Lingua

Dal profilo Facebook di Adelchi Battista 

Tanto tempo fa si parlava e basta. Poi arrivarono le scritture, i simboli cuneiformi, poi i geroglifici, le prime scritture alfabetiche. E adesso immaginatevi il taglio più famoso della storia del cinema, l’umanoide che lancia un osso in aria e questo diventa una nave spaziale in 2001 Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick. Con l’arrivo della tecnologia la scrittura ha mangiato ogni cosa. Per quel poco che ho capito di questa modernità furiosa, uno degli aspetti più importanti che è andato decadendo è quello dell’oralità.

Quelli che studiano a fondo le origini della parola scritta, hanno evidenziato che le primissime forme di linguaggio prevedevano una diversa interpretazione delle parole a seconda che queste fossero scritte o pronunciate. E del resto quanto è difficile per noi schiavetti del social far trasparire le intenzioni, l’ironia, l’intonazione, mentre scriviamo i nostri post? La differenza di interpretazione tra coloro che ricevono il messaggio può essere enorme. E le differenze sembrano accentuarsi quando si parla di lingua ebraica.

Una lingua che secondo Igor Sibaldi, ad esempio, nel suo ‘Storia di Abramo’ uscito nel 2019 per Mondadori «… è una lingua geroglifica, e come tale può essere letta in due modi: seguendo il senso che le parole assumono quando vengono pronunciate, oppure seguendo il senso che prende forma nei rapporti tra le lettere che compongono le parole (e che sono un po’ come i simboli della Tavola periodica degli elementi chimici). È raro che i due sensi di una parola, quello udito e quello scritto, coincidano perfettamente: la parola ’iYŠ, per esempio, nell’ebraico parlato attualmente significa «uomo», ma a esaminarne il significato geroglifico, va tradotta con «razionalità», «centro dell’io cosciente». La parola ’iŠaH, in ebraico parlato sta per «moglie», ma in geroglifico diventa la «capacità di conoscere l’invisibile. »

Sibaldi ha un po’ forzato le cose: intanto l’ebraico antico appartiene alla famiglia delle scritture alfabetiche semitiche: discende dal proto-cananeo o proto-sinaitico, una scrittura alfabetica sviluppata intorno al II millennio a.C., derivata a sua volta da adattamenti dei geroglifici egizi. Questo sistema semplificò i simboli egizi trasformandoli in segni fonetici: ogni segno corrispondeva a un suono (consonante), e non a un’idea o immagine complessa. Da lì si sviluppò il fenicio, poi il paleoebraico (usato fino all’esilio babilonese, VI sec. a.C.), e infine l’ebraico quadrato (derivato dall’aramaico), che è quello ancora in uso oggi.

Si tratta di un abjad, ovvero un sistema linguistico che utilizza quasi esclusivamente consonanti. Le vocali sono rappresentate da puntini o trattini, che però sono stati aggiunti solo verso il VI o il VII secolo dopo Cristo, ma che oggi non sono più usati. A peggiorare le cose, almeno per un profano come me, alcune lettere si rappresentano in modo diverso a seconda che siano all’inizio o alla fine di una parola.

Per quel poco che ho capito, la grande maggioranza delle parole ha tre consonanti, (più raramente quattro) che rappresentano una cosiddetta . Questa radice, a seconda delle vocali che ci si mettono, genera una serie di altre parole simili, che ne alterano leggermente il senso. Oltre alle vocali, si possono aggiungere tutta una serie di prefissi o suffissi che creano altre parole con significati correlati.

Ora, una lingua che si scrive con tutti i quadratini e che non usa la dolcezza delle vocali ti mette già una certa ansia addosso. È come un muro di pietre squadrate, un carattere che appare spaventoso, ed è forse per questo che nelle centinaia di rivoli delle tradizioni successive, il mondo intero ha tentato di penetrare questa cortina apponendo le vocali, interpretando in modo spesso politicamente distorto l’ermetico perimetro del difficilissimo complesso culturale e filosofico dell’ebraismo. Lo ha fatto il cristianesimo, lo ha fatto l’Islam, lo hanno fatto le stesse tradizioni successive degli ebrei, che vogliate chiamarle Kabbalah, Ghematria, Notariqon, Talmud, Zohar, e mille altre.

E c’è di più: l’ebraico antico – quello delle scritture per intenderci – è stato sempre utilizzato in funzione esclusivamente liturgica: tutti gli ebrei che si trovavano nelle varie città europee, in Russia, nei paesi del Nord Africa e negli Stati Uniti hanno sempre parlato, nella quotidianità, la lingua del paese ospitante, ma hanno svolto le loro funzioni religiose (ad esempio le letture delle Parashah) in ebraico. In molti parlavano una serie di dialetti, lo yiddish, il ladino, il giudeo arabo e così via. Alla fine del XIX secolo, e cioè quando prende corpo il movimento del Sionismo con gli scritti di Hertzl, un ebreo bielorusso di nome Eliezer Ben Yehuda (nella foto) si mette in testa di ricostruire completamente la lingua ebraica per farla diventare di uso comune e quotidiano. L’impresa è mastodontica, deve inventare parole nuove per descrivere tutti i caratteri della modernità, poiché nell’ebraico tradizionale non esiste il ‘gelato’, non esiste il ‘calzino’, o il ‘frigorifero’. E così si stabilisce in quella che allora era la Palestina Ottomana, fonda l’Accademia della Lingua Ebraica, e fa rifiorire letteralmente l’antica lingua, che oggi è la lingua istituzionale dello Stato di Israele. Egli, letteralmente, ricostruisce radici.

Adesso facciamo uno sforzo collettivo: prendiamo אִישׁ (’iYŠ) uomo, e secondo la traduzione linguistica, quella che esce dalla bocca, per capirci, abbiamo “uomo, individuo, maschio” (usato in contrapposizione a ’iššah = donna). Si tratta di un termine concreto, di uso quotidiano.

Aumentiamo lo sforzo: se usiamo la lettura mistico-cabalistica, ovvero il rapporto tra i segni che portano le consonanti e le vocali che di volta in volta si insinuano tra loro, abbiamo Alef (א) → principio, unità, forza originaria (un carattere che secondo alcuni viene dal geroglifico del toro); Yod (י) → scintilla, punto, razionalità, coscienza; Shin (שׁ) → fuoco, energia, trasformazione. (Ricordiamo di leggere sempre da destra verso sinistra).

Ecco che l’uomo diventa il centro razionale che porta la scintilla divina nel fuoco della vita. Da qui le traduzioni esoteriche come “razionalità”, “io cosciente” e le derivazioni iniziatiche del saggio di Sibaldi. (Per chi abbia voglia di approfondire, direi che non si può prescindere dal ‘libro dei libri’, ovvero ‘La lingua ebraica restituita’ di Antoine d’Olivet, ripubblicato nel 2002 da Arché, nonché ‘Storia della lingua ebraica’ di Angel Sáenz-Badillos, pubblicato da Paideia. Se poi siete veramente pazzi, allora la ‘Grammatica di Ebraico biblico’ di Jacob Weingreen, o quella di Angelo Ancelotti sono il vostro testo di riferimento.)

Mi corre l’obbligo di aggiungere, a malincuore, una notazione sulle cosiddette ‘lettere mancanti’ che farebbero di conseguenza mancare alcuni diritti, sia agli arabi che agli ebrei. Qualcuno ha scritto che l’ebraico non ha la lettera ‘J’, il che impedirebbe la pronuncia di parole come ‘Jerusalem’, o ‘Jesus’, ‘Judaea’ e così via. Allo stesso modo mi è capitato di leggere una osservazione secondo la quale l’arabo non possieda la lettera ‘P’, rendendo perciò impossibile la pronuncia (o la stessa esistenza!) della parola ‘Palestina’, che infatti viene resa con la F di Filastin o con il Ph latino. Nella millenaria diatriba dei due popoli si è arrivati anche a questo, e su questo stenderei un velo di pietoso silenzio.

Per il resto, non è una cosa per esseri umani normali, capirete. Quella che possiamo mettere qui è solo un’altra delle tante pietruzze disseminate lungo i sentieri, perché poi uno finisce nelle foreste e non capisce più nulla. I nomi, i suoni che facciamo con la bocca che si vanno intrecciando in questa abnorme saga sono già di per sé una spessa costruzione simbolica stratificata nel corso di millenni. Vivono di vita propria se tu li pronunci in un modo o in un altro, e il loro destino cambia se tu li scrivi in un modo o in un altro. E perciò questi stessi nomi, i nomi delle cose, e i nomi dei nomi, andrebbero usati con la massima cautela, soprattutto quando si tratta di descrivere eventi che nella contemporaneità hanno raggiunto un livello di complessità ancora superiore.

Quando qualche decennio fa ho incominciato a mettere gli occhi sull’infinità della materia, ho capito subito una cosa: questa non è una palestra per tifosi.

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