Chiese chiuse, magari lo fossero per lavori in corso

L’abbandono delle aree interne ha portato insieme allo spopolamento alla chiusura, per mancanza di fedeli, di molti
edifici di culto. Ciò succede comunque anche nei centri maggiori frutto della secolarizzazione della società ed è dovuto pure alla sovrabbondanza di chiese, cappelle, ecc. ereditate dalle epoche passate

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Non è che qui si voglia invocare la “pubblicizzazione” delle chiese, il riconoscere, cioè, un certo ruolo dell’autorità pubblica nella gestione del patrimonio chiesastico ma si vuole però ricordare che quando si è andato formando l’asse ecclesiastico lo Stato e la Chiesa, adesso con la C maiuscola, non erano poi due sfere, la civile e la religiosa, così tanto separate fra loro. Se non esplicitamente implicitamente non erano di certo se non altro perché le istituzioni governative rinunziavano a svolgere alcuni compiti che “per statuto” apparterrebbero loro lasciando libero un ampio campo d’azione a favore di enti di natura confessionale. Si citano alcuni settori: l’istruzione che avveniva nei seminari, l’assistenza agli infermi, le suore fino a ieri presenze fisse nelle corsie ospedaliere, le sepolture negli edifici di culto. Il pubblico rinunziava a imporre tributi alla popolazione delegando in qualche modo vescovi e parroci a sostituirlo in molti comparti sostenuti dalle elemosine. La differenza tra le imposte statali e le contribuzioni dei fedeli è che se entrambe erano di fatto “progressive”, in base al reddito, non poteva essere altrimenti, le prime erano obbligatorie le seconde su base volontaria, differenti metodi di riscossione, nei fatti sono equivalenti. Ci si è avventurati in una disquisizione complicata che forse non è del tutto convincente e allora usiamo un altro argomento per dire la stessa cosa che è quello che le architetture sacre e i beni artistici in esse contenuti non possono essere di esclusiva proprietà degli organi religiosi in quanto sono manifestazioni, le principali, della cultura del nostro popolo ispirate alla fede la quale è uno dei valori più profondi della società. A scopo provocativo se non dissacratorio, avvertiamo che si tratta di un caso limite, offriamo come oggetto di valutazione a proposito del possesso la Cattedrale di Isernia la quale poggia le sue fondamenta su un templio pagano, consapevoli che non c’è nessuno, sono passati millenni, che possa rivendicare la compartecipazione nella proprietà di questo monumento doppiamente sacro, per la religione pagana e per quella cattolica. Il cittadino è impossibilitato a godere delle bellezze custodite negli edifici di culto, a prescindere di chi ne sia proprietario, sia quando questi sono in degrado e perciò è pericoloso entrarvi, sia quando rimangono chiuse per mancanza di custodia. Si riconosce che è un impegno enorme mantenere in efficienza l’intera eredità ecclesiastica e ciò succede in ogni comune, non solo molisano perché riguarda anche le regioni maggiormente sviluppate. In effetti vi è una sovrabbondanza di fabbricati religiosi il cui numero è ridondante rispetto alle esigenze cultuali, vi sono chiesette di campagna e pure di paese che si aprono solo il giorno della festività della divinità cui esse sono dedicate. Ci sono cappelle, tanto è elevato il loro quantitativo, addirittura dimenticate, a volte vengono sconsacrate. Non più officiata a S. Massimo è S. Filomena di cui si conserva il volume edilizio privato delle suppellettili liturgiche perché per un periodo di tempo è stata adibita ad officina e la memoria del culto in essa praticato è affidata semplicemente al toponimo. Molte chiese rimangono con il portone serrato perché prive di impianti di allarme a difesa delle opere d’arte che stanno all’interno. Vi sono chiese, una minoranza, delle quali comunque è garantita l’apertura quotidiana e ciò sia per consentirne la visita ad, appunto, i visitatori sia per permettere ai fedeli di recitarvi una preghiera. Non vi è nessun
edificio di culto accessibile a pagamento che se per assurdo vi fosse non potrebbe essere uno dove sono presenti tombe perché significherebbe rendere oneroso l’esercizio della commemorazione dei defunti. È da dire a questo proposito che le ultime sepolture nelle chiese sono precedenti alla nascita voluta da Napoleone dei cimiteri per cui le persone lì sepolte sono di epoca remota, i discendenti non provano più un sentimento di attaccamento filiale. I Pignatelli, titolari di numerosi feudi, scelsero la chiesa di S. Giacomo a Roccamandolfi per il loro sepolcreto e così i Petra la chiesa di S. Nicola a Vastogirardi e i Capecelatro la parrocchiale di Lucito; oltre queste tombe di famiglia ve ne sono di individuali anche successive all’editto napoleonico sui camposanti, si tratta sempre di personaggi di rilievo come lo Iacampo nella chiesa madre di Vinchiaturo o quella di Antonio Petrecca nella chiesa parrocchiale di Cantalupo del quale è stata eliminata la lapide commemorativa non sostituita neanche da una targhetta in corrispondenza del punto della giacitura del suo corpo. Il flusso turistico non costituisce disturbo, allo stato, ai riti ordinari neanche in chiese di pregio come quella di S. Francesco a Isernia dove il “cappellone”, una cappella laterale, è capace di ospitare chi è interessato ad assistere alla messa senza il disturbo di presenze estranee, manca solo l’ingresso separato. Ci sono, infine, chiese diventate abituali location di matrimoni (S. Maria della Strada), trasformate per l’occasione in sale di concerto (S. Antonio Abate a Campobasso) ovviamente di musica sacra anche se non sarebbe indecorosa neppure la musica classica, un bene culturale la musica in un bene culturale l’architettura.

 

Immagine di copertina di F. Morgillo – La chiesa della Madonna della Neve a Ripalimosani chiusa perché privata

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