Sul Matese tra foreste primigenie e praterie primarie

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Non è proprio così perché questa montagna, salvo dei tratti, è stata assai praticata dagli uomini per fare legna e pascolare gli animali. Comunque, l’ambiente naturale seppure non del tutto quello originario rimane di grande interesse, tale da poter aspirare, come è successo da poco, a diventare parco. Qui esaminiamo i boschi.

I boschi sono una delle componenti essenziali del paesaggio matesino e sui versanti di questa montagna addirittura la componente unica. Le formazioni boschive dominano, ovviamente, anche gli altri gruppi montuosi molisani, dalle Mainarde alla Montagnola. È qui, cioè nelle zone montane dove, insieme a quelle di alta collina, quindi nel Molise Altissimo, è concentrata quasi tutta la superficie boscata della regione.

Partendo dalla considerazione che il bosco di per sé va tutelato e lo è sempre stato, almeno dal 1923 quando venne varata la legge forestale che mira a proteggerlo per proteggerci, non è un gioco di parole, dal dissesto idrogeologico, è facile riconoscere che il neonato Parco del Matese non fa altro che rafforzare il regime di conservazione che già vige per il nostro ambito. Rafforzare si è detto perché si aggiunge agli interessi legati al bosco da salvaguardare che informano la normativa di settore, quella dell’uso industriale del legno e della difesa del suolo, l’interesse naturalistico.

Sia in termini di riconoscimento delle valenze di tale tipo sia di preservazione delle stesse la nascita del Parco neanche per questo aspetto, a riguardo del comprensorio matesino, costituisce un cambiamento rispetto a quanto già è presente, o se si vuole un aggravamento del vincolo che insiste sul patrimonio boschivo perché il Matese rientra tra i Siti di Importanza Comunitaria.

È da aggiungere che così come le “aree protette”, in prevalenza, sono connotate dalla grande estensione della copertura forestale presente al loro interno, alla medesima maniera, perlomeno qui da noi, la maggioranza dei SIC è dominata dalle distese boscose; ne deriva che se è il bosco l’elemento più significativo della natura nel Molise, tanto da meritare gli ambiti in cui è presente l’inclusione nei Siti Natura 2000, e se esso è caratteristico delle zone in quota il Matese era destinato, prima o poi, a diventare parco, sicuramente regionale, e, ancora meglio, nazionale.

Precisazione ulteriore, conseguenza di quanto affermato circa il valore naturalistico dei nostri appezzamenti boscati, è che i SIC più vasti sono montani dato che i boschi, non solo le foreste, hanno la peculiarità intrinseca di essere estesi, cosa che succede ad altitudini elevate. In definitiva, c’era ogni requisito perché il Matese diventasse un parco. Le formazioni forestali prevalenti nel territorio matesino sono quelle costituite da specie arboree caducifogle le quali comprendono il castagno, uno dei pochi territori della regione dove è presente tale albero, che sta in collina, tra Roccamandolfi e Guardiaregia, su terreni a composizione prevalentemente acida, la quercia diffusa fino alla media montagna e il faggio.

Le faggete sono i boschi che si spingono più in alto di tutti, fino a 1.800 metri; in verità vi è uno iato nella continuità di queste foreste dovuto al fatto che il rilievo montuoso presenta a circa 1.400 metri di quota, per intenderci all’altezza di Campitello, una sorta di gradino morfologico per cui si interrompe lo sviluppo iniziato nella piana di Boiano pressoché in verticale del versante che riprende dopo la fascia degli altopiani i quali hanno copertura erbacea. L’ultimo pezzo boscato spicca con grande evidenza in quanto delimitato giù dalle praterie e su per il contrasto con la fascia sommitale che è brulla, con sassi affioranti.

Tanto a queste curve di livello, in particolare a Capodacqua quanto sulle pendici sottostanti è stata effettuata una riforestazione con specie non autoctone, di tipo aghiforme, le quali sono sempreverdi per cui emergono alla vista specialmente in autunno in contrapposizione alle altre alberature che perdono, invece, le foglie. Tra i faggi ve ne sono alcuni davvero imponenti che stanno a volte isolati oppure ai margini delle distese boschive con la loro lunga chioma e altre volte svettanti nell’insieme alberato, assomiglianti a pilastri di cattedrali gotiche, ad esempio i Tre Frati nell’Oasi WWF di Guardiaregia-Campochiaro.

Il bosco, oltre ad avere un ruolo fondamentale nell’ecosistema possiede anche una forte pregnanza semantica essendo il rifugio dei briganti nel periodo post-unitario i quali, appunto, si “davano alla macchia”. Del brigantaggio il ricordo maggiore è la casamatta che sorge al bivio di Sella del Perrone; si tratta di una casupola da cui controllare i movimenti dei banditi, essendo posizionata in un crocevia, una specie di bunker (il Blockhaus) se non fosse che è edificata sopra il piano di campagna.

È un sistema ecologico davvero singolare quello matesino per il bosco che non tende ad avanzare a discapito degli spazi aperti pure se lasciati incolti, parola che in montagna equivale a non utilizzati a pascolo, a differenza, dunque, di quanto accade nel resto del territorio invariabilmente con il reinselvatichimento delle terre. Il perimetro del bosco è fissato da enormi patriarchi vegetali che si possono definire in prima fila perché esposti ai venti e alle tempeste di neve custodendo così l’alberatura retrostante che non subisce i danni legati alle perturbazioni con elevata ventosità.

Questi esemplari monumentali piantati, è il caso di dirlo, al limite della massa boscosa per un verso difendono le piante in seconda fila e per un altro sembra vogliano impedire che esse fuoriescono dal recinto del bosco per occupare il terreno “vuoto” antistante. Tale ecosistema è connesso al carsismo, il fenomeno geologico che fa sì che le pianure abbiano uno strato pedologico estremamente sottile, inidoneo per la crescita di vegetazione arborea.

Le piane sono delle doline oppure, a seconda delle dimensioni delle uvale, in cui può ristagnare a lungo l’acqua di scioglimento delle nevi, almeno fin quando non viene assorbita dal sottosuolo calcareo tramite gli inghiottitoi; è, quindi, un ambiente ostile per l’attecchimento delle piante. infine, ancora rimanendo nel confronto con le superfici erbose, né le foreste sono “primigenie” né le praterie sono “primarie” poiché il Matese non è una montagna selvaggia, bensì plasmata dall’uomo.

Francesco Manfredi Selvaggi303 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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