Schedatura ovvero catalogazione, ovvero inventariazione, ovvero censimento dei paesi agrari storici

È un’iniziativa del Ministero per le politiche agricole che ha portato all’individuazione anche nel Molise di alcuni
contesti paesaggistici che conservano ancora i connotati agrari di un tempo. È necessario attivare iniziative miranti
al loro mantenimento

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Le trasformazioni del paesaggio agreste sono state notevoli, almeno quelle avvenute a partire da 2 secoli in qua. Nel catalogo dei paesaggi rurali storici redatto dal Ministero dell’Agricoltura un decennio fa compaiono alcune tracce sopravvissute dell’antico assetto dell’agro molisano. Le situazioni prescelte sono 5 e contrariamente a quanto ci si sarebbe aspettati di trovare non sono in aree di collina. Si associano, generalmente, i colli alle pratiche agrarie tradizionali e, invece, in questo registro sono iscritti ambiti esterni alla zona centrale della regione, quella più squisitamente di tipo collinare. Infatti, vi sono all’ala orientale del Molise la “Cerealicoltura di Melanico” e la “Pista di Campomarino” e a quella occidentale gli “Uliveti di Venafro” e le “Sorgenti di Monteroduni”, tutti siti di pianura mentre a settentrione vi sono i “Tratturi dell’Alto Molise”.

Non sono rappresentati come si vede nell’elencazione di cui sopra contesti paesaggistici assai significativi come quello caratterizzato dalla mezzadria; essa, di certo non è esclusiva della nostra terra perché presente anche altrove, ha condizionato una fase importante dell’agricoltura nostrana. Prima di affrontare il tema del sistema mezzadrile si ritiene di dover puntualizzare un’ulteriore assenza, quella della speciale convivenza delle superfici boschive con quelle coltivate ricavate, le seconde, all’interno delle prime, cioè della massa boscosa, che vanno sotto il nome di “cese”. È una presenza ricorrente, o meglio un’assenza costituendo terreno sottratto agli alberi, che connota più areali di media montagna come, ad esempio a S. Massimo, la Cesa Salomone e la Cesa Martello.

Purtroppo molte di queste per via dell’abbandono dell’agricoltura si stanno ricoprendo di piante e così va sparendo un segno caratteristico della campagna qui da noi. La cesa, la quale ha una derivazione etimologica simile a quella della parola cesoia, quindi di taglio dell’apprezzamento boscato, ha la particolarità, oltre che la peculiarità sotto l’aspetto visivo di costituire un vuoto dentro un pieno, di essere un campo privo di recinzione, la recinzione è il bosco stesso. Esaurita la questione delle cese è il momento adesso di parlare della mezzadria. Ci sarebbe molto da dire intorno a questa, ci si limita a ribadire che è una specificità del territorio com-posto da poggi intercalati da valli posto fra l’Appennino e la costa, fra la montagna appenninica e la pianura costiera; non può essere presente nei contesti montani
perché li domina l’economia pastorale, mentre il distretto litoraneo era, all’epoca in cui nacque la mezzadria, paludoso e malsano. Per quanto riguarda il rapporto, che non c’è, tra mezzadrie e comprensori rurali bisogna specificare che il mezzadro, quasi per statuto, vive sul fondo agricolo che è chiamato a gestire e non nel villaggio il che fa sì che non possa sviluppare tale modalità gestionale della terra nei circondari in cui il modo di insediarsi è il centro compatto, dove non è ammessa la dispersione abitativa all’esterno dell’agglomerato insediativo. Ciò si verifica nelle fasce territoriali, nel caso dell’Alto Molise, altimetricamente e planimetricamente, è il distretto sub-regionale più a Nord, superiori. La famiglia mezzadrile isolata com’è nel podere non partecipa alla vita della comunità locale formando un’unità a sé stante. La dimensione del possedimento terriero cui è preposto il nucleo famigliare del mezzadro il quale non lavora da solo ma è coadiuvato dai suoi famigliari, è proporzionata alla capacità lavorativa di questo insieme, non conta quanti siano i componenti che, manco a dirlo, lo compongono, la quantità degli stessi è una quantità standard.

La mezzadria, dunque, è un tipo di organizzazione del lavoro agricolo che non si presta, sicuramente alla conduzione di un latifondo, in quanto l’estensione di quest’ultimo è troppo ampia, tipico dei circondari pianeggianti. Neanche se il fondo ovvero il lati-fondo si affidasse a differenti mezzadri poiché il latifondismo si lega alla monocoltura, in particolare quella cerealicola, al contrario della mezzadria la quale è connotata dalla compresenza di una varietà di piantagioni, la cosiddetta coltura promiscua. C’è, infine, un’altra faccenda di cui non tiene conto il censimento effettuato in sede ministeriale che è la datazione dei paesaggi agrari. Non è che l’ambiente, incluso quello rurale, è rimasto immobile nel corso dei secoli, non si sia modificato, alla stregua di una cosa fissa perché esso ha subito nel tempo alterazioni, peraltro dovute pure alle attività agricole. Non c’è un angolo, ricordava Carlo Cattaneo, dell’Italia che non è stato plasmato dall’uomo, rimodellato dal lavoro contadino. Esclusivamente i tempi del cambiamento si differenziano, quelli della montagna sono più lenti di quelli delle piane per cui è evidente che i paesaggi storici, l’oggetto della ricerca, permangono soprattutto nelle alture, fin dove si spingono le coltivazioni. Di sicuro, l’unico segno del paesaggio storico che non è variato nei millenni sono i tratturi che non per niente sono presenti nel catalogo in questione.

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