Il Molise odierno è nato in provetta

Prima era il Contado di Molise poi la Provincia di Molise, non è solo una questione terminologica perché dietro c’è
una forte diversità nell’assetto amministrativo. I Francesi divisero il Molise in tre circondari facenti capo ai tre centri
maggiori, Campobasso, Isernia e Larino, tre centri piuttosto che uno solo e ciò per affermare con più forza la presenza dell’autorità pubblica cui nulla sfugge sul territorio

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Siamo frutto di un esperimento di ingegneria istituzionale. Siamo nati in provetta per così dire, figli di una riforma amministrativa calata dall’alto, da molto in alto voluta come è stata da Napoleone. Un’azione di revisione dell’amministrazione statale che ha riguardato tutti gli Stati annessi dall’Impero francese e che ha avuto come campo di applicazione per primo il Regno di Napoli. Un radicale processo riformatore quello attuato dal governo napoleonico che ha riguardato oltre al sistema gestionale della cosa pubblica anche altri settori, dall’eversione del feudalesimo all’abolizione degli ordini monastici e, decisivo per noi, all’abrogazione della transumanza. Tutto è in fermento nel cosiddetto decennio francese in giro per l’Italia e specialmente qui, non fosse altro che il Reame napoletano è l’entità statuale più grande della Penisola, non peraltro solo tra quelle conquistate dalle armate bonapartiste. Il modello di riferimento coincide con l’organizzazione, diciamolo pure, statalista che si era data la Francia connotata da una scarsa autonomia delle realtà locali, premessa doverosa. La novità non fu tanto l’istituzione delle province perché, seppure
con connotazioni diverse, c’erano, qualcosa di simile, già in passato, ma altro che vedremo fra poco. Nel nostro Mezzogiorno le province rimasero pressoché le stesse di quelle presenti durante l’ancièn regime.

Le regioni storiche del Sud erano 12 mentre le Province, il nuovo ente, nel ridisegno iniziale assommavano dapprima a 13 e poi a 14 con la creazione della Provincia di Campobasso da parte di Gioacchino Murat scorporando il vecchio Contado di Molise dalla Capitanata cui era stato unito da Giuseppe Bonaparte, quindi svincolando il territorio molisano dalla Puglia. È da dire, abbastanza incidentalmente, che questa suddivisione rimase invariata con il ritorno al trono nella città partenopea dei Borbone e solo con l’Unità d’Italia subì una rettifica, che peraltro ci riguarda direttamente staccando una parte del Molise per assegnarla alla neonata Provincia di Benevento. La novità maggiore, comunque, lo
si era preannunziato sopra, non fu quella della formazione della Provincia bensì nella loro ripartizione in “circondari”.

Questi risultavano essere in numero di 40, passati poi a 49; tra le aggiunte vi fu quella di Larino perché in principio nella nostra regione o provincia che dir si voglia erano previsti solo quelli di Isernia e Campobasso. Si trattò di un’autentica “innovazione di sistema”. Si instaurò una specie di catena di comando con in cima la capitale del Regno cui facevano capo i capoluoghi di Provincia che a loro volta erano il riferimento dei Comuni vertice dei Circondari. La proliferazione delle unità amministrative è la cosa che colpisce di più di questa riforma. Potrebbe apparire, la struttura decisionale che ne deriva, un qualcosa di macchinoso, di ridondante, un appesantimento delle funzioni di gestione del territorio se non un aggravamento burocratico nella definizione di qualsiasi tipo di intervento da effettuarsi localmente; non si tratta, ad ogni modo, di una frammentazione del potere il quale rimane saldamente in mano alla Corona, non ha nulla a che vedere con il conferimento di autonomia ai territori. Il senso profondo di tale minuziosa articolazione territoriale dell’apparato pubblico è un altro ed è la capillare diffusione della presenza dello Stato in periferia avvicinando, ma non troppo essendo gli organismi direzionali non elettivi, la popolazione alle sfere del potere. È un disegno imposto dall’esterno, viene d’Oltralpe dove nel 1789 la Rivoluzione aveva posto le basi per la creazione di uno Stato moderno anzi contemporaneo in quanto l’età contemporanea nei manuali di storia la si fa iniziare proprio da tale data. Dunque un Meridione che una volta tanto sta al passo con i tempi precedendo in questo altri ambiti territoriali del continente; esso si rivela un antesignano a livello nazionale e europeo di una visione aggiornata della statualità.

L’equivalente del Prefetto francese era l’Intendente, Biase Zurlo era in carica quando fu varato il piano del Borgo Murattiano a Campobasso, del Sotto Prefetto, con una perfetta analogia, il Sottintendente. Forse siamo andati troppo oltre nell’esaltazione del prendere forma di una istituzione statale vera e propria nel Sud d’Italia all’ingresso nella contemporaneità, sarebbe stato opportuno rimarcare che questa era l’unica porzione dello Stivale in cui fin dall’epoca dei Normanni, i quali avevano puntato assai su ciò, qui vi era uno Stato omogeneo non un insieme di città-stato o di domini principeschi di estensione ridotta il che favorì l’applicazione a questo pezzo d’Italia dello schema governativo francese. Detto diversamente, il travaso al Sud delle idee transalpine sul governo del territorio, ricordiamo che la Francia era uno Stato unitario da secoli, fu facilitata dal trovarsi di fronte ad una realtà statuale di antica origine. Con l’unificazione della nostra Nazione tale specialità si è persa, la singolarità meridionale non è più percepibile per via dell’omologazione nell’assetto organizzativo dell’intero Paese. Rimane l’orgoglio per l’essere stati il prototipo di una entità amministrativa diventata di esempio alle altre realtà territoriali italiane.

Immagine di copertina: Un tratto della periferia urbana novecentesca – foto di F. Morgillo

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