Un abitato tinta su tinta, se possibile

di Francesco Manfredi-Selvaggi

La redazione di un piano del colore deve tener conto anche della presenza di edifici che non hanno vere e proprie facciate perché hanno pareti vetrate, con i fronti in cemento a faccia vista, con le ombre dei porticati, con le murature in laterizio non intonacato e così via. L’attenzione è, qui, posta essenzialmente su Campobasso (Ph. F. Morgillo-L’Auditorium di Isernia visto d’infilata)

Il colore non è tutto ma aiuta, è un contributo a rendere l’abitato più vivace. Non tutti pensano, però, ciò. Vedi il cosiddetto palazzo di vetro di viale Elena caratterizzato da superfici esterne in vetro le quali sono la negazione assoluta della facciata: essendo stato abolito il muro non vi è, di conseguenza, una superficie sulla quale applicare i colori. È un edificio che segue i dettami dell’International Style, una tendenza dell’architettura contemporanea il cui modello di riferimento sono i grattacieli disegnati da Mies van Der Rohe. Sempre al Movimento Moderno si ispirano ma adesso ad una tendenza artistica completamente diversa, il surrealismo un cui esponente significativo è Magritte, le facciate coperte da murales che sono apparse recentemente nella scena urbana del capoluogo regionale.

Nel primo caso c’è la rinunzia totale alla colorazione, nel secondo caso c’è addirittura la sua esaltazione per la varietà e intensità delle tinte adoperate. I due estremi, l’assenza di tinteggiatura e la sua presenza esorbitante, ma vi è anche una “terza via” che è l’applicazione di una tinta per antonomasia neutra che è il grigio. Del fabbricato in linea che si trova salendo a destra all’inizio di via Leopardi, sempre nella “capitale” del Molise, vi è sui fronti esterni il cemento a faccia vista il che porta a cogliere qualche assonanza con il Brutalismo, un ulteriore orientamento stilistico dell’architettura moderna.

Il Brutalism era un modo per contestare in maniera dirompente il passato, le forme estetiche passatiste, mentre qui esso perde ogni carica eversiva e diventa uno stilema rassicurante. La casa-madre dell’architettura contemporanea rimane il Razionalismo, il grande alveo in cui confluisce, vuoi o non vuoi, ogni corrente stilistica per cui anche quella Brutalista. L’architettura razionalista ha quale principio cardine quello della “verità” della struttura ovverosia che il sistema strutturale debba essere percepibile dall’esterno, cosa che puntualmente avviene qui con i pannelli prefabbricati in conglomerato cementizio che non sono mascherati bensì visibili dalla strada.

È considerata razionalista la ex-Gil dove nel portico che funge da atrio vi sono figure a grande formato in stile Novecento, l’unica nota di colore nella Campobasso durante il fascismo il quale ben si sa amava il Nero e tutt’al più l’orbace, ambedue scuri. Sono stati realizzati con la tecnica dell’affresco per cui dovevano essere posizionati al coperto, non potevano essere esposti all’intemperie; oggi lo spazio che li contiene è stato delimitato con lastre vitree il che riduce la visibilità di questi dipinti financo dai percorsi al contorno della, un tempo, sede della Gioventù Italiana del Littorio, per cui non possono essere più partecipi del panorama coloristico cittadino.

Il problema della protezione delle pitture all’aperto non esiste più da quando si è affermato l’impiego delle tinte acriliche e da allora è iniziato l’approntamento di murales sui muri perimetrali di tante costruzioni. Nel principale centro della regione si è fatto poco uso nei prospetti degli organismi edilizi del rivestimento in ceramica e quando lo si è fatto sono state impiegate piastrelle monocrome (la palazzina in cui è allocato l’Archivio di Stato in v. Orefici e prima anche il “grattacielo” da cui la ceramica venne eliminata a causa del distacco di alcune tessere).

Al contrario ad Isernia gli allievi diplomati alla scuola d’arte Manuppella hanno lasciato numerose testimonianze in città della loro abilità nella lavorazione dell’argilla come la decorazione, non integrale, dei fronti dell’Istituto Magistrale dove siamo al cospetto di mattonelle policrome; non da molto è stata completata la “lottizzazione Ciampitti” in cui la ceramica multicolore la fa da padrona sulle facce esteriori dei fabbricati. In verità, pure a Campobasso fino a pochi decenni fa faceva bella mostra di sé il rivestimento ceramico in policromia di una casa collocata nel cuore del centro storico, in Piazza San Leonardo, un vero pugno nell’occhio; per fortuna che esso poi è stato eliminato.

Nella tavolozza delle tinte che ravvivano l’ambiente urbano di Campobasso è quasi del tutto assente il color mattone se si escludono le “specchiature” del Banco di Napoli, porzioni in laterizio delle facciate della Banca d’Italia e le pareti ventilate con tavelle in cotto presenti nella Città nella Città, e ciò forse per l’abbondanza di materiale lapideo presente in loco, la cava dei “monti”, e nei dintorni. Nel Basso Molise, invece, per la carenza di pietre da costruzione si è fatto uso del cotto anche in opere monumentali, prendi l’imponente Palazzo Cini a Portocannone. Il color rosso, appunto, mattone correggendo, per certi versi, quanto appena detto è, viceversa, dominante nelle vedute dall’alto del castello Monforte da cui si può ammirare la distesa sottostante dei tetti con tegole in argilla.

Tale dominanza del rosso nella vista da punti elevati delle coperture di un nucleo abitativo tradizionale sembrerebbe una cosa scontata per i comuni molisani e, di sicuro, è una cosa vera per la stragrande maggioranza dei paesi, ma non per tutti. L’eccezione è rappresentata dai borghi del comprensorio territoriale prossimo a Frosolone dove sono tipiche, invece dei coppi, le “licie” le quali hanno una colorazione grigiastra, il colore della pietra affiorante nell’agro per cui qualora lo sguardo abbracci, in una vista di insieme, il centro abitato e la campagna le licie sui tetti e gli affioramenti lapidei nei dintorni tendono a confondersi fra loro.

Infine, sono da aggiungere due cose: l’una è quella che le tinte cambiano a seconda se si trovano in zone d’ombra o in piena luce per cui la palette dei colori è più ampia di quella fornita dal Pantone e ciò accade quando la pittura viene stesa sulla parete di fondo di un portico, mettiamo quello del Municipio, o se è sulle colonne rettangolari dello stesso che sono in primo piano; l’altra è che le colorazioni mutano nelle ore notturne diventando indistinguibili negli angoli dell’abitato più bui, mentre l’illuminazione artificiale ne falsa la visione, con effetti che variano in dipendenza della sua intensità e della collocazione dei corpi illuminanti.

Francesco Manfredi Selvaggi605 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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