La delazione e gli esperimenti del prof. Milgram

di William Mussini

Il fenomeno della delazione si è manifestato storicamente in molteplici occasioni, di solito quando v’era la presenza di un regime, monarca, potere religioso o forma di governo autoritario che imponeva una certa politica e una certa dottrina, attraverso la formula vincente del ricatto “paura/cooperazione”. I regimi fascisti, nazisti e comunisti del secolo scorso hanno applicato alla lettera la formula ottenendo ottimi risultati; la delazione nei confronti del “nemico/minaccia”, unitamente alla perenne intimidazione e ritorsione da parte dell’autorità in caso di mancata denuncia hanno permesso ai regimi totalitari, di attuare capillarmente le loro losche trame.

È il 1923 quando Benito Mussolini, da una manciata di mesi alla guida del governo di coalizione, impose le prime regole di comportamento ai suoi collaboratori chiedendo loro di usare ogni mezzo a disposizione per scovare dissidenti, nemici interni ed esterni. Egli disse al suo sottosegretario all’interno Aldo Finzi: “Caro Finzi, dispongo che le intercettazioni telefoniche siano d’ora innanzi recapitate solamente a me. Una copia sola, quindi, che tu riceverai e mi trasmetterai”.

Durante il ventennio la paura, la mancanza di senso critico e la pressione psicologica spinsero migliaia di cittadini fascisti ed affini ad obbedire ciecamente al dittatore, denunciando anche in anonimato i cosiddetti “nemici” del fascismo: anarchici, comunisti, ebrei, partigiani. Certamente i nazisti non furono da meno, denunciando alla Gestapo gli stessi vicini di casa ebrei con i quali sino ad allora condividevano amicizia, parentela e vita sociale.

I recenti episodi di delazione “covidiana” finiti alla cronaca nazionale (grazie anche al figlio del più noto e compianto attore Vittorio Gassman che ha manifestato sui social il dubbio amletico del nuovo paradigma orwelliano “denuncio o non denuncio? Questo è il dilemma!”), mi inducono a pensare che ancora una volta la storia si ripete e che a moltissimi insegna poco o nulla. Ricordo a tal proposito le infauste parole del sig. Speranza (che è l’attuale responsabile pro tempore del dicastero della sanità pubblica italiana) pronunciate con disarmante leggerezza e inquietante faziosità in prima serata dal Fabio nazionale, poco prima delle festività pasquali 2021: “È chiaro che aumenteremo i controlli, ci saranno le segnalazioni. Io mi fido molto anche dei genitori e nel momento in cui si dà un’indicazione formale io sono sicuro che la maggior parte delle persone la seguirà”.

Tentiamo adesso di approfondire. I due fenomeni: antifascismo e malattia virale, se considerati relativizzando, come dei mali pubblici affini nei loro aspetti politici, ideologici e sociali, entrambi subordinati soprattutto alla giustezza della narrazione ufficiale, in contrapposizione alla critica dei cittadini discordi o dubbiosi, mi inducono a riflettere sulle dinamiche sociali e psicologiche che si innescano a comando, puntualmente, ogni volta che una volontà autoritaria o autorevole richiede collaborazione ai popoli per curare il male di turno, ed a tutti i costi sconfiggerlo. Ed ecco che: “il popolo è pronto, pur di non correre alcun rischio, a pagare il terribile prezzo di abdicare alla propria libertà”. Possiamo provare ad individuare ed esaminare le dinamiche psicologiche che deviano il pensiero e l’agire di un popolo intero, (di una comunità o del singolo cittadino) quando, passivamente, sono soggetti al ricatto “paura/cooperazione”, richiamando alla memoria uno degli esperimenti di psicologia sociale più esplicativi della storia.

Nel luglio del 1961 presso l’Università Linsly-Chittenden Hall di Yale, circa tre mesi dopo l’inizio del processo al gerarca nazista Adolf Eichmann a Gerusalemme, furono eseguiti una serie di esperimenti di psicologia sociale per volontà dello psicologo Stanley Milgram. Milgram ed i suoi collaboratori si posero l’obbiettivo di misurare la volontà dei partecipanti coinvolti (di diverse professioni e livelli di istruzione) di eseguire o meno degli ordini che venivano loro impartiti, cercando anche risposte valide che spiegassero il comportamento di diversi nazisti processati a Norimberga (quelli che si difesero dalle accuse di crimini contro l’umanità, affermando di aver eseguito soltanto degli ordini).

Ai soggetti fu fatto credere che stessero partecipando ad un esperimento durante il quale dovevano somministrare scosse elettriche (in verità fasulle) ad uno studente (complice del prof. Milgram) che non potevano vedere ma soltanto ascoltarne la voce da altoparlanti. Queste false scosse elettriche aumentavano gradualmente ad ogni risposta sbagliata dello studente, sino a livelli che sarebbero stati fatali se fossero stati reali. All’inizio degli esperimenti lo psicologo assegnava con un sorteggio truccato i ruoli di “studente” al suo complice e di “insegnante” al soggetto che in perfetta buona fede partecipava all’esperimento. L’insegnante poteva controllare 30 pulsanti di innesco di un quadro di controllo di un generatore di corrente elettrica, per dare scosse tra 15 e 450 V.

L’insegnante veniva sottoposto ad un scossa di verifica da 45 V per rassicurarlo sulla veridicità dell’esperimento. In primis l’insegnante leggeva all’allievo (complice) parole in coppia che doveva memorizzare, di seguito l’insegnante ripeteva la seconda parola di alcune coppie e dava all’allievo delle alternative tra le quali doveva indicare quella giusta; in caso di risposta sbagliata l’insegnante puniva l’allievo dandogli scosse di intensità crescente. I’allievo doveva fingere la reazione alle scosse attraverso lamenti e grida sempre più inquietanti con l’aumentare dell’intensità. Nel raggiungere i 330 V, il complice doveva fingere di perdere conoscenza e rimanere in completo silenzio.

A quel punto Il prof. Milgram pressava ed esortava l’insegnante, obbligandolo a continuare la somministrazione delle scosse nonostante avesse intuito che nella stanza accanto l’allievo fosse probabilmente sul punto di morire; l’ultimo interruttore premuto prima che l’insegnante si rifiutasse di continuare indicava il grado di obbedienza. Al termine i soggetti venivano informati della vera natura dell’esperimento e quindi del fatto che le scosse fossero simulate. L’esperimento di Milgram mostrò drammaticamente che una percentuale molto elevata di soggetti “insegnanti” obbedì sino all’ultima scossa ai comandi del professore, anche se con riluttanza.

L’esperimento è stato ripetuto molte volte in tutto il mondo, con risultati sempre simili. I risultati furono che: il 65% dei partecipanti somministrarono la scossa letale di 450 volt e tutti arrivarono ad almeno 300 volt. Gli “insegnanti” si sentivano comunque a disagio durante l’esperimento e mostravano vari gradi di tensione e stress attraverso sudorazione, tremore, balbuzie, alcuni ebbero persino attacchi isterici e convulsioni. Ogni partecipante, nelle fasi più drammatiche, provò a ribellarsi senza troppa convinzione e ad interrompere l’esperimento almeno una volta. La maggior parte però continuò dopo essere stata rassicurata e stimolata dallo sperimentatore (autorità competente).

In un articolo del 1974, il prof. Milgram così riepilogò l’esito dei suoi esperimenti: “I pericoli dell’obbedienza”: “Gli aspetti legali e filosofici dell’obbedienza sono di enorme importanza, ma dicono poco su come la maggior parte delle persone si comporta in situazioni concrete. Ho organizzato un semplice esperimento alla Yale University per testare la sofferenza che un comune cittadino infliggerebbe a un’altra persona semplicemente perché uno scienziato glielo ordina. L’autorità è stata contrapposta alla morale contro la violenza e, nonostante le urla delle vittime, l’autorità ha vinto il più delle volte. La volontà degli adulti di fare qualsiasi cosa per compiacere un’autorità e i suoi ordini, costituisce il principale risultato dello studio; ciò richiede una spiegazione urgente. Le persone comuni, pensando di fare semplicemente il loro lavoro, possono diventare agenti di un terribile processo distruttivo come l’Olocausto. Inoltre, anche quando gli effetti distruttivi delle loro azioni diventano palesi e viene loro chiesto di compiere azioni incompatibili con gli standard morali, relativamente poche persone resistono all’autorità”.

Milgram stesso elaborò due teorie per spiegare gli inaspettati risultati dei suoi esperimenti: “La prima è la teoria del conformismo, che descrive la relazione fondamentale tra il gruppo di riferimento e la singola persona. Un soggetto che non ha né la capacità né la competenza per prendere decisioni, specialmente in caso di crisi o sotto pressione, lascerà i processi decisionali al gruppo e quindi si affiderà alla sua gerarchia, obbedendo agli ordini delle persone di rango maggiore al suo. La seconda è la teoria dello stato agentivo; secondo questa interpretazione l’essenza dell’obbedienza consiste nel fatto che una persona viene a considerarsi come uno strumento per realizzare i desideri di un’altra persona e quindi non si considera più responsabile delle proprie azioni”.

Proviamo adesso a fare un parallelismo fra i risultati degli esperimenti di Milgram e l’attuale situazione di squilibrio sociale e comportamentale dovuto alla psico-pandemia. Abbiamo quindi, come negli esperimenti di psicologia sociale, due categorie: Le autorità (i padroni del discorso) rappresentate dai poteri istituzionali, dalle quasi tutte testate giornalistiche che fungono da cassa di risonanza propagandistica, dal Governo ed i suoi ministri che dispensano decreti e dpcm, dalle forze dell’ordine che sono preposte a far rispettare le regole nuove in contraddizione con leggi precedenti (comprese quelle costituzionali), ed i cittadini esecutori e vittime delle punizioni (impartendo e subendo limitazioni alle libertà personali, obblighi di chiusura delle attività lavorative, coprifuoco notturno, sanzioni di varie entità, veri e propri TSO con tamponi faringei decisamente poco attendibili ed invasivi, vaccinazioni sperimentali di massa).

Il quadro è abbastanza chiaro adesso ed in riferimento alla situazione odierna dell’Italia in quarantena, citando nuovamente il prof. Milgram possiamo azzardare e sostenere che: “un soggetto, una comunità, un popolo che non ha né la capacità né la competenza per prendere decisioni, specialmente in caso di crisi o sotto pressione, lascerà i processi decisionali al gruppo e quindi si affiderà alla sua gerarchia, obbedendo agli ordini delle persone di rango maggiore al suo”. Chiudo questa breve indagine sulla delazione di stato e le sue cause ricordando il monito dei Demoni di Dostoevskij, martello del vassallaggio a cui può ridursi il dèmos moralista in assenza di ethos: “Ogni membro della società vigila l’altro ed è obbligato alla delazione. Ognuno appartiene a tutti e tutti appartengono a ognuno. Tutti sono schiavi e nella schiavitù sono uguali”.

William Mussini30 Posts

Creativo, autore, regista cinematografico e teatrale. Libertario responsabile e attivista del pensiero critico. Ha all'attivo un lungometraggio, numerosi cortometraggi premiati in festival Internazionali, diversi documentari inerenti problematiche storiche, sociali e di promozione culturale. Da sempre appassionato di filosofia, cinema e letteratura. Attualmente impegnato come regista nella società cinematografica e teatrale INCAS produzioni di Campobasso.

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