Proteggersi sotto l’ombrello dell’orso

È il territorio delle Mainarde interessato dal progetto “Pizzone II” che è l’habitat di questa specie selvatica rara e la
selvaticità è la caratteristica saliente del comprensorio

di Francesco Manfredi-Selvaggi

L’orso marsicano è definito una specie bandiera perché costituisce, per la sua rarità, un simbolo della biodiversità che in quanto tale riesce ad appassionare le persone e così spingerle ad impegnarsi per la difesa dell’ecosistema. Con questa definizione ci stiamo muovendo nel campo delle idealità mentre entriamo in quello della pratica ovvero delle azioni concrete da porre in essere per la protezione dell’ambiente con un’altra coppia di parole l’orso come specie ombrello.

La necessità per la sua sopravvivenza di vasti spazi naturali ci obbliga per salvaguardare quest’animale a proteggere gli ampi habitat che frequenta. Il Parco Nazionale d’Abruzzo nacque proprio per garantire la permanenza in vita di
tale sottospecie della famiglia degli orsi e a partire dall’esigenza di assicurare la perpetuazione di questa particolare varietà di fauna selvatica venne sottoposta a vincolo di conservazione un grande comprensorio, principalmente abruzzese, con notevoli valenze naturalistiche, salvare le foreste, i corsi d’acqua, le praterie, ecc. per salvare tale specie animale. Dunque, le due cose, orso e circondario ambientale, si tengono strettamente insieme. Sotto l’ombrello idealmente sorretto dall’orso vi è un ulteriore valore accanto a quelli legati al mondo della natura connesso invece alla cultura, alla sfera culturale che è la selvaticità. Infatti appartiene alla dimensione antropologica ed emozionale l’entrare in contatto con luoghi non civilizzati, una condizione che rimanda alle ere primordiali del pianeta e ciò li rende davvero fascinosi. È un’esperienza esistenziale che ci arricchisce l’imbatterci con l’altro da noi che ormai abitiamo contesti “addomesticati”, appunto domestici. L’incontro, assolutamente virtuale, con l’orso l’emblema per eccellenza degli spazi selvaggi ci stimola a riflettere sulla stessa nostra essenza umana nel rapporto tra civiltà e naturalità. Sono le sensazioni che si sperimentano nelle escursioni del Club Alpino Italiano che di frequente si svolgono nell’ambito di questo Parco (evidentemente e obbligatoriamente escludendo dagli itinerari le zone soggette a tutela assoluta).

Questo in generale, per il Parco nel suo complesso, ma vi sono luoghi specifici e circoscritti in cui la sensazione di trovarsi in un contesto primitivo è meno forte. È il caso dell’areale circostante il Lago della Montagna Spaccata, una specie di enorme vasca cementizia contenuta com’è da ben 3 dighe costruita quando le Mainarde non erano ancora ricomprese interamente nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Ai tempi d’oggi per l’accresciuta sensibilità ecologista non sarebbe stata possibile la realizzazione di una simile opera se non che con forti contestazioni, tanto meno in un’area protetta. È da dire che mentre il predetto lago che è in alta quota è considerato tuttora, come è giusto che sia, un elemento estraneo all’ambiente il Lago di Castel San Vincenzo che è a valle, a bassa quota, collegato al primo tramite un complesso di condotte idriche (è un sistema articolato ricomprendente la centrale di Pizzone intermedia tra i 2 laghi) viene sentito quale segno addirittura identitario del paesaggio della vallata dell’alto Volturno.

In riguardo all’aspetto paesaggistico è da precisare che l’intervento da realizzarsi denominato Pizzone II, un impianto di pompaggio, produrrebbe effetti negativi sulle vedute panoramiche non per i manufatti fisici, le tubature in cui l’acqua viene trasportata mediante pompe da giù a su e da su e giù per caduta sono previste interrate ma per l’oscillazione del livello della superficie del bacino ovvero Lago di Castel San Vincenzo (il nome odierno, all’inizio era chiamato Lago di S. Lorenzo) il quale è avvertito attualmente come un fatto della natura, uno specchio d’acqua naturale non ha sbalzi del “pelo d’acqua”, non come un artefatto, un fatto dell’uomo.

Va riconosciuta la necessità di una stabilizzazione del sistema elettrico, riequilibrando e integrando l’energia prodotta dalle centrali idroelettriche con quella fornita dagli impianti eolici e fotovoltaici, la quale è incostante, oltre che dalle centrali convenzionali, da un lato, e, dall’altro lato, che si è in ritardo nella ideazione di altri modi di bilanciamento della rete dell’elettricità. A tale scopo, cioè per bilanciare l’energia, si pensa di far ricorso a questa enorme “batteria d’accumulo” con l’immagazzinare l’acqua, alternativamente, in due serbatoi (allo scoperto), superiore e inferiore i quali sono nel caso in questione rispettivamente il Lago della Montagna Spaccata e il Lago di Castel S. Vincenzo, riempiti dal medesimo quantitativo idrico che viaggia da sopra a sotto e all’incontrario.

L’alternativa, dato che è in gioco la permanenza dell’orso marsicano nella fascia di territorio interessata dall’opera, sarebbe quella, allo stato, di dislocare da qualche altra parte questa megastruttura con la consapevolezza che i costi sarebbero ancora più elevati dovendosi approntare il tutto da zero mentre qui ci sono già due invasi idrici belli e pronti e, cosa non da poco, che sarebbe difficile trovare territori disposti ad accoglierla.

Immagine di copertina – Una pubblicazione anni 80 del CAI per la valorizzazione del comprensorio delle Mainarde

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