Campobasso e l’ingegneria istituzionale al tempo di Murat

C’era bisogno di dare una “capitale” alla neonata Provincia di Molise che stesse nel suo punto mediano, proprio lì dove vi era il capoluogo dei domini dei Monforte. Quello preesistente era un centro un po’ troppo piccolo per tale ruolo e perciò Murat decise di raddoppiarlo aggiungendo al borgo medioevale il borgo murattiano, non si poteva fare proprio a meno di tale ampliamento, il vertice provinciale doveva essere di una certa grandezza

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Vengono prima i circondari e poi i loro capoluoghi nel senso che occorre innanzitutto individuare le ripartizioni geografiche e solo dopo i loro centri. Così i napoleonidi stabilirono la suddivisione del territorio molisano in tre ambiti distinti, uno a est, uno a ovest e uno in mezzo, e di seguito i poli, urbani, di ciascuno di essi. Isernia a occidente e Larino a oriente apparivano già predisposti per tale ruolo, delle entità urbanistiche belle e pronte per assolvere al compito di polarità direzionale del distretto di appartenenza. Nella partizione territoriale baricentrica della regione mancava una realtà insediativa idonea a svolgere la funzione di perno di questo areale; in più, visto che siamo nella zona mediana della appena istituita Provincia di Molise esso doveva essere anche l’insediamento di riferimento per l’intera superficie provinciale o, fa lo stesso, regionale. Non c’è niente da dire a proposito di tutto questo, è una questione scientifica, la geografia è una scienza, non vi furono altre valutazioni nel delineare l’assetto della regione o provincia che dir si voglia, mettiamo di tipo storico l’essere stato quel comune designato municipio romano e/o sede di diocesi perché Campobasso non lo era. Si partiva dal grado zero come ogni cosa nell’Età dei Lumi, a governare doveva essere la Ragione e nient’altro. Torniamo, però, ora a noi, alla scelta della cittadina cui attribuire il rango contemporaneamente di capitale della circoscrizione mediana e della provincia intera. Il punto focale del Molise era ed è Campobasso che per dimensione demografica non costituiva l’unità comunale più grande della nostra terra, per un certo periodo lo era Agnone, la sua popolazione, di certo, andava incrementata. Si provvedette perciò a predisporre un piano di ampliamento dell’abitato che va sotto il nome di Borgo Murattiano. L’impostazione urbanistica di questo, così come lo è stata la riorganizzazione spaziale della Provincia è figlia dell’Illuminismo, sono frutto dell’Età dei Lumi le idee della scacchiera viaria e del verde urbano. La città, adesso possiamo finalmente chiamarla così, raddoppia la sua estensione con la nascita del Nuovo Borgo voluta da Murat. In definitiva, la sua designazione a capitale del Molise viene fuori da un progetto per così dire astratto teso a definire un impianto ex novo dell’assetto degli stanziamenti antropici e tale decisione ha tenuto conto delle potenzialità del sito in termini di raggiungibilità sia dai paesi del circondario ad essa pertinente sia dei capoluoghi degli altri distretti oltre che dalla capitale del regno. Campobasso è l’epicentro della regione rappresentando una cerniera tra le varie parti se non proprio un passaggio obbligato. Essa è a cavallo dei bacini idrografici del Biferno e del Tappino-Fortore, due dei tre bacini fluviali di cui è costituito il Molise. È il punto nodale della maglia tratturale la quale in quel tempo era la rete viaria più efficiente e, del resto, vi aveva sede la Doganella organismo preposto al controllo della transumanza. Con la sua investitura a vertice della Provincia su di essa nella seconda metà dell’800 quando fanno la loro apparizione nel Molise convergono le linee ferroviarie, è ovvio non quella costiera. Cambiamo ora angolo visuale e guardiamo l’accaduto, meglio quello che sarebbe potuto accadere, non dal punto di vista campobassano ma da quello isernino. Isernia pur nella sua perifericità anzi proprio per questo avrebbe potuto aspirare essa ad essere la città-regina per la sua vicinanza al re, la coppia regale, cioè a Napoli; ciò avrebbe garantito una “catena di comando” più corta, una più rapida trasmissione dei comandi regi verso la periferia del regno, più frequenti contatti tra l’autorità provinciale e quella statale. L’importanza dei collegamenti è messa ben in risalto nella cittadina pentra dalla rilevanza delle opere ferroviarie e stradali lì presenti, per quanto riguarda il treno l’imponente ponte che scavalca con un balzo il Carpino divenuto simbolo della rinascita della città dopo la Seconda Guerra Mondiale, mentre per quanto riguarda il trasporto automobilistico il ponte ad arcate sovrapposte Cardarelli. Il rilievo che hanno acquistato le comunicazioni, all’opposto, non la si percepisce a Campobasso perché il treno arriva in stazione sbucando da una galleria e l’unico segno che evidenzia il raggiungimento della città dalla principale arteria extraurbana, la Sannitica, è, era, il filare di conifere che costeggia l’ex Romagnoli, Campobasso non ha ponti di sorta, non vi è neanche un fiumiciattolo nell’ambito cittadino. La riforma organizzativa napoleonica cambiò le gerarchie urbane preesistenti. Si prenda il caso, caso limite, di Trivento, antichissima e nobile città, che rimane marginalizzata, non servita né dalla mobilità su gomma né da quella su ferro. Va, infine, detto che l’azione rivoluzionaria, termine giusto in quanto si parla dei francesi, ha quale campo di applicazione il pezzo, invero predominante, del Molise che è ed è stato sempre Molise non coinvolgendo nel ridisegno amministrativo la fascia costiera che era stata appena staccata dalla Capitanata nonostante il rilievo economico, sociale, ecc. di un centro popoloso come Termoli che, comunque, riuscirà in futuro a far valere il suo peso subentrando a Larino nella guida del comprensorio bassomolisano.

In copertina Piazza Pepe – foto di F. Morgillo

 

 

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