vincoli, il nuovo linguaggio, quello del Razionalismo che, in verità informa pure i fabbricati da occuparsi da parte delle classi operaia e piccolo-borghese con lo studio dell’existenzminimum, cioè l’appartamento di taglia minima.

Ulteriori, e nello stesso tempo sostanziali, differenze tra le soluzioni residenziali destinate alle categorie lavoratrici e quelle delle persone di reddito maggiore è che le une sono invariabilmente di tipo plurifamiliare e le altre sono unifamiliari; anche se non sono rari appartamenti di pregio in città, prendi i “superattici”. I caseggiati multiappartamento ricorrono solo nel centro abitato, a differenza delle abitazioni singole che sono presenti usualmente all’esterno degli agglomerati oltre che nel territorio rurale.

La forma dei condomini risponde a canoni standardizzati che vengono ripetuti in numerose realizzazioni, a volte banali come nel caso delle cosiddette palazzine, a volte frutto dell’analisi urbana di muratoriana memoria, negli esemplari più evoluti, la quale mette in relazione la tipologia architettonica con la specifica morfologia urbana.

Quando questo rapporto è ben risolto sia in un’unica iniziativa imprenditoriale sia alla scala di un intero aggregato edilizio, un quartiere, allora si raggiunge una compiutezza dell’immagine urbanistica la quale, invece, non si ha negli ambiti insediativi formati da case sparse, salvo che tale dispersione dei volumi non sia frutto di un preciso disegno e ciò si verifica in quelle lottizzazioni che prendono ad esempio le città-giardino dove la varietà dei corpi di fabbrica immersi nel verde è finalizzata a conferire al luogo un aspetto pittoresco.

Sintetizzando in termini diversi per quel che interessa il discorso che si intende avviare, in città l’edificazione deve tener conto della presenza al contorno di palazzi, di spazi aperti (si ricorda che già con le Siedlung di Francoforte le volumetrie si sono svincolate dalle strade), di eventuali impianti, commerciali, per il tempo libero, lo sport, ecc.; al contrario, sembrerebbe che un contesto agreste offra una grande libertà compositiva specie se si tratta di un episodio edilizio isolato, ma ciò non è vero affatto dovendosi misurare l’architetto con l’intorno paesaggistico se non fosse altro che per un obbligo di legge in gran parte della superficie regionale perché il Molise pressoché interamente è soggetto al vincolo paesistico.

È un compito davvero difficile quello demandato al progettista di assicurare la compatibilità con il paesaggio dell’opera, essendo i caratteri delle architetture contemporanee molto distanti da quelli delle dimore agricole tradizionali per cui rischiano di rappresentare un segno discordante nelle visioni panoramiche. Questa è la ragione per cui molti, tra cui tanti geometri, rinunciano alla modernità linguistica per adottare la lingua vernacolare.

Su indicazione degli organi di tutela, tradotte in prescrizioni nel piano paesistico, si assumono materiali e colorazioni considerati tipici del posto e ci fermiamo qui per quanto riguarda questo punto, senza, però, non aver riportato il pensiero di un celebre esponente dell’avanguardia architettonica italiana, Giuseppe Pagano, che riteneva l’architettura contadina un’”architettura pura”, qualcosa che richiama il purismo moderno, la quale segue i dettami della funzionalità, gli stessi che propugna il Funzionalismo, aderisce al sito, all’ambiente fisico, si modella in base al clima (in relazione al quale sceglie, ad esempio, il tetto a terrazza o a falde), risponde al bisogno di economicità, e, pertanto, essa può diventare fonte di ispirazione per i tecnici dei nostri giorni.

L’atteggiamento rinunciatario che si è denunciato sopra è anche nei confronti dell’impostazione strutturale della costruzione tendendo a non sfruttare a pieno le potenzialità espressive del cemento armato; si persegue usualmente la regolarità geometrica della struttura, similmente ai fabbricati in muratura, un po’ per motivazioni antisismiche un po’ per tener conto della linea soprintendile seguita nell’istruttoria dei progetti la quale spinge affinché le case da erigersi sul suolo agricolo siano la replica di una casa rurale ideale (nel senso che non esiste!).

Forse abbiamo troncato troppo bruscamente l’esame del parallelismo tra costruzioni di città e di campagna e allora lo riprendiamo sottolineando l’ennesima differenziazione la quale è quella che gli stabili cittadini sono stati lungo questi ultimi 100 anni tipicizzati (a torre, in linea, a schiera), cosa che non è avvenuta per quelli monofamiliari campagnoli la cui tipologia edilizia è ancora in corso di sperimentazione non avendo prodotto risultati soddisfacenti i tentativi, quello delle case a patio, della pianta a L e così via finora esperiti.

Francesco Manfredi Selvaggi334 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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