Il familismo imperversa anche nei processi insediativi ma non è amorale

Come terreno di analisi prendiamo il territorio comunale di S. Massimo. Qui i nomi delle borgate coincidono con cognomi delle famiglie del luogo, nome e cognome si sovrappongono, non si aggiungono l’uno all’altro. Ciò ci fa capire che la “colonizzazione” di alcune zone è avvenuta ad opera di determinati gruppi famigliari. In un Comune, comunque, si è tutti un po’ parenti…
di Francesco Manfredi-Selvaggi
Guardiamo cosa succede a S. Massimo, ma una situazione simile la ritroviamo anche in quasi tutti gli altri piccoli centri alle falde del Matese. Osservando da valle la distribuzione delle costruzioni rurali si nota una progressiva rarefazione delle stesse man mano che si sale in alto. In basso stanno le principali borgate, le due Canoniche, le Vicenne, S. Felice e i Grondari. Sulle prime pendici del monte si sviluppano le Cipolle un insediamento lineare in salita che, non supera la quota su cui si erge il paese, paese alla stessa quota ma distante in linea d’aria; la stessa cosa fa la frazione Monte S. Angelo che ha una evoluzione, su una dorsale inclinata, simile, anche se la continuità dell’edificato è minore a quella della Cipolla al quale annucleamento è parallelo. Oltrepassato il borgo i corpi di fabbrica diventano sparuti, in ordine sparso vi sono minimi aggregati edilizi, da un lato, del Pisciariello e dall’altro lato, dei Fiorilli e, poi, del Raffio il quale chiude la serie delle presenze insediative nell’agro, più su non c’è niente. La predetta successione dei popolamenti extraurbani insediamenti sempre più minuscoli, segue quella delle colture agrarie che spariscono una volta che si è raggiunta la Pincera, località alla medesima attitudine del Raffio, la quale la si indica perché posta lungo la strada provinciale per Campitello e, quindi, ben identificabile, un punto certo. Di lì in poi l’agricoltura lascia il posto al bosco, prima, e, dopo, al pascolo.
Ritornando ai nuclei abitativi agresti è interessante notare che la gran parte portano il nome di famiglie del posto e così abbiamo i Farrace, “di sopra” e “di sotto”, coincidenti con le due Canoniche citate, rispettivamente “superiore” e “inferiore”, i Tortorelli e i Micone che insieme formano le Cipolle già dette, i Fiorilli, anch’essi nominati in precedenza, gli Amici, il cognome esistente è D’Amico, che nella toponomastica ufficiale si chiamano Vicenne, si è menzionata prima, i Paoli, cognome invece sparito, che “all’anagrafe” si denomina S. Felice, i Grosso, ufficialmente Grondari, richiamato sopra e, infine, i Selvaggi. Questa corrispondenza tra nome del luogo e nome del nucleo famigliare è rivelatrice del fenomeno verificatosi agli inizi del XIX secolo ovvero alla fine del feudalesimo della colonizzazione a seguito della spartizione delle terre feudali da parte di persone consanguinee di alcuni pezzi dell’agro, in gruppo non individualmente. Del resto sarebbe stata difficile la “conquista” di zone a tratti boscose per trasformarle, disboscandole, in campi da arare a opera di singoli. Di tale stato delle cose se ne lamenta il coevo Vincenzo Cuoco temendo che il dissodamento possa provocare per via del taglio delle piante l’innesco di frane, ma a discolpa vi è il fatto che la grande crescita demografica registrata nel nostro continente in quel periodo impose per soddisfare l’aumentato fabbisogno alimentare l’incremento di terre da coltivare. Un inciso: che siamo a non oltre 2 secoli fa, quindi non tanto tempo fa, è dimostrato dall’attribuzione alle contrade dei nomi coincidenti con i cognomi, non è un gioco di parole, di famiglie
sanmassimesi tuttora presenti in loco. Il concentrarsi dei coltivatori, di solito parenti fra loro, nei descritti raggruppamenti abitativi permette di procedere congiuntamente a “scassare” il terreno per ricondurlo a coltura e ciò, il lavoro comunitario, ci fa riflettere sul fatto che si trattava di un’economia agraria in cui era assente la competitività.
Nel settore economico cosiddetto Primario la concorrenza non esiste, almeno ad una certa scala, quella delle aziende di taglia ridotta. Le unità aziendali di dimensioni contenute non sono portate a rivaleggiare fra loro, i prezzi dei prodotti agricoli esposti sui banchi di un mercato urbano come potrebbe esserlo il Mercato Coperto di Campobasso di solito sono uniformi, si reclama la bontà della merce, sovente a voce alta, ma il costo per segmento merceologico è uguale. Tale tendenza a non porsi in gara con gli altri produttori dell’identico bene deriva da un modo di sentire ancestrale che concepisce il frutto del lavoro della terra finalizzato all’autoconsumo, solo in seconda battuta al commercio. Ad ogni
modo, occorre superare l’incapacità a cooperare attestata dai tanti tentativi falliti qui da noi di fondare cooperative, non basta che non vi sia una contesa fra gli operatori del ramo per quanto riguarda la vendita. Pur con l’annotazione formulata ora si è propensi ad immaginare che possano avere successo progetti a livello di territorio piuttosto che di impresa agricola una per una. A differenza che nel campo industriale in cui le varie marche, mettiamo di dentifricio, si sfidano a colpi di campagne pubblicitarie per accaparrarsi il maggior numero di consumatori, in quello agricolo si promuove il prodotto unitariamente attraverso le DOP, DOC, IGT. Alle fiere campionarie dove si presentano gli artefatti fabbricati dalle industrie si contrappongono manifestazioni come ad esempio Cantine Aperte le quali tendono a valorizzare le attività del comparto enologico di un distretto. Si spera che la recente istituzione del Parco del Matese in cui ricade S. Massimo spinga alla creazione per i latticini di un brand unitario associato a questa notevole emergenza ambientale, tenendo conto che il latte, teoricamente, viene dalle vacche che in alpeggio brucano nei pascoli montani.
Foto di copertina di F. Morgillo – Un’immagine della campagna molisana di un tempo






0 Comments