Shining: il film nel film

di William Mussini

Retroscena e fantastiche teorie sul capolavoro Kubrickiano

Il film Shining, tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King, rappresenta uno dei capolavori indiscussi partoriti dal genio di Stanley Kubrick. La pellicola, poco gradita allo stesso romanziere King che la definì “una bella macchina senza motore”, deluse una esigua parte del pubblico presente nelle sale, già alla sua prima uscita nel 1980. Parte della stessa critica solitamente inflessibile nel commentare i film del regista statunitense, non lo ritenne propriamente di genere horror, riscontrando pochi elementi tipici dei film di genere di quegli anni. Per tutti gli altri spettatori, compreso il sottoscritto, Shining, è stato e rimane uno dei film “di paura” più riusciti di sempre.

Una delle rimostranze che Stephen King fece nei confronti di Kubrick, riguardava la poca corrispondenza narrativa relativamente al romanzo originario. La mancata analogia infatti, non si desume soltanto dalla rivisitazione generale dei personaggi e dalle aggiunte arbitrarie di elementi nuovi ma, anche da una serie di curiosi dettagli voluti dal regista, proprio per sottolineare, con sarcasmo, la parziale ma determinante presa di distanza dalla visione di King.

Un messaggio poco noto di Stanley, diretto sarcasticamente allo stesso Stephen, è presente ad esempio nella  scena in cui, durante il viaggio di ritorno all’Overlook Hotel del capo cuoco afroamericano interpretato da Scatman Crothers, compare lungo la strada innevata un maggiolino blu coinvolto in un incidente. Quel maggiolino blu, secondo il libro di King, sarebbe dovuto essere quello delle sequenze iniziali, cioè quando la famiglia Torrance sale i tornanti verso l’Hotel. Kubrick, nelle scene iniziali, utilizzando invece un maggiolino di colore rosso, ribadisce così a King la sua facoltà di rivedere o stravolgere la storia letteraria, per di più aggiungendo beffardamente il maggiolino blu di King in una sequenza abbastanza superflua, incidentato e capovolto.

Tra i pochi elementi sui quali convergono tutti i pareri positivi e gli elogi di critica e pubblico (tranne il malcontento di King che esecrò l’esplicita pazzia di Jack già nelle prime scene), c’è,  prima su tutte, l’impareggiabile interpretazione di Jack Nicholson nei panni del “pazzo” Jack Torrance, protagonista indiscusso del film e accentratore di tutte le suggestioni più disturbanti. Il film si presta da sempre a numerose interpretazioni e congetture in riferimento ai presunti messaggi subliminali dei quali, secondo molti appassionati di cinema e dietrologia, il capolavoro Kubrickiano sarebbe letteralmente infarcito.

Fra i più autorevoli e audaci esaminatori del film c’è il regista documentarista Rodney Ascher che, nel suo documentario del 2012 “Room 237”, ci espone alcune di queste congetture sfidando gli spettatori a ritrovare le analogie, i riferimenti ed i messaggi da lui individuati, invitando ad approfondire la visione concentrando sempre più l’attenzione su particolari apparentemente trascurabili, numeri, simboli, oggetti e parole.

Secondo Ascher il film Shining offrirebbe anche un tracciato narrativo nascosto incentrato sull’Olocausto. A su dire: “la macchina da scrivere tedesca, marca Adler, che in tedesco significa aquila, simbolo del potere statale, sarebbe metafora dello sterminio degli ebrei avvenuto in modo sistematico e meccanico, proprio come la frase che Jack scrive ripetutamente sul foglio (All work and no play makes Jack a dull boy. All play and no work makes Jack a mere toy! Lavorare soltanto e non giocare rende Jack un ragazzo annoiato, giocare soltanto e non lavorare soltanto rende Jack un mero giocattolo), terrorizzando la povera moglie Wendy”.

Anche il numero 42 che compare sulla manica della felpa del piccolo Danny, figlio della coppia Torrance,  sarebbe riferito all’anno in cui iniziò l’eliminazione del popolo ebraico, il 1942 appunto. Il numero 42 rappresenta anche una certa mania di Kubrick per i multipli del numero 7. A quanto pare, anche i mezzi parcheggiati all’Overlook Hotel sono 42 e, addirittura, la data nella fotografia in bianco e nero che raffigura Jack Torrance durante una festa da ballo, fa riferimento al 7 luglio del 1921.

Nella stessa foto che chiude il film, grazie all’ausilio di uno stratagemma tecnico di sovrapposizione, sembrerebbero comparire sul volto di Jack i famigerati baffetti di Hitler. E ancora: oltre ai riferimenti agli indiani d’America, grazie al barattolo con la scritta “Calumet Baking Powder” che ritorna in più scene nel corso del film è presente anche il riferimento all’ipotetico finto allunaggio del 1969. Kubrick sarebbe infatti, secondo diversi teorici del complotto, l’autore su commissione del governo statunitense delle scene dell’allunaggio al quale si fa riferimento nel film attraverso il ricamo dell’apollo 11 sulla maglia di Danny e con il numero “237” (la cifra sulla porta della stanza osservata con terrore dal piccolo Danny). Il numero 237 sarebbe appunto la distanza dalla Terra alla Luna (238,855 miglia per la precisione), ed anche la stessa targhetta della stanza 237 sarebbe una sorta di anagramma di moon room”.

“Fotogramma dopo fotogramma ci infiliamo in un circolo vizioso senza fine (come i giri di Danny sul triciclo nei corridoi, che in realtà non sono dei cerchi, ma farebbero la forma di una chiave), in un incessante susseguirsi di domande che anziché dare risposte, ne generano altre”.

Ad ogni modo, per quanto possa essere apparentemente controverso e ricco di significati nascosti, Shining è soprattutto un film esemplare, che fa scuola, che regala agli appassionati, agli addetti ai lavori ed al semplice spettatore, una infinità di trovate registiche geniali, unitamente a performance attoriali memorabili.

È indimenticabile, oltre all’interpretazione di Nicholson, anche la performance di Danny Lloyd nei panni del piccolo Danny Torrance. Al giovanissimo Danny, che aveva solo sei anni durante le riprese, Stanley Kubrick e tutto il cast, nascose il fatto che stesse recitando in un film horror, arrivando persino a non utilizzarlo in alcune scene particolarmente forti (nelle scene in cui Wendy tiene in braccio Danny e rimprovera Jack in realtà si è utilizzato un pupazzo con le fattezze di Lloyd). Danny Lloyd scoprì la verità solo diversi anni dopo, vedendo una versione censurata del film, e non vide il lungometraggio per intero prima del 1989, all’età di diciassette anni, più di un decennio dopo.

Non sono mancati nemmeno momenti di sconforto estremo: in seguito ad un principio di esaurimento nervoso l’attrice Shelly Duvall, splendida interprete di Wendy Torrance, minacciò di abbandonare le riprese poiché in preda a continui attacchi di panico. Litigò con Kubrick più volte lamentandosi del fatto che il suo corpo non poteva reggere ancora per molto e anche a distanza di decenni dalla prima del film sosteneva: “ho ancora gli incubi se penso a Shining”.

Qui il trailer del documentario di Ascher

William Mussini51 Posts

Creativo, autore, regista cinematografico e teatrale. Libertario responsabile e attivista del pensiero critico. Ha all'attivo un lungometraggio, numerosi cortometraggi premiati in festival Internazionali, diversi documentari inerenti problematiche storiche, sociali e di promozione culturale. Da sempre appassionato di filosofia, cinema e letteratura. Attualmente impegnato come regista nella società cinematografica e teatrale INCAS produzioni di Campobasso.

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