Il restauro, croce e delizia

di Francesco Manfredi-Selvaggi
Il restaurare costituisce un impegno gravoso e, nello stesso tempo, può dare soddisfazioni notevoli. Spesso si fa uso in tali lavori di materiali innovativi e di tecnologie modernissime (ph. Struttura di copertura di resti archeologici nel foro di Altilia-nel riquadro un ingrandimento della copertura degli scavi)
Restauro, croce e delizia. Le difficoltà che si incontrano nel restaurare sono tante, ma un restauro ben fatto procura altrettante tante soddisfazioni. Del resto, secondo il detto vichiano i problemi si traducono in opportunità. Senza esagerare, però, per quanto riguarda queste ultime nel senso di non cercare sempre nel progettare lavori di recupero di manufatti del passato di farne occasioni da sfruttare per esercitazioni di architettura moderna applicata all’antico. L’inserimento del nuovo anche in stile architettonico contemporaneo è consentito se esso è funzionale alla conservazione del bene.
Non deve, cioè, essere prevalente la voglia dell’architetto restauratore di mettere in campo la sua personale sensibilità artistica, bensì l’impegno a misurarsi con l’eredità storica. A volte nel Molise sembra essersi verificato proprio ciò, si prenda la copertura della chiesetta a rudere di S. Michele a Roccaravindola, oppure la pensilina che protegge gli scavi nell’area prospiciente all’ospedale di Isernia, ecc. tutte realizzazioni volutamente dissonanti rispetto alle testimonianze che sono chiamate a salvaguardare. Sarebbe valso allora che invece di redigere in proprio, come è successo nei casi citati, la Soprintendenza un tempo alle Belle Arti avendo scelto come obiettivo l’ottenere un restauro quale opera d’autore invece di uno ordinario, un atto d’ufficio, si fosse fatta promotrice di un concorso d’architettura come conviene per un’ideazione progettuale creativa aperto a chiunque sia iscritto all’Ordine degli Architetti.
Nelle esemplificazioni di cui sopra compaiono immancabilmente strutture metalliche, l’impiego di tubolari in acciaio che sorreggono tettoie oppure elementi a sbalzo, tettucci in plexiglas o in lamiera. Dal punto di vista formale il richiamo è al meccano, l’ispirazione è al campo del design dominato per un certo periodo dalla corrente artistica nota come mecanoo, o, se si crede, al neoplasticismo. Poiché si tratta di aste di metallo assemblate tramite giunti, non cioè saldate, fra loro che sostengono lastre traslucide o opache appoggiate sulle stesse, con la medesima facilità con la quale sono state montate insieme è facile smontarle e ciò si chiama reversibilità, un principio cardine del restauro, non è la stessa cosa, per intenderci, quando le aggiunte al monumento sono in muratura.
Una via diversa sarebbe stata quella della reintegrazione del corpo di fabbrica rimasto mutilato ricostruendo la porzione mancante e ciò è un’ulteriore soluzione in linea con le “carte” del restauro purché eseguita in modo filologicamente corretto. È questo il “restauro filologico” il quale si distingue dal “restauro stilistico” che desume quale dovesse essere la forma dell’organismo edilizio ante-perdita di qualche pezzo dalla comparazione con altri fabbricati caratterizzati dal medesimo stile; è evidente che questa seconda tipologia di restauro porta a scelte di restaurazione arbitrarie. Per i ruderi archeologici il discorso è differente, non è possibile formulare alcuna ipotesi di quale fosse l’assetto originario di manufatti ridotti ai minimi termini; non è corretto tentare in tali situazioni alcuna integrazione che, peraltro, data la consistenza minimale delle vestigia, di frequente semplici relitti, sarebbe preponderante nei confronti della rimanenza, di ciò che è sopravvissuto dell’antica fabbrica.
I teorici del restauro non ammettono simile operazione poiché una legge fondamentale di questa disciplina è quella del minimo intervento. Una misura di mezzo è quella che è stata adottata per la protezione del templio di Ercole Curino a Campochiaro di cui restano scarse tracce dell’elevato mentre l’impianto planimetrico è leggibile, dove la copertura metallica è a capanna e quindi ha la sagoma del tetto di un templio pagano. Il metallo è un materiale leggero e perciò poco ingombrante visivamente, molto meno del legname; non molto tempo fa in vicinanza di Porta Terravecchia ad Altilia è comparso un “padiglione” in legno lamellare di maggiore impatto visivo, di certo, del templio di Campochiaro.
In legname sono i presidi a sostegno di murature pericolanti come succede al capo opposto di Saepinum, quindi a Porta Tammaro, i quali sono giustificabili poiché provvisori. Una annotazione a margine è che se il metallo espressivamente si presta per manufatti di gusto modernista, per la costruzione di “oggetti” nuovissimi il legno si lega a artefatti dal sapore rustico, a costruzioni che seguono una tendenza formale antiquaria. Qui da noi forse più che un uso si fa un abuso di coperture di protezione delle escavazioni archeologiche, la più grande delle quali è un autentico capannone, di conseguenza chiuso perimetralmente, non una semplice tettoia o pensilina, chiamata a proteggere tanto il paleosuolo quanto i paleontologi all’opera nell’attività di scavo, contenitore che in seguito è stato inglobato nel museo dell’Homo Aeserniensis. È un caso oltre che singolare estremo così come è estremo rinunciare a mantenere in vista reinvenimenti per evitare la spesa della tettoia preferendo reinterrare ciò che è emerso.
Francesco Manfredi Selvaggi690 Posts
Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.









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