Musenga, da architetto a urbanista il passo è breve

La prima opera conosciuta di questo rappresentante dell’architettura ottocentesca è un piano urbanistico non un’opera edilizia. Le professioni di pianificatore e di artefice di manufatti architettonici vengono a sovrapporsi

di Francesco Manfredi Selvaggi

I nomi di architetti del passato, di prima del 1800, non ci sono pervenuti, nessuno conosce chi sia stato l’autore di S. Maria della Strada o del Castello Svevo di Termoli tanto per dire. Il nome del primo architetto molisano conosciuto è quello di Berardino Musenga, inizi ‘800, cui sono attribuiti tanto manufatti edilizi quanto strumenti di pianificazione urbanistica, uno solo, il piano per il Borgo Murattiano. Anonimi architetti devono aver disegnato i monumenti di età antecedente al diciannovesimo secolo, dopo risultano debitamente “firmati” e, dunque, non ci sono con Musenga novità per questo aspetto, non c’è più la questione dell’assenza di notorietà del progettista. L’edilizia è il campo di applicazione del lavoro degli architetti da sempre e solo all’inizio dell’età contemporanea il quale lo si fa coincidere con la Rivoluzione Francese, in verità poco tempo dopo perché siamo nel 1812, compare tra le opere di un architetto, sempre il Musenga, peraltro la sua opera iniziale, anche la redazione di un piano regolatore.

Ciò che si vuole sottolineare qui, comunque, non è solo l’ampliamento del campo di azione professionale degli architetti, ma innanzitutto il riconoscimento nel mondo dell’epoca della necessità di una regolazione dello sviluppo costruttivo. Non si tratta di una diminutio dell’attività architettonica considerata in precedenza rientrante tra le “belle arti”, non legata alla risoluzione dei problemi sociali, bensì un salto di scala della stessa; non si ha il sopravvento dell’urbanista sull’architettura, al contrario si fa compiere all’architettura un balzo in avanti aprendo ad essa un orizzonte più ampio che una realizzazione isolata. È quasi paradossale che la prima opera autoriale di architettura nel Molise tratti di urbanistica. È, in definitiva, un cambiamento del livello operativo dell’architetto. Pure questo è il significato del Borgo Murattiano. Una volontà, quella che ha promosso la formazione del nuovo quartiere campobassano, regia, non popolare.

Esso è stato voluto da un’autorità incontrastabile dotata del potere di requisire il terreno per l’edificazione cui, però, non ci fu bisogno di fare ricorso perché l’area prescelta era il largo della fiera della transumanza appartenente al demanio tratturale soppresso dai medesimi governanti, siamo nel Decennio Francese. Il regime dei suoli è il nodo cruciale nella predisposizione di un PRG, tutt’oggi è difficile acquisire aree per l’espansione urbana. Un piano, quello del Musenga, non solo un bel disegno, facilitato indubbiamente dalla disponibilità della superficie su cui si estende, che contiene anche regole per la sua attuazione come la cura degli spazi cittadini antistanti ciascuna abitazione in carico ai proprietari, per dirne una. Ciò lo rende davvero moderno, non esclusivamente frutto di un’ “invenzione” architettonica come succedeva nel Barocco del quale il Wan Rescant, concorrente anch’egli al concorso per il Nuovo Borgo, è uno degli ultimi epigoni. Vincent Wan Rescant impostò il suo progetto di piano sulla previsione di un palazzo per il Decurionato da cui partivano tre strade lungo le quali sarebbe dovuta avvenire la crescita urbanistica che era solamente accennata.

Il piano del Musenga, come si conviene ad una città di fondazione cui si può assimilare il Borgo Murattiano, è incentrato su un grande spazio aperto che ritroviamo, l’unico antecedente in ambito molisano per tale tipologia di città, ad Altilia dove coincide con l’incrocio dei percorsi, il tratturo è il decumano, il cardo è il tratturello, sul quale è impostato il castrum. A Saepinum, in tale punto, che con gli assi viari che vi convergono è il generatore della forma urbis, sorge il foro, in buona sostanza una ampia piazza la quale ritroviamo anche nel centro del Borgo Murattiano. In quest’ultimo essa occupa un quadrato, così lo si chiama, della scacchiera urbana senza un ruolo di elemento originatore dell’impianto urbanistico, un lotto, anzi un maxilotto della lottizzazione, schema cui rimanda la configurazione del Borgo Murattiano. Se viene preso isolatamente è evidente che un areale destinato a piazza di simile dimensione, circa un decimo dell’intero, una funzione quella di piazza all’inizio semplicemente potenziale, è sovrabbondante, troppo grosso per un singolo quartiere.

Sarebbe sorprendente avere quale cuore di un nucleo insediativo aggiunto all’esistente, un sobborgo, un vuoto tanto grande, poiché è un “vuoto” superiore al “pieno” mentre è congruo se messo in relazione con il borgo ovvero la città per intero. Tale piazza vista da un’angolazione odierna da sovradimensionata è diventata addirittura sottodimensionata. Un luogo centrale che appare per grandezza insufficiente dato che si trasforma in certe ore del giorno in parco giochi dei bambini, in certe festività mercatino; il suo limite principale è, soprattutto, in relazione all’assetto cittadino contemporaneo, il fatto che non è raggiungibile pedonalmente con brevi spostamenti da tutti i settori dell’abitato. Accanto alla distanza da percorrere a piedi vi è pure il fastidio di dover passare sotto l’appunto sottopasso ferroviario, un canale di mobilità non esattamente attrattivo dal punto di vista ambientale. Un passaggio obbligato per i tanti che devono frequentare il “cuore” dell’agglomerato in cui è ricompresa la predetta piazza provenendo dai popolosi caseggiati posti al di là della ferrovia.

Non ci sono alternative in grado di garantire al pedone la libertà di muoversi come crede, di sottrarsi ad eventuali “appostamenti” miranti a controllare i suoi movimenti, aspetto spiacevole non secondario, Per ovviare, si potrebbero creare ulteriori piazze in periferia che oggi mancano del tutto alla stregua di repliche di quella centrale così come di predisporre ulteriori “corsi” per il passeggio in strade in piano, tipo via Montegrappa o via Piave, per tratti di sufficiente lunghezza, allargando il marciapiede e dotandole di alberature.

Ph. F. Morgillo – La Cattedrale di Campobasso

0 Comments

Lascia un commento

Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password