La teoria dei perdenti gentili, Conte e Zingaretti

Sembrano simili queste due figure costrette alle dimissioni nel giro di poche settimane. Non interessa qui la loro visione politica, né la loro capacità o competenza professionale. Non importa qui il loro essere conservatori o progressisti: Conte e Zingaretti sembrano essere accomunati dai modi gentili. Due persone che danno l’impressione di essere capaci di gestire bene le pulsioni ancestrali, gli istinti. Esempi di quella virtù, la temperanza, così tanto tenuta in considerazione nel passato da farla coincidere, addirittura, spesso, con la sapienza.

Costretti alle dimissioni, dalle attività sotterranee del mondo che li circonda, non vanno certo considerati come asceti; non vanno immaginati come personaggi che, per differenza di comportamento, spiccano sul resto dell’umanità. Non vanno considerati come estranei e indifferenti ai fenomeni soliti della socialità e della politica. Ma sono due uomini che, però, anche solo nella mimica facciale e nei gesti che accompagnano le parole, nel dialogo con alleati e avversari, fanno trapelare un equilibrio che sa di serenità. Ciò che manca, a tutti i livelli, nel confronto tra gli esseri umani del nuovo millennio.

I confronti televisivi di ogni tipo – da quelli che cercano una ragione giuridico-legale al contrasto tra parenti alle competizioni canore o gastronomiche, dai talk-show politici alle interviste rubate per strada a personaggi che non vogliono concedersi – ci hanno abituato all’indisponenza, alla prevaricazione simpatica, alla violenza verbale, persino alla volgarità.

Ma anche la normalità quotidiana è piena di aggressività: i gruppi watsapp, i social, i dialoghi negli uffici pubblici tra impiegati e cittadini, gli incontri scuola-famiglia… In questi ambiti, la volontà perversa di affermare la propria visione del mondo e delle cose si esplicita, persino nel dialogo tra amici e conoscenti, tra colleghi, con frasi truci e secche, con ragionamenti infingardi e subdoli che mirano a sminuire e screditare l’avversario invece di confutare la sua tesi.

Almeno in questo, Conte e Zingaretti sono sembrati capaci di possedere una abilità del dialogo priva di forme aggressive per l’affermazione delle loro idee. E ciò anche quando hanno detto cose sgradevoli ai loro interlocutori: si pensi al discorso di Conte a Salvini con Salvini seduto accanto, si pensi al post di Zingaretti in cui si annunciano le sue dimissioni. In quei casi, il loro messaggio è stato crudo ed efficace ma è passato con una modalità che ha generato attenzione e non reazione, ha provocato riflessione e non una risposta istintiva e irrazionale.

In questo mondo di complotti da scoprire continuamente, uno per ogni giorno del calendario, se fossimo costretti a trovarne uno anche noi, diremmo che esiste una massoneria planetaria che ha l’obiettivo di estinguere ogni forma di dialogo costruttivo, proponendo e costringendo l’umanità ai modi tipici della belva, del predatore, alla legge animalesca della giungla.

Convinti, però, che ciò non sia vero, che le dimissioni così vicine temporalmente di Conte e Zingaretti non siano parte del disegno di poteri forti, logge segrete o associazioni bildenbergheriane, sentiamo che tale coincidenza deve preoccuparci per altro: perché segnale del degrado della nostre società occidentali, causato non dalla volontà di forze oscure ma dalla disattenzione e dall’incuria di quelle pratiche che caratterizzano il nostro appartenere al genere umano. E ciò è ancora più preoccupante.

Giovanni Petta46 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017) e «Cinque»; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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