Grotte per tutti gli usi, religiosi, civili e loschi

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Le grotte sono luoghi di culto, vedi il santuario micaelico di S. Angelo in Grotte, annessi alle abitazioni, i sotterranei delle case di Campobasso, rifugio di banditi, le cavità nella Morgia dei Briganti. Rimane oggi il forte interesse paesaggistico per tali singolarità della costa terrestre (Ph. F. Morgillo-La grotta di S. Michele e la Scala Santa a S. Angelo in Grotte)

È possibile che non ci si ricordi dove, ma sicuramente tutti abbiamo visto nell’uno o nell’altro paese molisano una edicola votiva a forma di grotta in cui è collocata la statua della Madonna Immacolata. Il caso estremo è quello di Campobasso in cui all’interno dell’aiuola che fa da spartitraffico fra via XXIV Maggio e via IV Novembre vi è una versione in formato mignon di tale sorta di tempietto devozionale; è da rilevare che qui il fedele non può certo raccogliersi in preghiera per via delle auto che vi scorrono intorno tutto il giorno. In ogni caso, anche quando la raffigurazione della Madre di Dio è a scala 1:1 si tratta della miniatura di una grotta, quest’ultima non ha mai le dimensioni di una grotta naturale.

Il grottino, perché tale è, è un rimando alla celebre grotta di Lourdes la quale ha rappresentato un po’ la consacrazione definitiva di questo elemento della natura quale luogo con valenze spirituali. Fin dalle epoche più remote l’uomo ha avvertito un senso di sacralità nelle cavità naturali. Ci sono diverse chiesette qui da voi “ricavate” dentro le rocce, si prenda l’originario sito della cappella di S. Luca a Pescopennataro, quella attuale è traslata un po’ più in là, la quale era sotto uno sperone roccioso, si stava per dire “pesco” come si usa qui. Oppure si veda la chiesa ipogea di Pietracupa sottostante alla Parrocchiale e, però, è l’occasione per chiarirlo, della quale non si può considerare la cripta in quanto ha un accesso autonomo dall’esterno e non c’è un collegamento diretto, in verticale, tra le due; a proposito di questo luogo di culto è da aggiungere che è l’unica chiesa rupestre presente in un abitato, le altre stanno nell’agro.

La chiesetta di S. Lucia a Miranda e il santuario micaelico di S. Angelo in Grotte hanno in comune il fatto che trattasi di ambienti cultuali in parte ricavati nel sottosuolo, in parte edificati, essendo affiancato alla grotta un corpo di fabbrica per allargare lo spazio interno, dotandolo, nel contempo, di una facciata. È interessante osservare che a S. Angelo in Grotte la grotta, almeno secondo la credenza popolare, è senza fondo, termina con un cunicolo, appena percepibile, in cui il diavolo inseguito da S. Michele si infilò per riemergere in superficie da un buco, anch’esso un minuscolo pertugio, posto in un vallone che separa questo comune da Macchiagodena.

Una prova “inconfutabile” che sia avvenuto proprio così è l’esistenza di un leccio sia all’entrata della grotta che in questa presunta uscita, con il seme della pianta che si era impigliato nella coda del demonio in fuga; il leccio è un’essenza arborea che da tali parti è rara essendo tipica dell’area tirrenica e perciò la sua presenza qui è un fatto straordinario. Solo a Monte S. Angelo l’Arcangelo riuscì a ricacciare l’angelo ribelle nelle profondità della terra, la rincorsa segue la Via Micaelica. Il fronte della cappella, sconsacrata, di Busso è la stessa parete rocciosa in cui si apre la grotta, l’ingresso alla caverna non è mascherato da un prospetto architettonico, a sottolineare che si tratta di un posto sacro vi è semplicemente un portale per regolarizzarne l’imboccatura; non vi è, quindi, alcuna discontinuità tra l’ammasso roccioso e lo spazio destinato a funzioni religiose che sta nelle sue viscere.

È l’ambiente rupicolo, l’insieme cavità-emergenza lapidea a ispirare sentimenti devozionali. Mancano ancora due annotazioni sostanziali per completare la descrizione di ciò che connota maggiormente le grotte, diciamo così, ad uso ecclesiastico. La prima è che esse sono volumi non scavati, al massimo vengono integrate con strutture fuori-terra, il che serve, peraltro, la creazione di un fronte da cui si entra, a nascondere la fenditura nel blocco roccioso che è il suo imbocco. La seconda annotazione è che le grotte prescelte quali cappelle hanno il basamento piatto, non si scende, in altri termini, alcun gradino per penetrarvi, il piano della grotta è alla stessa quota del, per l’appunto, piano di campagna, mutuando quest’espressione dal linguaggio tecnico.

Non c’è, in definitiva, alcuna deità ctonia da venerare, l’eccezione sono le cripte (Trivento, Guardialfiera, Guglionesi) in cui il percorso, in discesa, per accedervi ha il sapore di un cammino iniziatico. C’è, poi, la questione della dimensione della grotta, quella orizzontale. Qualora le chiese rupestri siano mete di pellegrinaggio è stato necessario, vedi S. Angelo in Grotte, aumentare la superficie dello spazio di culto per consentire la partecipazione ai riti a una massa cospicua di devoti a quel Santo, senza arrivare, però, a relegare la grotta in un angolo residuale della chiesa. Qualora la profondità della grotta è limitata essa è equiparabile, se ne è parlato all’inizio, ad un’edicola votiva in cui, poiché tale, è possibile invocare la figura celeste dal di fuori.

Che le cavità siano ricche di rimandi alla religiosità, in ispecie quella popolare, è suffragato dalla circostanza che nei presepi la capanna della Natività è spesso sostituita da una grotta. C’è, infine, il caso speciale di S. Michele a Foce in cui vi è il connubio tra chiesetta e grotta intese quali entità distinte e però non separate. La cappella che è un oggetto architettonico completo in ogni sua parte compresa la copertura è posta al di sotto di un incavo del fronte di roccia soprastante; è protetta perciò sia dal tetto sia dalla sporgenza dell’emergenza rocciosa. Sotto quest’ultima trova riparo pure uno stazzo di ovini e tale vicinanza rimanda al cristianesimo delle origini, al pauperismo il quale è in contrasto (?) con la magnificenza della prossima abazia di S. Vincenzo al V. Un’ultimissima cosa: le grotte per i cristiani hanno una duplice valenza, possono essere tanto il posto, siamo nel ventre della Terra, in cui sono collocati gli inferi, sia un momento di raccoglimento spirituale separate come sono dal “set” in cui si svolge la vita ordinaria.

Francesco Manfredi Selvaggi605 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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