Reportage dal tratturo/5 È ora di lasciare il Celano-Foggia e prendere il Castel di Sangro-Lucera

In verità già da un po’, secondo il progetto di trekking elaborato dal CAI di Campobasso siamo smontati dalla pista tratturale che da Celano conduce a Foggia e adesso muovendo da Carovilli ci dirigiamo verso quella che da Castel di Sangro va a Lucera che diventa il tracciato di ritorno. La tappa si conclude a Civitanova
di Francesco Manfredi-Selvaggi
È questa tappa un po’ più breve della precedente, ma soprattutto essa è quella in cui il dislivello positivo e negativo è superiore a quello di tutte le altre a favore di quest’ultimo; si cammina, cioè, prevalentemente in discesa. Ciò, però, non vuol dire che sia meno intensa per l’elevato numero di emergenze ambientali e culturali che si incontrano lungo il percorso. È un po’ una cavalcata nel paesaggio in cui si incontrano in successione serrata varie categorie di beni. A cominciare dal punto di partenza, la cappella di S. Domenico appena fuori di Carovilli, uno start d’eccezione. Su una parete frontale di questa è affissa un’iscrizione seicentesca riguardante il dazio che i pastori devono pagare per il permesso di transito, essendo un passo abbastanza obbligato, posta com’è su una sorta di valico (non più un ponte come a Sprondasino) ai piedi di monte Ferrante (che si segnala per la cinta fortificata sannitica).
In definitiva, accanto al significato religioso questa bella architettura ne ha anche uno civile, non altrettanto gradito, che è quello di dogana per le pecore transumanti. Questo edificio di culto è su due lati porticato, cosa inconsueta per le cappelle di campagna in quanto i portici sono tipici delle aree urbane, a corredo, specialmente, delle piazze, ma qui si giustificano quali ripari essendovi obbligati alla sosta per il pagamento del pedaggio che permetteva il passaggio degli animali. Il valore devozionale del luogo è rafforzato, a fianco della chiesetta da una antica croce viaria, non stazionaria perché quelle stanno all’interno degli aggregati abitativi, tipica delle vie di pellegrinaggio e qui siamo su un percorso di lunga percorrenza, si scusi la cacofonia. I luoghi della spiritualità lungo il nostro itinerario sono tantissimi, disseminati sia nel comprensorio rurale, S. Domenico appunto, S. Lucia alla Posta (previa breve deviazione, nella tappa precedente), S. Onofrio (in questa tappa), S. Brigida (a lato di quella successiva), sia dentro i nuclei abitativi come la parrocchia di S. Silvestro a Civitanova in cui sono custodite le reliquie di S. Felice visitate dai pellegrini e, quindi, meta di «cammini», uno dei quali si incrocia con il percorso odierno. È venerata, poi, la statua della Madonna della Transumanza nella stessa S. Domenico e nella chiesa di S. Nicola a Torella.
Siamo pronti adesso per iniziare l’escursione la quale prevede che si imbocchi il tratturello che attraversa il locus di S. Domenico, il quale è, per così dire, un affluente del tratturo, in questo caso il Castel di Sangro-Lucera che ci condurrà a Civitanova. Se nelle giornate che hanno preceduto questa si è andati in direzione nord-ovest, ora svoltiamo verso sud-est. Abbiamo lasciato i paesaggi montani e ci inoltriamo in una zona collinare con lo stesso grado di spettacolarità di quelli per le cose che incontreremo, oltre che per il paesaggio: il selciato che copre un pezzo del suolo tratturale, al quale forse si sarebbe dovuta porre maggiore cura, il temerario castello D’Alessandro ubicato su una rupe e, perciò, inattaccabile, lo stesso borgo di Pescolanciano il cui impianto urbanistico è condizionato dal tratturo, talmente è la forza di quest’ultimo, il bacino artificiale di Chiauci, ancora non riempito che oggi assomiglia ad una «zona umida» con il percorso che ne segue, in alto, il perimetro. Abbiamo anticipato i temi della camminata in maniera sintetica e ora li vediamo distintamente. Ci si avvia lungo il tratturello su cui si sono sovrapposte stradine campestri fino a raggiungere le Masserie Fischietto, inusitata tipologia di complesso edilizio rurale insolitamente sviluppato in altezza, con un’unica linea di gronda che denuncia l’unitarietà e finestre minute, rivelatrici della rigidezza dell’inverno di queste parti (o almeno del «piccolo inverno» terminato nel XVIII secolo). Qui ci si immette nel Castel di Sangro-Lucera il quale presenta dei tratti pavimentati con basole lapidee, solo dei pezzi discontinui e viene da immaginare che nel resto del tracciato esse siano state divelte per ricavarvi materiale da costruzione, nonostante il controllo ferreo esercitato dall’autorità regia su questa proprietà demaniale, testimoniato dalla frequenza dei cippi di confine, ben 3 nel centro abitato di Pescolanciano.
L’innesto del tratturello con il Castel di Sangro-Lucera coincide con l’incrocio con il Sentiero Italia; si va avanti insieme fino a Pescolanciano, divaricandosi poi, l’uno, il Sentiero Italia che prosegue verso sud e l’altro, come è scontato per un tratturo, verso sud-est. Poco prima di giungere al paese si può fare una piccola deviazione verso S. Maria del Vignale che è un presidio fortificato medioevale costituito da una cinta muraria collegata ad un imponente torrione circolare. Dentro questo centro il tratturo funge da circonvallazione (a Civitanova e Torella sarà una tangenziale) perché vi si può accedere al principio e alla fine dell’abitato dove sta la taverna; così era sicuramente all’epoca d’oro della transumanza, terminata la quale nel 1800 il tratturo si è trasformato in un asse viario urbano perché l’espansione residenziale che è di tipo lineare si è attestata proprio lungo di esso. Si è detto della taverna che sta proprio nell’aggregato edilizio e non nell’agro come abbiamo visto a Sprondasino ed in effetti le taverne possono essere pure “cittadine”; il fatto è che il Celano-Foggia passa discosto dai nuclei insediativi e, perciò, necessita di taverne “rurali” mentre il Castel di Sangro-Lucera, lo constateremo anche nelle giornate seguenti, li tocca. Quindi vediamo entrambe le tipologie di taverne nel nostro trekking, all’andata e al ritorno, per così dire, in quanto esso è stato pensato ad anello con un tratturo, il Celano-Foggia, che sale, verso l’Abruzzo, e uno, il Castel di Sangro-Lucera, che scende, verso la Puglia. Pescolanciano è famoso per il suo castello, così grande che sembra addirittura fuori misura per un agglomerato contadino di dimensioni ridotte, ma che si spiega con le forti ambizioni della famiglia feudale, i duchi D’Alessandro.
È tempo di lasciare questo borgo e di seguire la traccia del tratturo, fin quando è possibile, cioè fin quando si è in corrispondenza della chiesetta di S. Onofrio che è immersa in una faggeta trasformata in “parco avventura”, in quanto poi si perde subissato dalle acque dell’invaso di Chiauci. Si è lasciata alle spalle l’immagine del maniero reso più imponente, guardando dal basso, la posizione attuale, dalla morgia su cui è situato. Oramai l’attenzione è tutta per il bacino idrico. È un lago artificiale alimentato dalle acque del Trigno che ne costituisce l’immissario e l’emissario e che, quindi segue la direzione di marcia del fiume e nel farlo sommerge il tratturo; del resto quest’ultimo non poteva seguire l’asta fluviale neanche prima della costruzione della diga per via del profondo canyon in cui il Trigno si infila, la celebre Gola di Chiauci, purtroppo irriconoscibile a causa dello sbarramento. Il lago non riesce a condizionare i panorami ad una scala più ampia di quella della valle in cui ricade, quella in cui noi passiamo, non tanto per il non essere ancora pienamente riempito, quanto per la morfologia del territorio dell’alto Molise fatto da vallate di ampiezza contenuta. Lo sforzo dell’uomo di catturare la risorsa idrica non è rivolta solo ad imprigionarla, ma pure a captarla che è quanto si fa nella stazione di S. Onofrio dove ha origine uno dei principali acquedotti molisani, visitabile su appuntamento, che si è appena oltrepassata. Superato in qualche modo l’invaso si continua verso Civitanova della quale si ha una suggestiva veduta a volo d’uccello dal ripido pendio che occorre seguire. In verità, anche Pescolanciano, lo si raggiunge, secondo l’itinerario proposto, da monte e, però, adesso l’impressione, avvicinandosi, è di poter addirittura sfiorare, protendendo la mano, con l’estremità di un dito i tetti delle case del paese (facendo attenzione a non pungersi con la cuspide del campanile!) tanto è inclinato il versante: assai emozionante.





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