Abitare sotto, sopra o a fianco alla roccia

di Francesco Manfredi-Selvaggi

A Campobasso molti edifici del centro storico hanno annessi per i quali si sfruttano le numerose cavità sotterranee, a Pietrabbondante le case, un lungo caseggiato, fiancheggia le pareti rocciose, a Bagnoli si è edificato sulla morgia. Gli ambienti pietrosi sono ambienti estremi e con essi questi comuni si sono dovuti confrontare (Ph. F. Morgillo-Panorama invernale di Castropignano)

Campobasso non la si può definire un centro rupestre nonostante il suo sottosuolo sia pieno di cavità utilizzate prima quali rimesse connesse ad abitazioni, quindi complementari a queste, e ora, in parte, trasformate in locali ristorativi. Soprattutto questa città manca di spuntoni rocciosi che emergono alla vista nell’agglomerato edilizio, la roccia è confinata, se così si può dire, sottoterra. Gli insediamenti che siamo abituati a chiamare propriamente rupestri nel Molise sono Bagnoli, Pietrabbondante e Pietracupa dove le cosiddette morge sono elementi dominanti dell’immagine del paese.

C’è una distinzione da fare fra esse ed è che mentre a Pietrabbondante le morge, le quali sono tre, stanno al di sopra delle case, a Bagnoli dove sono 2, quella principale e la Morgia Alfiera, stanno al di sotto, costituiscono il substrato del nucleo abitato, a Pietracupa le costruzioni sorgono intorno all’unica morgia, tre, due e una. In verità è il capoluogo regionale a, mettendo in dubbio quanto detto all’inizio, a richiamare maggiormente la civiltà rupestre se si intende questa, quella dove gli uomini sfruttano le grotte a scopi abitativi sia pure qui gli ambienti ipogei sono semplici annessi alle residenze, cioè fondaci, cantine, ecc. e non le residenze stesse.

Se, invece, per rupestre si intende non necessariamente vivere “dentro” le rocce bensì “fra” le rocce la situazione cambia, addirittura si ribalta, la “capitale” del Molise non lo è, lo abbiamo affermato al principio, un agglomerato rupestre mentre lo sono gli altri tre citati. Gira gira l’unico luogo molisano in cui vi sono tracce di una civilizzazione (civiltà è un po’ troppo per un modo di abitare così primitivo quale era la vita che si svolgeva qui) rupicola (termine che dà più il senso del selvatico rispetto a rupestre) è la Morgia dei Briganti frequentata da ere lontanissime nelle cui tante caverne trovavano dimora povera gente, eremiti e, per l’appunto, briganti o, almeno, riparo.

Gli ammassi rocciosi, al contrario pensare oggi noi che scegliamo aree piane per l’edificazione, peraltro raggiungibili con facilità, in passato si rivelavano siti interessanti per fondarvi un villaggio perché protetto dalle asperità del masso. Tanto ci si sente sicuri su queste emergenze lapidee che non si predispongono neanche murazioni difensive. A Pietrabbondante le pareti calcaree che sovrastano il borgo su un lato costituiscono naturali barriere di protezione. Le morge sono strategiche per la salvaguardia della popolazione anche per la loro altezza, esse infatti svettano nell’agro tutto intorno e così i loro vertici sono punti di scolta da cui avvistare l’approssimarsi del nemico.

Per la grande visibilità che si gode salendo sul colmo esse sono anche dei balconi panoramici e a Pietracupa si è cercato di sfruttare tale qualità realizzando una scaletta metallica che si inerpica fin su, un’esperienza emozionante anche se finora ne è stato precluso l’accesso dovendosi ancora mettere a punto le misure per garantire l’incolumità dei fruitori. Va evidenziato che lo sfruttamento delle morge quali aree, per così dire, edificabili non è cosa unicamente del medioevo come dimostra Duronia, centro di origine pre-romana che è in rapporto con le rocce. La morgia condiziona in maniera forte la struttura insediativa che ospita, il fattore naturale si impone su quello antropico nel disegno dell’abitato, in un certo modo la natura detta le sue leggi anche in materia di forma degli aggregati residenziali.

Campobasso che nasconde le sue cavità, occultandone financo le entrate, costruendo il suo nucleo medievale su di esse non la dà a vedere, ma una certa dipendenza dal sottosuolo il suo impianto urbanistico deve averla subita (le unità immobiliari di sicuro in quanto sfruttano lo spazio sotterraneo). È evidente che le dimensioni delle abitazioni popolari a Bagnoli sono in stretta relazione alla gibbosità della superficie della morgia, un singolo edificio occupa una singola gobba la quale quanto più è grande in estensione tanto più è ampio il fabbricato, se è assai estesa allora potrà contenere più moduli abitativi (il modulo base è quello unicellulare); esclusivamente i palazzotti signorili per la cui esecuzione ci si può permettere un impegno realizzativo superiore si impostano su più convessità del manto roccioso magari livellandole, è difficile trovare particelle in cui il suolo spiana.

L’accidentalità del terreno fa sì che i percorsi viari cittadini, oltre che le tipologie architettoniche, siano caratterizzati da una notevole irregolarità, alle volte un dedalo. Il deflusso delle acque a seguito di precipitazioni atmosferiche intense è governabile con difficoltà non potendosi contare sull’assorbimento da parte della terra data l’impermeabilità della roccia. Quest’ultima, in aggiunta, è riflettente i raggi del sole perché biancastra, è calcarea, per cui nelle ore di luce quando il cielo è sgombro da nubi, si ha un aumento locale della temperatura dell’aria più consistente nelle giornate di calura estiva. Dato il substrato lapideo è difficile che, nei pochi angoli liberi, possano crescere piante le quali avrebbero potuto assicurare l’ombreggiamento e neanche che vi siano orti e giardini.

Vi è un disagio nell’abitare su roccia anche per lo sforzo che richiede la realizzazione dei sottoservizi, condotte idriche e fognarie in primis con buona pace dei propugnatori dell’Architettura Organica teorizzata da Bruno Zevi. Le zone di espansione sono esterne alla morgia, si sviluppano su un soprasuolo “normale”. Si ha un’autentica discontinuità tra il polo originario e le sue appendici anche dal punto di vista estetico, forma delle case e delle strade. Trattandosi di piccoli centri nei quali la crescita urbanistica è contenuta predomina nell’immagine dell’insediamento la porzione rupestre. Tale riconoscibilità fa sì che essi si distinguano nel panorama insediativo regionale e per i loro abitanti questa insolita morfologia dell’insieme abitativo costituisce un fattore identitario, se non di orgoglio, favorendo il senso di appartenenza.

Francesco Manfredi Selvaggi605 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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