Una fonte che si fa abbeveratoio che si fa lavatoio

Fontana Caracciolo di Salcito

Presso la fontana Caracciolo di Salcito, in simultaneo, c’è chi (le bestie) si abbevera, chi (le donne) lava i panni, chi (gli escursionisti) riempie la borraccia. È collocata in un’area interposta tra 2 grandi emergenze paesaggistiche, il Celano-Foggia e la Morgia dei Briganti

A sottolinearne l’importanza è il carattere monumentale di tale opera idraulica caratterizzata da un grande timpano al centro del muretto di contenimento del rilievo da cui scaturisce l’acqua che perciò risulta cuspidato. In questa sorta di frontone realizzato in conci regolari è inserito lo stemma della famiglia feudale. L’emblema, dal disegno articolato, nobiliare sormonta un prezioso mascherone dalla cui bocca, tramite un cannello metallico conficcato all’interno, sbocca, è il caso di dirlo, l’acqua; il getto è consistente anche perché il tubo (o cannello che dir si voglia) è di piccolo diametro e ciò fa sì che la pressione idrica, secondo le note leggi della fisica, sia consistente, il fiotto d’acqua deciso. Un cordolo in lastre di calcare di grosso spessore contorna il tutto alla stregua di una copertina. L’acqua cade in una lunghissima vasca collegata ad un lato con un lavatoio. Le funzioni di tale “attrezzatura” civile sono tre, quelle di fontana, di abbeveratoio e di lavatoio. Le vediamo una per una. Per quanto riguarda la prima l’utilità è duplice, da un lato per rinfrescare i viandanti, essa è disposta lungo un percorso viario di un certo rango, e dall’altro lato per consentire l’attingimento ad uso domestico. Quest’ultimo è effettuato soprattutto dalle donne, con le tipiche tine sulla testa, delle abitazioni vicine; seppure si tratta di un popolamento sparso vi sono numerose dimore rurali nei dintorni.

L’operazione di approvvigionarsi di acqua presso la fonte è terminata solo nella seconda metà del secolo scorso quando sono stati costruiti oltre alle primarie infrastrutture acquedottistiche realizzate dalla Cassa per il Mezzogiorno gli acquedotti a servizio delle campagne. Fino ad allora il trasporto con capaci recipienti dell’acqua era affidato alla componente femminile della famiglia giudicandolo, stranamente, meno faticoso del lavoro nei campi ovvero ritenendolo un’estensione del compito tradizionale di cura del focolare; è un’occupazione che sottrae tanto tempo, tempo che sarebbe potuto essere destinato alla coltivazione del podere, magari, èil sesso debole, in un ruolo ausiliario, e ciò è una perdita non da poco nel bilancio familiare. Come fontana se ha perso la ragion d’essere di rifornimento idrico per le residenze situate in prossimità, conserva quella di offrire da bere ai passanti che ora cominciano ad essere gli escursionisti attratti dalle bellezze paesaggistiche del comprensorio la cui principale emergenza è la non discosta Morgia dei Briganti. Passiamo adesso, dopo aver esaurito i ragionamenti sulla prima, alla seconda delle 3 funzionalità cui assolve la fonte elencate qualche periodo fa, quella di lavatoio. È da evidenziare, nonostante sia un’ovvietà, che anche per il lavaggio dei panni è meglio che la fonte non sia troppo distante dai luoghi in cui si abita, la fonte rappresenta un fattore localizzato decisivo.

Certo il lavare vestiti, tovaglie, lenzuoli non è un’occupazione giornaliera (salvo che per le lavandaie di mestiere), mentre l’acqua fresca da bere è un’esigenza quotidiana e quindi si può ammettere una distanza superiore per i lavatoi. Le fontane sono immancabili nei contesti urbani a differenza dei lavatoi che si trovano per lo più in zone periferiche; alla motivazione espressa in precedenza se ne aggiunge una ulteriore che è quella di evitare che l’acqua resa lurida dal lavaggio dei tessuti defluisca nell’abitato. Le esigenze igieniche devono essere state alla base della decisione nella fonte di Salcito, che, dunque, appare essere un modello avanzato, di separare le postazioni di lavoro delle lavandaie in modo che non si mescolino fra loro le acque pulite pre-bucato e quelle sporche post-bucato. Vale la pena poi rilevare che nei nuclei abitativi i lavatoi risultano coperti, vedi quello di Fontanavecchia a Campobasso e quello di Isernia dove esso è contenuto in un apposito corpo di fabbrica; se una considerazione va fatta a tale proposito è che la spesa per la copertura si giustifica se c’è un afflusso costante di lavandaie le quali possono così lavare anche nei giorni piovosi e non affollarsi in quelli sereni. Rimane da trattare la terza e ultima delle funzioni della fonte preannunziate all’inizio, quella di abbeveratoio.

Per la sua notevole estensione in senso longitudinale il catino consente l’abbeveraggio in simultaneo di numerosi capi di bestiame, un intero gregge o un’intera mandria; l’altezza da terra è una misura standard, idonea sia per le mucche e sia per le pecore, ma non ideale data la differente taglia di questi animali, altrove la quota dal terreno è differenziata. Va osservato che, a differenza del lavatoio e della fontana per l’attingimento di acqua, l’abbeveratoio consenta tuttora la sua utilità, non c’è un sistema alternativo per dissetare le bestie. La sua presenza lì, in vicinanza del Laghetto di Salcito, indica che siamo in un punto di passaggio obbligato nei tempi andati, forse è in relazione con i flussi di armenti che percorrono il tratturo Celano-Foggia il quale corre non lontano da qui durante la transumanza. Invece, i muli e gli asini che coadiuvano gli uomini nelle colture agricole si abbeverano isolatamente. In conclusione, o meglio a margine, esaurita la disamina sulla questione della funzionalità e ritornando allo stemma ci accorgiamo che è una fonte attiva già nel feudalesimo e perciò che trattasi di una fonte perenne di quel liquido essenziale che il genere umano ovunque si è ingegnato per poterne usufruire foggiando dispositivi idraulici variegati, dagli abbeveratoi ai lavatoi alle fontane, come nel nostro caso, dai quali l’acqua prende una specifica forma diventando getto, vasca e ruscellamento, rispettivamente nella fontana, nell’abbeveratoio e nel lavatoio.

Francesco Manfredi Selvaggi393 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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