Ma che bel tipo (edilizio)!

di Francesco Manfredi-Selvaggi

È possibile catalogare le costruzioni rurali secondo determinati tipi. La tipologia edilizia, comunque, permette al suo interno numerose variazioni che consentono adattamenti a specifiche funzioni e la possibilità di ospitare nuove destinazioni d’uso (Ph. F. Morgillo-Case rurali a Casalciprano)

L’ampliamento dei fabbricati rurali tradizionali costituisce un problema di notevole complessità per il quale mancano definite linee-guida che neanche i piani paesistici sono riusciti a fornire. Non sono utili neanche le raccomandazioni contenute nelle varie «carte» predisposte per il restauro dei monumenti dove si richiede di voler distinguere le parti aggiunte dal corpo originario mediante l’impiego di materiali differenti in facciata oppure per l’adozione di caratteri formali diversi nei nuovi volumi: tali «protesi», così si possono definire, rischiano di annullare la leggibilità se non altro della tipologia edilizia, cosa non da poco se si tiene conto che essa è tra le espressioni più significative della cultura si un popolo.

Il tipo edilizio è oggetto di numerosi studi in ambito, oltre che architettonico, geografico, storico e antropologico per ricostruire i lineamenti delle civiltà del passato; viviamo in un momento epocale di passaggio da quello che viene definito il mondo contadino ad un’era completamente diversa, la nostra, in cui la modernizzazione rischia di far scomparire i “segni” di coloro che ci hanno preceduto, tra i quali vi sono, di certo, i “luoghi” dell’abitare. È nelle campagne che è maggiormente evidente il fenomeno della tipicizzazione del costruito almeno per due ragioni.

La prima è relativa al fatto che le trasformazioni sono evidentemente più consistenti negli agglomerati urbani che da noi presentano stratificazioni complesse frutto delle varie fasi insediative che hanno vissuto. La seconda è che nell’agro l’edificio non subisce condizionamenti particolari dall’intorno, mentre nell’abitato l’impianto architettonico di una singola unità deve tener conto di quanto sta al suo fianco, strade e schiere edilizie. Nell’agro i manufatti sono stati da sempre meno sensibili all’evoluzione degli studi architettonici che invece ha conformato i fabbricati delle aree urbanizzate connotati, volta per volta, da stilemi medioevali, rinascimentali, barocchi, ecc., forse perché i fabbricati hanno essenzialmente natura funzionale, legati come sono alla coltivazione dei campi o all’allevamento. I modelli costruttivi seguiti nell’architettura rurale sono per molti versi autonomi rispetto alle forme riscontrabili nell’edificio urbano.

Si è detto che l’edilizia rurale è condizionata dalle esigenze dell’agricoltura alla stregua di uno strumento agricolo e ciò va sottolineato per controbattere a teorie, di matrice «idealista», che, invece, considerano tali dimore discendenti da un modo di sentire radicato, oggetti privi di dimensione storica, frutto di una sorta di “spontaneità” popolare. Pertanto, secondo questa teoria che si contrappone alla visione «materialista», o meglio dire alla lettura in chiave di «cultura materiale», vi è una immutabilità nella concezione della casa contadina, e, in aggiunta, che essa è espressione di una «verità», nonostante che, in tali casi, si è di fronte a tipologie, in qualche modo, inesatte, in cui, cioè difetta la corrispondenza tra la composizione formale e la distribuzione dei vani.

Per quanto riguarda l’atemporalità occorre rilevare che queste strutture hanno vissuto un consistente processo evolutivo, basta pensare alla descrizione del costruito nel Molise contenuta nell’Inchiesta Murattiana del 1811. Passando al tema delle trasformazioni con il quale si era iniziato e che è l’argomento centrale che si vuole trattare è chiaro che in base all’impostazione idealista e anche weberiana la quale ipotizza l’esistenza di «idealtipi» e, forse, pure aristotelica non sarebbe corretto apportare modifiche o accrescimenti nei fabbricati qualora si individui la loro rispondenza a definiti tipi edilizi.

Si giunge a conclusioni diverse se si parte da quel pensiero “funzionalista” che più prosaicamente mette in relazione la tipologia architettonica con i bisogni per i quali essa è chiamata a dare soluzioni, tra cui vi sono pure quelli di maggiori spazi a disposizione. Funzionalismo è un termine del linguaggio progettuale, considerato la parola chiave dell’architettura a partire dai primi decenni del XIX secolo; esso impone di ricercare le regole compositive appropriate per ogni destinazione d’uso. Una sorta di “codice” per la progettazione che si rinviene anche nel patrimonio edilizio rurale (meno in quello urbano), al quale è assimilabile la tendenza alla tipicizzazione dei manufatti che, da sempre, avviene nel territorio agricolo o, almeno, prima della «modernizzazione».

Allora è legittimo riconoscere nei fabbricati esistenti precisi meccanismi di crescita che consentono numerose possibilità di espansione del nucleo iniziale. Si ha uno schema di carattere aperto dell’evoluzione delle costruzioni il quale può portare ad organismi molto vari. Si hanno varianti sia sincroniche che diacroniche ottenute rispettando la legge dei cosiddetti successivi raddoppi, attraverso la moltiplicazione del modulo base che è il vano di 4 o 5 metri per lato. Inoltre, in questo sistema linguistico sono compresi i modi per l’aggregazione di volumi distinti, mettiamo l’abitazione e la stalla, magari lati di una corte.

Oltre alla crescita modulare vi è la dotazione al manufatto di aggiunte laterali come le scale esterne e i porticati, realizzate in un secondo momento. L’edificato viene ad essere costituito così da forme assai svariate le quali, però, seguono necessariamente criteri tipologici. Infine, è opportuno precisare che il costruito va analizzato non solo nella prospettiva storica cui si è accennato, ma pure in termini geografici modificandosi i manufatti e con essi i tipi edilizi tra zona e zona, nei molteplici comprensori molisani, e, all’interno di ciascuno di essi, sono individuabili differenziazioni per fasce altimetriche, pianura, collina e montagna, per posizione topografica, ad esempio di altura o di pendio, per condizioni climatiche con muri più spessi e bucature più piccole lì dove la temperatura è più rigida. A provocare la diversificazione delle tipologie vi è pure l’orientamento colturale delle aziende alle quali i fabbricati sono annessi, se piccole proprietà contadine, se a conduzione mezzadrile, se latifondo, in definitiva l’economia. Da tutto quanto emerge la difficoltà ad immaginare un intervento appropriato per adeguare gli edifici tradizionali alle richieste della società contemporanea.

Francesco Manfredi Selvaggi606 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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